La festa di San Matteo, da sempre momento di massima sintesi spirituale e identitaria per la città di Salerno e la sua arcidiocesi, ha fatto da implacabile cartina di tornasole a una frattura che non è più possibile derubricare a semplice malumore estemporaneo. Il solenne Pontificale e la tradizionale processione hanno restituito l’immagine di un isolamento istituzionale e pastorale che scuote profondamente i palazzi di Largo Pio V.
Il segnale dei sacerdoti: la diserzione come messaggio
La scelta di gran parte del clero salernitano di disertare gli appuntamenti clou delle celebrazioni patronali non rappresenta soltanto un freddo dato organizzativo, ma un vero e proprio atto politico-ecclesiastico. Quando i sacerdoti decidono di disertare l’invito formale del proprio Pastore, significa che il canale della comunicazione fiduciaria è gravemente compromesso.
Per mesi si è cercato di imporre una narrazione di facciata, tesa a dipingere una Chiesa locale coesa e allineata. La base sacerdotale, tuttavia, avverte una distanza siderale rispetto ai metodi di governance dell’arcivescovo Andrea Bellandi. L’impressione diffusa tra i presbiteri è che la convocazione agli eventi solenni servisse unicamente a legittimare un’unità d’facciata, utile a mascherare un malessere profondo che cova da tempo nelle parrocchie.
I nodi irrisolti e il clima nella Diocesi
A pesare come macigni sono i troppi interrogativi rimasti senza risposta in questi anni. Dalle scelte di gestione amministrativa e pastorale fino ai criteri di avvicendamento e alla percezione di un isolamento del Vescovo rispetto al tessuto vivo della comunità salernitana, la tensione è cresciuta progressivamente.
Non si tratta soltanto di frizioni di natura burocratica o di scadenze legate ai decreti sui mandati dei parroci; il nodo centrale è il metodo dell’ascolto. Una diocesi gloriosa e complessa come quella di Salerno-Campagna-Acerno non può reggere sull’autoreferenzialità o su comunicazioni a senso unico. Le perplessità sollevate nel corso del tempo da più parti — e acuite da recenti uscite e polemiche che hanno lambito la curia — meritavano ben altra trasparenza e un confronto autentico, anziché interventi tesi a schermare le criticità o a blindare la linea ufficiale.
Una svolta necessaria per il futuro della Chiesa salernitana
Oggi la situazione appare a un punto di non ritorno. Continuare a far finta di nulla, appellandosi alla mera osservanza formale delle regole liturgiche o confidando in sponde istituzionali esterne per reggere l’urto delle polemiche, non serve a risanare il corpo ecclesiale.
Il malcontento palese dei sacerdoti e il distacco registrato durante le festività di San Matteo impongono una seria e dolorosa riflessione. Quando la comunione tra il Vescovo e il suo presbiterio si incrina a tal punto da trasformarsi in aperta freddezza, viene meno il requisito fondamentale per guidare efficacemente la diocesi. Forse, per amore sincero verso la Chiesa di Salerno e per senso di responsabilità pastorale, sarebbe davvero saggio compiere un passo indietro, rimettendo direttamente nelle mani del Santo Padre il mandato ricevuto. Salerno merita chiarezza, pace e una guida capace di ricucire gli strappi prima che la ferita diventi insanabile







