di Olga Chieffi
“Il timbro del baritono è quello più difficile da trovare ed educare – ripeteva mia nonna Olga nel corso delle riunioni serali in salotto, durante le quali si suonava, si poetava, si organizzavano stagioni musicali, mostre, cercando di arricchire la vita culturale di quella piccola città fatta a misura d’uomo, la Salerno del primo dopoguerra. La voce di baritono ha un fascino tutto particolare poiché si pone tra il registro del tenore all’ eterna ricerca dell’acuto e quello scuro e profondo del basso”. La nonna aveva avuto la fortuna di ascoltare i grandissimi Gino Bechi, Ettore Bastianini, Tito Gobbi, Titta Ruffo, Giuseppe Taddei, non aveva che l’imbarazzo della scelta, come non rimanere affascinati dal carisma di Taddei, così versatile da essere un punto di riferimento sia nei ruoli comici che in quelli più marcatamente drammatici, o l’istrionismo di Paolo Montarsolo e di Enzo Dara, o l’arte finissima di Sesto Bruscantini, o il Barone Scarpia per antonomasia, Silvano Carroli e Renato Capecchi fino a Renato Bruson e il basso-baritono Ruggero Raimondi. Stavolta il baritono di belle speranze lo abbiamo in casa ed è Antimo Dell’Omo il quale in una sola settimana ha messo a segno due primi premi assoluti in due concorsi internazionali il Primo Premio Assoluto alla quarta edizione del Concorso Lirico Internazionale “Cuore d’Oro”, nella splendida cornice del Real Sito di Carditello, per il quale interpreterà il ruolo del console Sharpless nella prossima produzione di Madama Butterfly e prenderà parte a una serie di concerti in collaborazione con la Fondazione Pavarotti, e il Primo Premio Assoluto al Concorso Lirico Internazionale “Città di Genova” – Premio Giuseppe Taddei, attraverso cui debutterà il ruolo di Belcore nell’Elisir d’Amore. Abbiamo raggiunto il giovane cantante nella notte della vittoria del Taddei.
Signor Dell’Omo, che emozione vincere in una sola settimana due premi internazionali?
“È un vortice di gioia che ripaga di ogni singolo sacrificio fatto in questi anni. Vincere il Concorso “Cuore d’oro” con le scritture artistiche della Fondazione Luciano Pavarotti e, a distanza di pochissimi giorni, aggiudicarmi il Primo Premio Assoluto al Concorso Lirico Internazionale “Città di Genova” – Premio Giuseppe Taddei è un traguardo immenso. Per un baritono, trionfare in un concorso intitolato a un gigante come Taddei ha un valore specifico enorme. Sentire che la propria voce viene riconosciuta a questi livelli da commissioni così prestigiose dà una spinta e una responsabilità straordinarie per il futuro”.
Cosa ha eseguito in questi due concorsi?
“Ho presentato una rosa di cinque arie, per cercare di mostrare tutte le mie qualità e la mia duttilità stilistica. “Cruda, funesta smania” dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti, la brillantezza di “Come Paride vezzoso” dall’Elisir d’amore, la freschezza mozartiana di “Non più andrai” dalle Nozze di Figaro il legato di “Sois immobile” dal Guillaume Tell di Rossini. E il “Pari siamo” dal Rigoletto di Verdi che ho cantato alle eliminatorie e che mi è stato espressamente richiesto dalle commissioni in tutte e due le finali”.
Dietro un grande artista c’è sempre un pari maestro. Quali i suoi e a quali modelli si ispira?
“Troppo buona per l’aggettivo grande che rivolge a me, diciamo che vi sono i lavori in corso per poter provare a diventare tale. Grande invece é la mia insegnante, Donata D’Annunzio Lombardi. È la mia guida quotidiana, una fonte inesauribile di ispirazione, una guida esperta, sapiente e sicura. Con profondo studio, pazienza e una generosità rara mi sostiene affinché, passo dopo passo, si possa costruire qualcosa di veramente importante. Se oggi ho raggiunto la maturità per vincere questi premi, il merito è del lavoro straordinario fatto con lei, che con il suo metodo di canto DaltroCanto mi ha aiutato a capire la mia voce nel profondo e mi ha fatto fare il salto di qualità tecnico. Guardando specificamente alla mia corda, i miei fari assoluti sono i giganti Renato Bruson, Rolando Panerai, Piero Cappuccilli, Giuseppe Taddei, Silvano Carroli, Ettore Bastianini. Il loro magistero, unito all’eredità eterna di Luciano Pavarotti, rappresenta per me una scuola e uno stimolo costante alla ricerca della nobiltà del suono e del fraseggio baritonale”.
