Granese rilegge Kafka, Mann e Musil - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Granese rilegge Kafka, Mann e Musil

Granese rilegge Kafka, Mann e Musil

Il libro di Alberto Granese, ordinario “storico” dell’Università di Salerno, «Abgrund». Il tramonto dell’identità europea. Kafka Mann Musil (Edisud Salerno 2026), dedicato ad Alberto Asor Rosa, è stato presentato dai professori Luca Marcozzi dell’Università di Roma Tre, curatore del ‘Meridiano’ delle opere di Asor Rosa con un saggio di Massimo Cacciari, e da Sebastiano Martelli dell’Università di Salerno, nell’Aula delle Lauree “Nicola Cilento”, martedì 13 ottobre 2026. Nella parte riservata ai saluti istituzionali è intervenuto il Magnifico Rettore dell’Università di Salerno, prof. Virgilio D’Antonio, mente il coordinamento dell’incontro culturale è stato affidato alla professoressa Rosa Giulio dello stesso Ateneo, membro del Direttivo Nazionale dell’Associazione degli Italianisti (Adi).

 

 

Al titolo del libro, Abgrund (in italiano ‘Abisso’, nel senso, appunto, di vuoto, di caos senza fondo), dove sono trattati tre grandi autori mitteleuropei, fa da sfondo la situazione attuale che oggi l’Europa sta attraversando, della quale è premonizione proprio nelle loro opere. Questo chiarisce l’impostazione della Locandina in cui si annunzia la presentazione del libro di Granese, che porta in alto a sinistra: «L’Europa sulla soglia» e reca in sottotitolo: «Crisi delle identità o declino di civiltà?». Idea, infatti, dell’autore è che l’Europa non ha mai avuto un’unica identità condivisa in senso pieno: ecco perché la crisi delle sue identità riguarda l’indebolimento dei riferimenti collettivi tradizionali divenuti più fluidi e fragili, nazione, famiglia, appartenenza culturale, ma anche grandi narrazioni politiche. Declino di civiltà, invece, indica l’ipotesi che una civiltà perda progressivamente la propria capacità di trasmettere valori, istituzioni, cultura, fiducia sociale e progettualità. Nella crisi delle identità si perde il senso del ‘chi siamo’; nel declino di civiltà vacilla il ‘come viviamo insieme’, il sistema di valori che sostiene una società, anche se si potrebbe intendere la crisi come passaggio e il declino come possibile esito. Ci si dovrebbe solo augurare di trovarci non di fronte a un declino, bensì a un insieme di trasformazioni, tali da riconfigurarsi e adattarsi alle nuove condizioni storiche del nostro mondo attuale, sempre più policentrico e multipolare.

 

Il pensiero di Amitav Acharya

 

Granese ha portato ad esempio il libro, The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto da Chiara Rizzo, edizione Fazi di Roma: Storia e futuro dell’ordine mondiale con relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529). Acharya parte da una domanda abbastanza radicale: e se l’ordine mondiale non fosse mai stato veramente “occidentale”, ma fosse sempre stato il risultato dell’interazione fra molte civiltà? La sua polemica è soprattutto contro una certa narrazione della storia delle relazioni internazionali: quella secondo cui l’ordine mondiale moderno sarebbe sostanzialmente una costruzione europea, prima, e poi anglo-americana. Per Acharya, parlare dell’ordine mondiale come se fosse un sistema unitario e universale è in parte fuorviante: nel corso della storia sono esistiti diversi ordini regionali, imperiali e interconnessi. La sua ipotesi è piuttosto quella di un mondo policentrico, nel quale Stati Uniti, Cina, India, Europa, Russia, mondo islamico, Africa, America Latina e altri attori contribuiscono, in misura diversa, alla costruzione dell’ordine internazionale. L’ordine attuale dominato dall’Occidente non è il primo e non sarà l’ultimo.

