Una “nota” decisamente stonata, quella diffusa ieri da Marilia Parente – portavoce dell’Arcidiocesi, nonché sorella del direttore dell’Ufficio Arte Sacra. Negli uffici della Curia gli animi sono comprensibilmente agitati e preoccupati, anche perché il comunicato ufficiale elude i veri problemi e non risponde affatto ai quesiti che pesano sull’amministrazione. La nota si appella formalmente alla “trasparenza” e al rispetto della “normativa”, ma evita accuratamente di fare chiarezza su vicende molto precise che attendono ancora una smentita o una conferma netta. Ci si chiede, infatti, se corrisponda o meno al vero che don Gentile, forte anche della Procura Generale, abbia favorito l’agenzia assicurativa dei suoi familiari. Così come resta da chiarire se il Vicario per la carità abbia assunto i suoi più stretti parenti all’interno delle cooperative, o se il fratello del vice direttore dell’economato sia stato effettivamente assunto presso il San Joseph. A fronte di questi dubbi legittimi, il comunicato della Curia si limita a ricordare che la gestione e la rendicontazione dei fondi dell’otto per mille avvengono secondo le procedure della CEI e che tali attività sono valutate, di volta in volta, insieme agli organismi di partecipazione e di vigilanza appositamente previsti. Ma la vera realtà dei fatti è che di questi organismi di vigilanza fanno parte sacerdoti già saldamente inseriti nella stessa Curia: nomi come don A. Romano, don V. D’Angelo, don D’Amore, don Sessa, don Coppola, don Landi, don D’Arienzo e don Gentile. In questo modo l’unico risultato concreto è quello di “blindare” il Vescovo, all’interno di un sistema in cui i controllori coincidono inevitabilmente con i controllati. Il passaggio della nota che paventa vie legali contro la diffusione di notizie o presunte tali non corrispondenti al vero suona quindi come un richiamo quasi intimidatorio. Viene da chiedersi chi difenda, invece, la reputazione di tanti preti e comunità umiliati in questi anni. Questo scenario interroga direttamente la “Visione” che il Vescovo ha della Chiesa salernitana: l’invito a vivere la comunione e a favorire un clima di rispetto reciproco dovrebbe passare attraverso l’accettazione delle dimissioni e una ripartenza trasparente, nel pieno rispetto delle persone e dell’istituzione. Al contrario, il fatto che proprio ieri don Alfonso abbia portato in udienza i suoi familiari – quasi a voler intenerire o intimorire – dimostra che tutto continua a scorrere nell’indifferenza totale. Una gestione che lascia aperti i dubbi su quale sia la reale visione di Chiesa che si vuole proporre.