La musica ha scelto lei o lei la musica?
“La musica è sempre stata nella mia vita fin da adolescente, quando cantavo nel coro parrocchiale della mia città. Poi il mio percorso ha preso un’altra strada. Come dico sempre: in un’altra vita sono stato un militare dell’Esercito Italiano, nello specifico un Granatiere di Sardegna in quanto avendo l’altezza richiesta, lavoravo nelle cerimonie di Stato e nei picchetti d’onore alla Camera, al Senato e al Quirinale. Eppure, in tutti quegli anni trascorsi in divisa a servire le massime istituzioni, la musica non mi ha mai abbandonato; mi ha aspettato silenziosamente, proprio come una sposa fedele. È stato un continuo e intenso legame, poiché cantavo anche per il servizio liturgico in caserma e nel coro interforze durante le celebrazioni religiose dell’Ordinariato Militare. Alla fine quel richiamo interiore è stato troppo forte e sono tornato pienamente da lei. Credo che sia stata una scelta reciproca: la musica mi ha protetto e aspettato, e io ho scelto di dedicarle la mia vita attraverso lo studio rigoroso e la disciplina, doti che d’altronde la mia passata esperienza nell’Esercito mi ha aiutato a coltivare”.
Quando è arrivata la svolta nella sua carriera?
“Più che di una svolta già arrivata, preferisco parlare di un percorso in pieno svolgimento: sto lavorando duramente affinché una svolta definitiva si compia, ma per me la priorità assoluta in questo momento è costruire basi tecniche e artistiche che siano solide, sane e durature. Nel mio bagaglio porto preziosi anni di perfezionamento all’interno di accademie teatrali storiche, come quella del Teatro Comunale di Modena e l’Accademia del Teatro di San Carlo di Napoli sotto la guida di Mariella Devia. Tuttavia, la reale maturazione che mi sta permettendo di gettare queste fondamenta così stabili è il frutto del lavoro quotidiano con la mia insegnante, Donata D’Annunzio Lombardi”.
Come guarda il mondo dell’opera oggi? Grandi teatri in mano ai manager? Almeno in Italia?
“Il mondo dell’opera oggi vive una fase di profonda transizione e la gestione manageriale è ormai una realtà necessaria per far quadrare i bilanci dei nostri teatri. Io, però, guardo a questo scenario con grande pragmatismo e fiducia, perché credo fortemente nel valore e nella possibilità dei concorsi lirici. Oggi più che mai, queste competizioni rappresentano un’opportunità straordinaria per farsi conoscere direttamente da giurie di altissimo livello, composte proprio da sovrintendenti, manager teatrali e maestranze del settore. È sul palcoscenico di un concorso che un artista ha la possibilità concreta di mostrare il proprio valore a chi decide i cartelloni dei grandi teatri. Realtà come la Fondazione Pavarotti o il Concorso di Genova dimostrano che, quando c’è eccellenza e competenza nelle commissioni, il merito viene riconosciuto e si creano ponti reali tra lo studio e il lavoro sul campo”.
Quanto Ice e quanto Fire in una difficoltà, in un passaggio arduo? Freddezza o passione?
“Direi un perfetto equilibrio: cinquanta e cinquanta. Nelle difficoltà tecniche o nei passaggi più complessi serve l’Ice (il ghiaccio): una mente fredda, geometrica, che controlla la tecnica, la muscolatura, il fiato senza farsi dominare dal panico. Ma subito dopo, per far vibrare quel suono e toccare il cuore del pubblico, serve il Fire (il fuoco): la passione pura, l’anima del personaggio. É una lotta continua: senza controllo sei fuori tempo; senza passione, sei solo un esecutore freddo”.
Quale repertorio predilige e quali ruoli desidererebbe debuttare nell’immediato?
“Il mio obiettivo principale è cantare i ruoli che mi stanno bene e che posso eseguire con la mia voce, rispettando la mia vocalità e la mia maturazione tecnica. Ho un’inclinazione naturale verso i ruoli nobili, i cantabili e il legato. Condivido fermamente con la mia insegnante l’idea che cantare il belcanto faccia sempre bene alla voce. Ho tanti sogni e ruoli nel cassetto che spero di realizzare e, come si usa dire, l’importante adesso è mettere “palco sotto ai piedi”.





