Foce Irno. Perchè Cuomo non è convinto dell'archiviazione - Le Cronache Attualità
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Foce Irno. Perchè Cuomo non è convinto dell’archiviazione

Foce Irno. Perchè  Cuomo non è convinto dell’archiviazione

di Irene Sarno

Il Professore Alberto Cuomo, architetto di vaglia e acuto critico, su queste colonne, delle più che discutibili scelte urbanistiche del Sindaco De Luca in questi decenni, ha, con la sua prosa al vetriolo, centrato un punto curioso della chiamata dell’Architetto Bianca De Roberto, quasi 80enne, e già per decenni a capo dell’Ufficio Urbanistica del Comune, ad una collaborazione gratuita con il Comune. Non è sfuggita, a Cuomo, la sincronia della chiamata nel momento di una crisi acuta dell’Amministrazione sulla faccenda di Foce Irno. Per singolare coincidenza, per la storia, Bianca De Roberto era a capo dell’Ufficio Urbanistica del Comune quando, nel 2013, De Luca imperante come Sindaco, fu effettuata la prima variante urbanistica su Foce Irno (ma anche su Piazza Concordia. Sapete come fu variata Foce Irno? Con una bella pensata: il suolo (vincolato) fu trasformato in zona commerciale per civili abitazioni, e il valore dello stesso fu fissato addirittura in venti milioni di euro. Ecco! Binaca De Roberto sarebbe un utile testimone sulle circostanze che portarono a questa illegittima variante. Certo che il nuovo, improvviso, incarico attuale potrebbe metterla in un possibile imbarazzo. E’ una ipotesi, naturalmente! Ma veniamo ad un altro punto notato da Cuomo. Il Regolamento Comunale non annovera la destinazione alberghiera tra le ipotesi di “destinazione produttiva”, come invece la nuova destinazione urbanistica pare decisamente qualificare l’area. In altri termini, le stesse norme comunali escludono che un albergo possa essere qualificato destinazione produttiva. E questo è un altro vulnus, non da poco, sulla legittimità della variante urbanistica Foce Irno. E poi, rimane sullo sfondo la dichiarazione, nell’archiviazione del Procuratore Cantone, che il vincolo era venuto meno perché le varianti urbanistiche avevano mutato (illegalmente) la destinazione dei suoli, e nessuno le aveva impugnate, per cui erano diventate definitive. Perciò non c’era nessuna illegittimità nell’atto notarile dove, su dichiarazione del Comune, era stato attestato che non c’erano vincoli sul suolo. D’accordo, per così dire. Ma a ben guardare già precedenti articoli hanno evidenziato che il vincolo statale non è stato ucciso dalle delibere comunali. Tant’è che appena sarà rilasciato il permesso a costruire dell’albergone, i 180 denunzianti potranno ricorrere al TAR per violazione di legge nell’iter abrogativo del vincolo. Con ottime possibilità di vittoria. Perché? Perché il vincolo statale non è affatto morto, né poteva un provvedimento del Comune (fonte normativa secondaria) cancellare un vincolo apposto direttamente dall’art. 8 della legge statale 730 del 1986. Che è fonte normativa primaria. Ma allora perché il notaio non ha certificato ciò nel suo atto di compravendita? Per meglio capire, basta compilare il quesito “vincolo statale taciuto nell’atto. Doveri del Notaio” su internet. Risponde subito l’Intelligenza Artificiale (che è una elaborazione di tutte le possibili giurisprudenze italiane): “In caso di vincolo statale taciuto nell’atto di compravendita (es. vincolo storico, paesaggistico etc.) la responsabilità dipende dalla natura del vincolo e dalla visibilità nei registri pubblici”. Se dalle visure il vincolo statale emerge nei titoli o atti di provenienza esaminati, il notaio è obbligato a segnalarlo all’acquirente. Se non lo fa, risponde di responsabilità contrattuale professionale. Benissimo! Dunque il notaio poteva benissimo dedurre l’esistenza del vincolo statale dalla semplice lettura dell’atto di provenienza della proprietà di quel terreno di Foce Irno, che è il contratto di acquisto dall’Italcementi, fatto dal Comune nel 1995. Dove sono citate le norme della legge sul terremoto n° 219 e leggi successive. Dove si legge che la destinazione a verde pubblico e parcheggio è condizione essenziale della validità del contratto. E che diamine, signor Notaio? Occorreva altro per approfondire la questione appena un po’, come suo dovere di fronte a questo macigno? Né è da credere che un Notaio non sappia che un vincolo imposto addirittura, specificamente, dal una legge dello Stato, sia superabile con una semplice delibera comunale. Che non acquieta per sempre il vincolo non essendo stata impugnata. C’è infine un appunto alla richiesta di archiviazione del Procuratore Cantone. Che ha detto che la procedura di abolizione del vincolo andava legalmente effettuata con una preventiva interlocuzione con l’Amministrazione delle Finanze, Ufficio della Gestione post- terremoto, con la Provincia e la Regione. Va bene, d’accordo. Ma ci permettiamo di dire che la consultazione con queste Amministrazioni era forse politicamente utile, ma giuridicamente del tutto inutile. Quello su Foce Irno è un vincolo imposto da una legge dello Stato. Cioè direttamente dal Parlamento. Solo una nuova legge del Parlamento potrebbe togliere il vincolo, e non un Ministero, una Provincia e una Regione. Altrimenti cadiamo un’altra volta sull’equivoco che la delibera amministrativa del Comune di Salerno può cancellare un vincolo dello Stato.