Una comunità può riscattarsi quando trova la forza di superare divisioni, personalismi e interessi individuali, riconoscendosi in un obiettivo comune. È in quel momento che una città smette di essere soltanto un insieme di persone e diventa una vera comunità.
La crescita collettiva, però, richiede innanzitutto la capacità di riconoscere i propri limiti. Nasconderli, negarli o attribuirli sempre agli altri significa condannarsi all’immobilismo. Affrontarli insieme, invece, permette di trasformare le difficoltà in occasioni di maturazione civile e sociale.
Quanto vissuto in occasione del Centenario, senza scendere nei particolari e senza attribuire meriti a singoli protagonisti, ha dimostrato che la nostra città possiede ancora una grande energia. La riscoperta della propria storia, dell’identità e del senso di appartenenza ha saputo avvicinare generazioni diverse, facendo emergere un sentimento collettivo che per troppo tempo era rimasto nascosto.
È stata la prova che, quando si mettono da parte le appartenenze, le rivalità e la ricerca di visibilità personale, la città è capace di ritrovarsi e offrire la sua immagine migliore.
Ma sarebbe un errore considerare quella straordinaria partecipazione come un episodio isolato. Il senso di appartenenza non può accendersi soltanto durante una celebrazione per poi spegnersi quando tornano i problemi quotidiani.
Una città deve essere vissuta soprattutto nei momenti di difficoltà: quando occorre difendere un servizio, sostenere una realtà sociale, denunciare un’ingiustizia, proteggere le persone più fragili o affrontare una criticità che riguarda l’intera collettività.
Amare la propria città significa esserci sempre, non soltanto durante le campagne elettorali, nelle passerelle pubbliche o nelle sfilate istituzionali che accompagnano un mandato. La partecipazione non può dipendere dalla ricerca del consenso, dalla convenienza politica o dalla possibilità di apparire.
La comunità ha bisogno di presenze autentiche, non occasionali; di persone disposte ad assumersi responsabilità, non soltanto a rivendicare meriti; di cittadini capaci di collaborare anche quando non esiste un vantaggio personale da ottenere.
La vera sfida, allora, è trasformare lo spirito riscoperto attraverso il Centenario in un metodo permanente: unirsi intorno ai problemi reali, riconoscere ciò che non funziona e costruire soluzioni condivise.
Perché il futuro di una città non può essere affidato a un singolo protagonista, a una parte politica o a chi occupa temporaneamente un ruolo istituzionale. Dipende dalla capacità di tutti di sentirsi parte della stessa storia e responsabili dello stesso destino.
Una comunità si riscatta quando comprende che nessuno può salvarla da solo. Ma soprattutto quando decide di non ricordarsi della propria città soltanto quando conviene.
Vincenzo Calce








