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MIDTERM AMERICANE E VITTORIE ITALIANE PER PROCURA

MIDTERM AMERICANE E VITTORIE ITALIANE PER PROCURA

di Luigi Snichelotto

A proposito del voto degli altri e le nostre bandiere, il 3 novembre gli americani hanno votato per le elezioni di metà mandato. Le cronache del voto attribuiscono ai democratici la maggioranza alla Camera e al Senato, mentre alcuni seggi restano da assegnare. È un risultato rilevante per la presidenza Trump e per gli equilibri internazionali. Mi domando, però, come quel voto possa diventare una vittoria personale per un dirigente italiano estraneo a quella competizione. Avevo in programma un’altra riflessione per questa rubrica. L’attualità mi suggerisce di rimandarla e di fermarmi su un’abitudine che attraversa gli schieramenti: cercare nei successi altrui la conferma della propria ragione. Basta una sconfitta del leader straniero considerato vicino all’avversario italiano perché qualcuno ritenga dimostrata l’inadeguatezza di quell’avversario anche qui, senza passare dalla verifica dei suoi atti. È marketing politico. Lo dico applicando lo stesso criterio a maggioranze e opposizioni. Esistono affinità internazionali, rapporti tra partiti e collaborazioni che possono avere un valore concreto. Un voto favorevole a una forza affine può incoraggiare chi ne condivide alcune idee. Il salto discutibile avviene quando quell’incoraggiamento viene presentato come un mandato democratico ricevuto anche in Italia. Gli americani hanno scelto i propri rappresentanti; non hanno giudicato le capacità amministrative dei nostri dirigenti. Le vittorie trovano facilmente parenti lontani; gli insuccessi diventano invece vicende locali, determinate da circostanze irripetibili. Quelle circostanze, dimenticate durante la festa, tornano indispensabili per spiegare la delusione. Sarebbe più serio attribuire sempre lo stesso peso al contesto, quando ci favorisce e quando ci contraddice. La coerenza di un’analisi si riconosce dalla capacità di sopravvivere al risultato sgradito. Un candidato americano deve confrontarsi con i bisogni del proprio collegio e con le aspettative dei suoi elettori. Presumere che la sua campagna contenga un messaggio destinato alle nostre schermaglie è arbitrario. I rapporti diplomatici e le conoscenze personali tra leader appartengono a un altro piano. Una fotografia documenta un incontro; per dimostrare un’influenza politica occorrono decisioni e risultati riconoscibili. La familiarità esibita non basta a stabilirli. Le regole e i confronti internazionali, ad esempio  sul midterm, si tengono a metà del mandato presidenziale e rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e, ordinariamente, circa un terzo del Senato. Il presidente non viene rieletto né sfiduciato attraverso quel voto. Il suo partito può subire una pesante battuta d’arresto e il suo programma incontrare nuovi ostacoli; il rapporto tra Congresso ed esecutivo segue però regole diverse da quelle di una maggioranza parlamentare italiana. Una maggioranza avversa può condizionare le leggi ed esercitare controlli. Rimangono i poteri presidenziali, compreso il veto, superabile dal Congresso con le maggioranze qualificate previste dalla Costituzione. Bisogna guardare alle competenze e alle scelte degli eletti prima di annunciare che cosa accadrà. Anche chiamare il voto referendum sul presidente richiede una precisazione: è una lettura politica di competizioni nelle quali contano candidati e questioni locali, insieme al giudizio sulla Casa Bianca. Nei confronti televisivi il tempo è breve e il dissenso produce attenzione. Comprendo il bisogno di rendere accessibile un tema complesso; mi preoccupa quando la sicurezza della voce prende il posto delle verifiche. Una domanda sulle fonti o sui limiti di una previsione può aiutare più di un’altra interruzione polemica. Il pubblico merita di riconoscere la differenza tra una notizia, una spiegazione possibile e un auspicio personale, anche davanti a un abile comunicatore. Sia detto, tutto ciò, senza posizionamento di parte che non deve appartenerci in questa analisi! L’attenzione italiana per gli Stati Uniti ha ragioni concrete. Le scelte americane possono incidere sui commerci, sulla sicurezza e sulle decisioni diplomatiche dei nostri governi. Un imprenditore ha bisogno di capire come potrebbero cambiare le condizioni di accesso a un mercato; una famiglia quali effetti potrebbero arrivare al proprio bilancio. Un’analisi utile dovrebbe chiarire questi passaggi. La parentela politica rivendicata con il vincitore non risolve nessuno di tali interrogativi. Il Brasile offre un esempio vicino nel tempo. Al ballottaggio del 25 ottobre Lula è stato rieletto con il 51,79 per cento dei voti validi contro il 48,21 per cento di Flávio Bolsonaro, recuperando lo svantaggio del primo