La vicenda dell’annuncio del nuovo vescovo di Terni, condito dalle dichiarazioni di monsignor Andrea Bellandi sui presunti attacchi a mezzo stampa, lascia l’amaro in bocca e apre una riflessione inevitabile sulla trasparenza e la maturità della gestione pastorale.
Se un giorno di festa e di grazia – com’è tradizionalmente la nomina e la promozione episcopale di un ausiliare – viene utilizzato dal pulpito per togliersi i sassolini dalle scarpe contro i giornalisti, significa che il nervo scoperto fa ancora un gran male.
Il cortocircuito delle smentite
Il tempo e il luogo sbagliati: Sfruttare un momento di un’assemblea di gioia ecclesiale per sferrare l’attacco della “dietrologia mediatica” svela una priorità distorta. La festa doveva appartenere alla comunità e al festeggiato; è diventata invece il microfono per una regolazione di conti con la cronaca.
La scusa delle “bugie”: Liquidare mesi di ricostruzioni, critiche e inchieste come semplici invenzioni dei giornali è la risposta più comoda, ma anche la più debole. Se la stampa avesse raccontato solo falsità, la verità dei fatti e la forza della testimonianza si sarebbero imposte da sole, senza bisogno di note polemiche “in extremis”.
L’effetto boomerang: Tentare di giustificare se stessi e il proprio cerchio magico proprio nel momento di un annuncio di gioia e di festa trasforma l’autodifesa in un’ammissione di debolezza. Quando la smentita precede la domanda, il sospetto cessa di essere una congettura e diventa una certezza.
La resa della leadership pastorale
Accusare i media di disinformazione per coprire le crepe di una governance in sofferenza è un classico esercizio di scaricabarile. Il vero fallimento pastorale non risiede nell’articolo di un giornale, ma nell’incapacità di ascoltare le critiche, nell’isolamento della curia e nel rifugiarsi nel vittimismo quando le decisioni umane — e non divine — mostrano tutti i loro limiti.
La Chiesa di Salerno non ha bisogno di un vescovo che usa l’altare per difendere il proprio operato o scagliare strali contro la stampa. Ha bisogno di pastori capaci di assumersi la responsabilità delle proprie macerie, ammettendo che dove c’è il fumo degli attacchi, spesso c’è stato il fuoco di una gestione sbagliata. L’ansia di giustificarsi a tutti i costi ha finito soltanto per confermare ciò che si voleva disperatamente nascondere.
L’ipocrisia dei saluti e la solitudine del potere
La narrazione dell’”amico carissimo”, rispolverata in fretta e furia dal Vescovo Bellandi proprio durante un annuncio di gioia, suona grottesca per chiunque abbia seguito le dinamiche interne della curia salernitana. Don Alfonso Raimo per anni è stato il pilastro silenzioso, il punto di riferimento leale e lavoratore a cui non è mai stato concesso di sentire la diocesi come una vera casa comunitaria.
Le esclusioni sistematiche si sprecano nella memoria dei fedeli e del clero: mai invitato a presiedere i momenti liturgici centrali, sistematicamente messo in ombra perfino nel Triduo del Patrono San Matteo, il momento più alto e sentito per la città. E ora, improvvisamente, nell’ora dell’addio e di fronte alla passerella dei media, quell’ausiliare “trattato da ospite” diventa l’amico fraterno a cui offrire perfino la vetrina del proprio giorno di festa. Un’esibizione tardiva e patetica di affetto ad uso e consumo dei taccuini.
Dalla lealtà tradita alla resa dei conti
Con la partenza di monsignor Raimo per la diocesi di Terni, si consuma non solo un trasferimento, ma un vero e proprio vuoto di garanzia politica e pastorale:
La perdita dell’ultimo argine: Don Alfonso rappresentava l’unico elemento di vera lealtà e senso delle istituzioni all’interno del cerchio ristretto dell’episcopato. Un uomo di equilibrio che ha coperto falle ed errori con l’umiltà del servizio, venendo contraccambiato con l’emarginazione.
Il vuoto e i “nuovi amici”: Ora che l’uomo di fiducia è stato di fatto promosso verso un’altra sede per alleggerire le tensioni interne, la cattedra episcopale resta sguarnita e indifesa. E ad attendere al varco ci sono già i “nuovi amici” di turno: cortigiani pronti a sventolare finte lealtà solo per prendere il posto che fu di Raimo.
Un destino segnato: La resa dei conti è ormai aperta. Chi ha abituato la propria gestione a calpestare i collaboratori leali per paura di essere messo in ombra finirà inevitabilmente per soccombere sotto i colpi di chi oggi gli sorride da vicino, pronto a travolgerlo al primo segnale di debolezza.
La promozione per don Alfonso non elimina i problemi di Salerno; toglie semplicemente l’ultimo scudo umano a una guida sempre più sola, smarrita e prigioniera del proprio stesso gioco di potere.







