Pagani. “Ogni attività illecita a Pagani deve essere autorizzata dalla famiglia Fezza che ne riceve guadagno economico. Non si muove foglia senza il loro consenso”. Per adesso molti verbali (11 in tutto) di dichiarazioni del nuovo pentito Petranovic sono coperti da omissis e quindi lasciano ampio spazio a pensare a nuovi filoni d’inchiesta che riguardano gli esponenti del clan Fezza/De Vivo e dei suoi affiliati. Sono stati depositati il 2 settembre dalla Dda di Salerno e ne hanno fatto copia i difensori dei sessanta imputati per studiarne i contenuti e preparare le discussioni durante il processo che partirà a novembre davanti al gup del Tribunale di Salerno il quale ha dato sessanta giorni di tempo per prendere visione di quei documenti. “Voglio cambiare vita, non voglio più vivere in un ambiente delinquenziale”. È da questa frase che inizia il racconto ai magistrati inquirenti del super pentito Vincenzo Petranovic, 31 anni, di Santa Maria la Carità, figlio del boss ergastolano Tommaso Fezza conosciuto come ‘o furmaggiar nonchè capocosca della consorteria della Lamia. Un racconto che, verbale dopo verbale, sta aprendo una nuova breccia nel sistema di potere del clan Fezza-De Vivo di Pagani e in quelli dell’area stabiese e dei Lattari. Droga, estorsioni, usura, scommesse clandestine, affari sul Superbonus: Petranovic parla degli interessi del clan di cui è stato un esponente di spicco, dei suoi uomini e di una rete criminale che, nelle sue parole, arriva fino all’area stabiese e ai Monti Lattari. È soprattutto il traffico di stupefacenti a restituire la dimensione economica del “Sistema Pagani”. “250mila euro netti al mese”, è la cifra indicata dal collaboratore. Petranovic racconta di aver avuto rapporti con i Fezza dal 2019 e descrive un sistema di approvvigionamento che guardava alla Spagna. La droga, sostiene, arrivava anche attraverso i pacchi postali. Il meccanismo era semplice: spedizioni contenenti 4 o 5 chili di marijuana venivano indirizzate a recapiti inesistenti, lasciando però un numero di telefono al quale il corriere potesse rispondere per completare la consegna. «Quando utilizzavamo i pacchi postali compravano circa 20 chili di droga a trasporto per un totale di 150 chili mensili», mette a verbale Petranovic. Ma c’erano anche i camion. Tir che, secondo il collaboratore, trasportavano biscotti e sui quali viaggiavano altre forniture: circa 50 chili per volta, sempre per un totale di 150 chili al mese. Il punto, però, è ciò che accadeva dopo. Per Petranovic il traffico di droga era soltanto una parte di un sistema più ampio, fondato sul controllo del territorio e sulla capacità di imporre regole e prezzi alle attività criminali. Quando parla di “Sistema —avrebbe spiegato — intende riferirsi all’attività di controllare il territorio e quindi imporre la vendita della droga alle piazze di spaccio. E chi si sottraeva agli accordi, secondo il suo racconto, poteva andare incontro a minacce, estorsioni e spedizioni punitive. Il controllo, sostiene ancora il 31enne, si estendeva agli altri affari illeciti. Poi arrivano i nomi. Quelli degli affiliati, gli stipendi, gli investimenti, i rapporti di forza. Poi le sue dichiarazioni si sarebbero spostate sui presunti ordini impartiti dal carcere, le punizioni, le estorsioni, i tentati omicidi e i tentativi di ostacolare la giustizia. Una parte consistente dei verbali resta coperta dagli omissis. Sono proprio quelle pagine, secondo gli investigatori, a poter contenere gli elementi destinati a trasformarsi in nuovi filoni d’indagine che da Pagani e l’Agro nocerino arriverebbero fino all’area Vesuviana..