turno. Si può dunque parlare di una rimonta. Chi aveva formulato una previsione diversa può spiegarne l’errore senza perdere dignità. Mi convince meno chi presenta come inevitabile, dopo il voto, ciò che prima riteneva impossibile, senza rivedere il proprio metodo. Da quel risultato possiamo ricavare domande sul consenso e sulle coalizioni brasiliane. Non discende una formula pronta per vincere in Italia. Il Brasile merita attenzione per ciò che accade nella sua società; l’India merita un posto stabile nel nostro sguardo, senza attendere di scoprirla come sorpresa. Il suo sistema parlamentare richiede strumenti propri. Cina e Russia impongono ulteriori distinzioni sul potere e sulle condizioni del pluralismo; in Cina il ruolo dirigente del Partito comunista è sancito dalla Costituzione. Un’unica contabilità ideologica confonde realtà profondamente diverse. Quindi? Il caos e il limite delle previsioni? La teoria del caos può offrire uno spunto, purché ne rispettiamo il significato scientifico. Negli studi di Edward Lorenz, a partire dal lavoro del 1963, sistemi deterministici non lineari mostrano una forte sensibilità alle condizioni iniziali: stati molto vicini possono svilupparsi in modi molto diversi. Il cosiddetto effetto farfalla riguarda questo limite della previsione. Il caos, in tale senso, non coincide con l’assenza di regole e non significa che qualsiasi spiegazione sia valida. Non possediamo per questo una legge matematica delle elezioni. Se così fosse, sarebbe fantastico anche se forse l’annientamento del teorema e concetto probabilistico! Una rimonta non dimostra che un elettorato si comporti come il sistema studiato da Lorenz; l’incertezza di un sondaggio ha problemi propri. Il richiamo è un’analogia che invita alla prudenza: nelle società interagiscono decisioni, aspettative ed eventi, e le informazioni disponibili restano incomplete. Una previsione seria espone le ipotesi e ammette di poter sbagliare. Pronunciare la parola caos non autorizza né il fatalismo né la rinuncia a cercare le cause. Un’affluenza diversa da quella prevista o una nuova alleanza possono incidere su una gara incerta. Quanto abbiano inciso deve essere verificato, evitando di attribuire a un episodio tutto il risultato soltanto perché ci ha colpiti. Mi sembra una buona disciplina anche per i commentatori italiani: formulare scenari, indicare le condizioni che potrebbero modificarli, tornare sulle proprie valutazioni. L’infallibilità esibita può essere efficace nello spettacolo; diventa un ostacolo quando si pretende di comprendere persone libere di cambiare idea. Da ciò ne deriverebbe il dilemma della distanza tra apparire e conoscere! Da campano mi viene naturale risalire a Parmenide di Elea, nell’odierna Velia. La sua ricerca sull’essere e la distinzione fra verità e opinioni dei mortali hanno una profondità che sarebbe improprio ridurre a una condanna delle vanità televisive. Possiamo raccoglierne un invito alla cautela senza attribuirgli giudizi sul nostro tempo. In Platone, poi, il racconto della caverna mostra prigionieri che scambiano le ombre per la realtà e descrive la fatica del cammino verso la conoscenza. Il paragone con gli schermi contemporanei è una nostra lettura, non una profezia del filosofo. Mi interessa la difficoltà di abbandonare una rappresentazione familiare, soprattutto quando conferma le nostre convinzioni. Anche Heidegger e Sartre vanno rispettati nelle rispettive differenze: il primo riflette sull’esistenza impersonale e sull’autenticità; il secondo sulla libertà e sulla malafede come autoinganno. Vi trovo uno stimolo personale a esaminare quanto delle mie convinzioni sia stato vagliato e quanto semplicemente assunto. Più direttamente pertinente è Guy Debord. Nella Società dello spettacolo, del 1967, analizza rapporti sociali mediati dalle immagini e il crescente peso dell’apparire. La sua critica investe l’organizzazione economica e sociale, ben oltre la vanità di chi cerca visibilità. Ci aiuta a domandarci come una rappresentazione acquisti autorità. Occorre conservarne questa ampiezza, evitando di trasformare anche il suo nome in una firma prestigiosa da esibire accanto alla nostra opinione. La tecnologia rende rapidissima la diffusione di una scena e offre insieme strumenti preziosi per verificarne il contesto, trovare documenti e ascoltare voci diverse. Conta il modo in cui scegliamo di usarla. Se rilancio soltanto ciò che conferma la mia appartenenza, contribuisco alla semplificazione che rimprovero agli altri. La responsabilità riguarda chi parla e chi, come me, decide di condividerne le parole. L’apparire diventa politicamente insidioso quando una visibilità costruita viene scambiata per competenza già dimostrata. Contrapposizione? Forse! Intanto il dilemma: democrazia o il potere di pochi? Qui la riflessione incontra una questione