Eboli, la fine della dinastia Conte - Le Cronache Ultimora
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Eboli, la fine della dinastia Conte

Eboli, la fine della dinastia Conte

A causa di un errore tecnico indipendente dalla nostra volontà ieri non è stato pubblicato correttamente l’articolo di commento del nostro collega Antonio Manzo. Ce ne scusiamo con l’autore e con i lettori

Antonio Manzo

Non farà molta fatica Gabriella Gribaudi, storica e sociologa, a comporre un capitolo di attualità al suo libro in via di ristampa, “ A Eboli. Il mondo meridionale in cento anni di trasformazioni”. Pubblicato ben 46 anni fa, un’era quasi geologica, oggi. Se nella nuova éra post Duemila non si fosse verificata la caduta politica di Carmelo Conte dopo la diserzione politica del consiglio comunale presieduto dal sindaco Mario, nipote dell’ex ministro socialista . Ora il Comune è sulla strada dello scioglimento anticipato e l’arrivo di un commissario prefettizio. La vicenda politica nella città del Sele dopo ben 40 anni di dominio politico di una famiglia è la rappresentazione evidentissima delle condizioni critiche di una importante città del Mezzogiorno. In pratica, l’egemonia di Carmelo Conte ha avuto la funzione sociale e politica, ora finita, perché diventato bersaglio dello spietato e, per certi versi, irragionevole fuoco amico e del debolissimo, se non labile, fuoco nemico. Ci sarà molto materiale per gli storici che vorranno confrontarsi e studiare una comunità viva, capire da vicino i mediatori di una società locale nel modello storico-sociale che per oltre 40 anni ha prodotto una leadership politica partendo da una comunità contadina di Santa Cecilia, fino a raggiungere l’avanzata cittadina a Eboli arrivando ad ipotecare un potere nazionale finora poco studiato. Ora 2026 il “familismo amorale” di Carmelo Conte è finito, partito da una piccola frazione agricola di Eboli costruita con i sacrifici di pastori del Cilento emigrati nella Piana fondati su solidarietà civica e identità collettiva. Tratti caratteristici di un familismo politico intrecciato don piccoli poteri economici. Ma ora il reticolo di potere di Carmelo Conte è finito laddove era nato: a Eboli. Sì, proprio dove nacque il civismo libero (la lista Forze Libere promossa dal giovani avvocato di Santa Cecilia) come grammatica politica in grado di sconfiggere l’allora dominante a mediazione democristiana e comunista nelle campagne della Piana. Civismo poi diventato tossico per il nipote sindaco Mario che ha negato la pur rispettabile partecipazione politica ebolitana in nome di interessi particolaristici o ancora ignoti. Con ancora inesplorate zone di organizzata diserzione politica che dura da mesi. La città del Sele è finita nuovamente nel vortice dei commissariamenti prefettizi per ben tre volte negli ultimi venti anni, ed una volta miracolosamente evitato per infiltrazione criminale agli inizi degli anni Novanta. C’è una relazione riservata e tuttora secretata redatta dal prefetto Vincenza Maria Filippi (commissario prefettizio 2014) che scandagliò la vita politica e amministrativa di Eboli non secondo fascinazioni interpretative ma con veementi accuse sul disastro politico e della macchina comunale, a suo parere, corrotta e incorreggibile che si era messa di traverso a qualsiasi principio da recuperare di buona amministrazione. Era stato solo alla fine degli anni Ottanta che l’allora Partito Comunista Italiano, con la consapevole adesione “disobbediente” della Democrazia Cristiana, mandò all’opposizione Carmelo Conte con una giunta anomala che relegò all’opposizione il Psi con il disegno politico da anni imperante sul territorio grazie all’alleanza con i vertici salernitani del Pci provinciale. Ma erano gli anni Ottanta ed Eboli aveva già pero la partita nel contesto campano: un violento processo di deindustrializzazione mitigato da salvataggi occupazionali burocratici e di risorse pubbliche, una profonda crisi di identità e tutte le forze politiche rappresentate sul territorio furono incapaci di individuare un’alternativa di sviluppo fondato sull’integrazione dello sviluppo della terra non più malvagia ma conquistata con storiche lotta e le nuove frontiere industriali dell’agricoltura. Ora dopo il trauma, istituzionale, la città di appresta ad una campagna elettorale che si dovrà fondere sulla ricostruzione di una comunità chioccata da 40 anni e passa, dove non dovrebbero trovare più sede le avveniristiche illusioni rivoluzionarie o le infeconde parole civiche imperniate sulla rissa permanente della tossicità ad oltranza. O magari nuove candidature affette da vendette storiche di amministrazioni passate ora alla ricerca di una nuova verginità dopo i danni commessi, oppure assistere alla trasmigrazione del dibattito politico in inutili, biblistiche promesse in una città distrutta. O, peggio ancora, con la rivisitazione vittimistica di chi ha prodotto il peggio. E, ormai, una città presa della nuova criminalità organizzata dopo che è stato sconfitto il “familismo politico-amorale” che ha segnato la vita pubblica degli ultimi 40 anni. Ecco perché dovrebbe tornare a studiare Eboli la storica Gabriella Gribaudi, stavolta a cento anni e passa di trasformazione del Mezzogiorno, proprio con la rivisitazione contemporanea delle relazioni e familiari, dei rapporti delle forze politiche on la società locale, delle casualità tutt’altro che inedite per i veri microstorici.