 

Crisi politica e morale

 

Secondo Granese, le due guerre mondiali sono la prova più evidente che l’Europa era già andata in crisi come realtà politica e morale. Si potrebbe a limite sostenere che, certo, non era scomparsa la civiltà europea, ma che iniziava a entrare in contraddizione con se stessa: nazionalismi esasperati, imperialismo, razzismo e totalitarismi negarono, infatti, e possono sempre negare, proprio quei valori universali, dignità umana, razionalità, diritto, che aveva contribuito a elaborare. Per Granese, i totalitarismi del Novecento nacquero dall’incontro tra crisi economiche, debolezza delle istituzioni democratiche, propaganda, paura e ricerca di un leader capace di offrire risposte semplici a problemi complessi. Oggi il contesto storico è profondamente diverso, ma alcune dinamiche, come sfiducia nella politica, disinformazione, disuguaglianze, ricerca di capri espiatori, possono riemergere sotto forme nuove. La principale lezione della storia è che la democrazia non è garantita una volta per tutte: richiede partecipazione, tutela dei diritti, pluralismo dell’informazione e sviluppo del pensiero critico, affinché il confronto politico rimanga aperto e nessun potere possa concentrare su di sé un controllo assoluto della società.

 

Gli odierni populismi

 

In «Abgrund», pertanto, secondo la sua fondamentale opzione ermeneutica per dare unità e coesione al lavoro, proponendo una trilogia di scrittori in lingua tedesca, il boemo Franz Kafka, il germanico Thomas Mann e l’austriaco Robert Musil, l’autore ha inteso mettere a confronto scrittori assolutamente centrali nella letteratura europea moderna. I loro romanzi, pur con livelli espressivi e impostazioni diegetiche differenti, convergono nel rappresentare il clima culturale che ha preceduto, in parte causato e poi immediatamente seguìto la Prima guerra mondiale, preparando il terreno ai regimi totalitari del Novecento, soprattutto al nazifascismo. Granese, infatti, “legge” oggi questi autori non come esercizio intellettuale, ma come un atto di consapevolezza storica e civile. Le stesse pulsioni autoritarie e identitarie, che hanno alimentato i nazionalismi e le due guerre mondiali del secolo scorso, riemergono negli odierni populismi, fondamentalismi, rigurgiti razzisti, in quella nostalgia dell’ordine che, svuotata di senso critico, si trasforma facilmente in violenza e oppressione. Kafka, Mann, Musil insegnano che il Potere, quando si sottrae alla trasparenza e al controllo, diventa pericoloso; ci invitano, con la forza della loro scrittura, a non smettere mai di interrogare i meccanismi che regolano la nostra società: i loro romanzi non sono solo racconti di vicende individuali, ma metafore potenti e ancora attuali della nostra condizione storica.

 

Fenomenologia del potere

 

Infatti, in Das Schloß (Il castello) di Kafka, Granese ha esplorato, attraverso l’Umkehrungstechnik dei piani narrativi del reale e dell’irreale, la fenomenologia del Potere con i suoi aspetti invisibili, ubiquitari, demoniaci e funzionali anche alle società apparentemente democratiche, pur esaminando altre ipotesi interpretative e i rapporti dell’autore con l’ebraismo. In Der Tod in Venedig (La morte a Venezia) di Mann, ha interpretato, attraverso un’indagine storico-filologica del contesto ambientale e della dimensione archetipica dei miti, la scansione dialettica tra ricerca delle radici oscure e inestirpabili della nostra civiltà e strategia di scrittura delle componenti essenziali della Modernità.

 

  Forme antiquate di ordine

 

Nel Doktor Faustus di Mann ha analizzato le produzioni artistiche delle società borghesi, dall’apogeo del potere politico-economico alla loro crisi etico-sociale, disegnando un inquietante quadro di vero e proprio smarrimento delle coscienze, di cui la componente underground della musica e un sorprendente ipotesto dell’Inferno di Dante si rivelano autentici e originali interpreti. Per Die Verwirrungen des Zöglings Törleß (Le confusioni del cadetto Törleß) di Musil, ha rilevato nella rappresentazione di un collegio militare austro‑ungarico l’audace metafora di una microsocietà repressiva, di una borghesia in crisi, ancora aggrappata a forme antiquate di ordine, e il laboratorio del futuro autoritarismo europeo. Dell’opera narrativa e saggistica di Musil, Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità), ne ha illuminato la struttura diegeticamente aperta e spinta fino ai confini dell’«abisso» storico e metafisico dell’epoca moderna, che, dietro al mito del progresso e della razionalità, può essere sempre travolta da forze oscure.

 

R.C.

 

(da www.resistentequotidiane.it)