più impegnativa: la democrazia può indebolirsi, lasciare spazio al potere di pochi e infine a un comando sottratto ai controlli? E possono nuove libertà nascere dalla crisi di quel comando? Sono possibilità storiche da interrogare, senza immaginare una successione obbligata di democrazia, oligarchia e tirannide, seguita da un ritorno democratico garantito. Il passaggio da una forma di potere all’altra dipende da condizioni e scelte da riconoscere nei singoli contesti. Platone, nell’ottavo libro della Repubblica, delinea un percorso dal governo dei migliori alla timocrazia, fondata sull’onore, poi all’oligarchia, alla democrazia e alla tirannide. Polibio, nel sesto libro delle Storie, propone l’anaciclosi: la regalità degenera in tirannide; l’aristocrazia che la abbatte si chiude nell’oligarchia; la reazione popolare genera la democrazia, dalla cui degenerazione nasce l’oclocrazia, il dominio violento della massa, che prepara un nuovo governo personale. Sono modelli distinti, elaborati in società lontane dalle democrazie costituzionali contemporanee. Vi riconosco una domanda attuale: le forme democratiche possono sopravvivere mentre il potere effettivo si concentra? Un’oligarchia è il governo di pochi; la presenza di gruppi dirigenti non basta però a dimostrarla. Occorre verificare l’accesso alle decisioni, la possibilità di ricambio e il controllo di chi governa. La sfiducia può rendere attraente il capo che promette di rimettere ordine, soprattutto quando presenta ogni limite al proprio comando come un ostacolo alla volontà popolare. Già Polibio vedeva nell’equilibrio di una costituzione mista una difesa contro la degenerazione. Oggi possiamo interrogare la qualità dei contrappesi e la capacità dei cittadini di farli vivere, senza sovrapporre ordinamenti tanto diversi. Le libertà richiedono condizioni che consentano anche all’avversario di esercitarle. Quando il dissenso diventa tradimento e il controllo un intralcio illegittimo, conviene domandarsi quale direzione si stia prendendo. La vittoria elettorale non consegna un diritto illimitato sulla società. Nessuna forza naturale restituisce automaticamente la democrazia dopo la tirannide. Ricostruire istituzioni e fiducia può richiedere sacrifici e incontrare nuovi fallimenti. I cicli antichi dovrebbero incoraggiarci a prevenire le degenerazioni, invece di abituarci ad attenderle. Sarebbe singolare invocare l’imprevedibilità del mondo per giustificare ogni previsione sbagliata e poi proclamare inevitabile il destino delle libertà. La storia lascia alle persone una responsabilità che nessuno schema può assolvere al loro posto, quindi, l’inalienabile libertà di chi legge! Scrivo dalla provincia italiana, consapevole che la distanza dai grandi centri del potere può offrire libertà di osservazione e lasciare molti limiti di conoscenza. Ogni articolo sceglie argomenti e parole, proponendo una prospettiva: sarebbe poco sincero sostenere di non esercitare alcuna influenza. Il dovere che sento è renderla valutabile, distinguere i fatti dalle mie interpretazioni e riconoscere gli errori. Il lettore deve poter discutere il ragionamento e respingerlo senza sentirsi giudicato per questo. Equidistanza significa, per come la intendo, applicare criteri coerenti. Non richiede di attribuire a tutti la stessa responsabilità o di equiparare affermazioni provate e affermazioni smentite dai fatti. Posso riconoscere una scelta utile a chi non condivido e contestare un comportamento a chi sento vicino. Anche un cittadino che ha votato un partito conserva questa libertà: il consenso dato non comporta la rinuncia al giudizio successivo. È una condizione della partecipazione, non una forma di slealtà. Le sirene incantatrici hanno molte provenienze. Talvolta promettono che ogni problema dipenda da un solo nemico; altre volte assicurano che un successo lontano abbia già risolto la nostra debolezza. Ci risparmiano la fatica di una domanda. Perciò mi sembra utile fermarmi davanti alle spiegazioni che mi danno immediatamente ragione. Potrebbero essere fondate; meritano comunque la stessa verifica che pretendo per quelle dei miei avversari. Il dubbio ha valore se accettiamo che interroghi anche le nostre rassicurazioni. Ai rappresentanti italiani chiederei di tornare alle responsabilità ricevute. Dopo Washington o Brasilia rimangono da spiegare le scelte sulla sanità, sul lavoro e sulle opportunità dei territori. È lì che i cittadini misurano la distanza tra promesse e risultati. Guardare al mondo può migliorare questa prova, suggerendo esperienze da studiare. Le vittorie rivendicate per procura lasciano invece irrisolte le ragioni della fiducia di casa nostra. E il lettore conserva pieno diritto di arrivare, dopo queste pagine, a una conclusione diversa dalla mia: quel diritto è parte del motivo per cui vale la pena scrivere.