Caso Roggero: Il presidente provinciale dell’AIGA di Salerno - Le Cronache Attualità
Attualità

Caso Roggero: Il presidente provinciale dell’AIGA di Salerno

Caso Roggero: Il presidente provinciale dell’AIGA di Salerno

di Erika Noschese

 

 

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere per l’omicidio di due rapinatori in fuga, continua a dividere l’opinione pubblica e la politica. Mentre infuria la polemica sull’ipotesi di un provvedimento di grazia – che ha richiesto l’intervento del Quirinale per ribadire le prerogative esclusive della Presidenza della Repubblica – il dibattito si scontra, spesso in modo confuso, con i confini giuridici della legittima difesa. Per analizzare la vicenda al netto degli slogan e misurare la posizione dell’avvocatura locale di fronte a un clima mediatico teso, abbiamo intervistato l’avvocato Vincenzo Coppola, presidente provinciale dell’AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) di Salerno.

Avvocato Coppola, la Cassazione ha escluso ogni forma di legittima difesa per Roggero. Eppure, una larga fetta del Paese lo difende a spada tratta. Da giurista, qual è l’argomentazione tecnica esatta – se esiste – a cui si aggrappa chi ritiene ci sia ancora spazio per un dibattito giuridico su un’azione avvenuta a rapina palesemente conclusa?

«Da un punto di vista strettamente tecnico-giuridico, non esistono argomentazioni solide a supporto di chi difende Roggero. A rapina ormai conclusa e con i malviventi in fuga all’esterno del negozio, mancavano totalmente i requisiti di attualità del pericolo.

Le videoriprese, che costituiscono un elemento probatorio decisivo, lo dimostrano chiaramente».

In molti cavalcano l’onda emotiva chiedendo di riscrivere ancora la legittima difesa. Al netto degli slogan politici, esiste un reale margine normativo per tutelare ulteriormente chi subisce un furto, senza di fatto legalizzare la giustizia fai-da-te?

«Non credo vi siano reali margini per un’ulteriore estensione della disciplina. La normativa vigente, anche a seguito delle riforme degli ultimi anni, offre già un’ampia tutela a chi reagisce per difendere la propria incolumità o quella altrui quando il pericolo è attuale e la reazione è necessaria. La legittima difesa non può prescindere da questi presupposti, perché altrimenti cesserebbe di essere uno strumento di tutela e diventerebbe uno strumento di punizione. L’uso della forza è consentito per difendersi, non per sostituirsi allo Stato nell’esercizio della funzione punitiva».

Sulla richiesta di grazia si è sfiorato lo scontro istituzionale. Il Presidente Mattarella è dovuto intervenire per ribadire che la clemenza è una prerogativa esclusiva del Colle, stoppando le intromissioni dell’esecutivo. È stato un atto dovuto per proteggere l’indipendenza della giurisdizione dalle pressioni di Governo?

«Non possiamo conoscere le ragioni che hanno determinato l’intervento del Presidente della Repubblica. Sul piano istituzionale, però, quel richiamo appare volto a ribadire che la grazia, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, costituisce una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. Non può essere utilizzata come uno strumento di revisione di una decisione giudiziaria, né deve diventare il terreno sul quale si trasferisce il dissenso politico rispetto a una sentenza».

La grazia non è un colpo di spugna: presuppone un ravvedimento e condizioni eccezionali. Considerato l’atteggiamento spesso rivendicativo di Roggero in questi anni, ci sono davvero i presupposti tecnici per questo provvedimento, o è un’illusione alimentata dal clamore mediatico?

«Credo sia ancora troppo prematuro valutare la sussistenza dei presupposti per la grazia. È necessario verificare se vi sarà un ravvedimento o, comunque, un percorso che Roggero potrà compiere in tal senso, sganciandosi e senza cavalcare l’onda del clamore mediatico».

Guardando alla nostra provincia e alla sua attività nei tribunali del salernitano, le è mai capitato di affrontare – direttamente o tramite colleghi – casi in cui la linea di demarcazione tra difesa legittima, eccesso colposo e omicidio volontario fosse altrettanto labile? Qual è stato l’esito in aula?

«Pur non essendo un penalista e non occupandomi direttamente di questo tipo di procedimenti, mi è capitato di ascoltare colleghi del foro salernitano che hanno seguito vicende nelle quali il confine tra legittima difesa, eccesso colposo e omicidio volontario era oggetto di un’attenta valutazione processuale. L’esito, però, dipende sempre dalle peculiarità del caso concreto. In materia di legittima difesa non esistono automatismi e la decisione è strettamente legata alla ricostruzione dei fatti e alla verifica della sussistenza dei presupposti, quali appunto l’attualità del pericolo, la necessità della reazione e la proporzione tra offesa e difesa. È su questi elementi che, nella pratica giudiziaria, si gioca la qualificazione giuridica della condotta».

Roggero aveva già subìto rapine violente in passato. In fase dibattimentale, quanto e come un avvocato può far pesare tecnicamente lo “stress post-traumatico” per mitigare l’elemento soggettivo del reato, senza che diventi un alibi automatico per aprire il fuoco?

«Per dimostrare l’esistenza dello stress post-traumatico è necessario farlo tramite rigorose perizie psichiatriche. Tecnicamente non serve a giustificare l’azione, ma a dimostrare che lo stress ha annullato la lucidità dell’imputato, trasformando la paura in un automatismo incontrollabile».

Da presidente dell’AIGA, quanto la preoccupa il fatto che una sentenza definita “tecnicamente ineccepibile” dagli addetti ai lavori venga bollata come vergognosa da figure istituzionali? Si rischia di delegittimare il lavoro dei magistrati agli occhi dei cittadini?

«Quando le istituzioni bollano come “vergognosa” una sentenza, si rischia di incrinare la fiducia dei cittadini nella giustizia, facendo passare il messaggio che le decisioni dei giudici debbano seguire l’umore della piazza o il consenso politico. Chi indossa la toga ha il compito di applicare rigorosamente le norme scritte. Sostituire la corretta interpretazione del diritto con la ricerca dell’approvazione popolare mina il principio di legalità e la separazione dei poteri».

Il diritto alla difesa si basa storicamente sulla proporzionalità tra offesa e reazione. Ha l’impressione che oggi l’opinione pubblica abbia smarrito questo principio, sostituendolo nei fatti con un presunto “diritto alla ritorsione”?

«Quando la rabbia e la paura prendono il sopravvento, l’opinione pubblica tende a giustificare la reazione come un “conto da saldare” per il torto subito.

Così facendo, però, si perde di vista il vero senso della legge, che permette di difendersi solo per fermare un pericolo in corso e non per vendicarsi quando ormai il fatto criminale è concluso».

In un clima così polarizzato, qual è il ruolo di una realtà come l’AIGA? Come si spiega a un commerciante impaurito che 14 anni di carcere non sono una follia del sistema, ma la semplice applicazione dello Stato di Diritto?

«Non percepisco un clima forcaiolo, quanto piuttosto un forte bisogno di chiarezza. L’AIGA ha un ruolo cruciale nel diffondere cultura giuridica e nello spiegare che lo Stato di Diritto protegge proprio quel confine invalicabile che separa la legittima difesa dalla giustizia privata».

Avvocato, per chiudere con una battuta: immagini un suo assistito nella stessa, drammatica frazione di secondo di Roggero, col dito sul grilletto fuori dal negozio mentre i rapinatori scappano. Qual è l’unica frase inequivocabile che gli urlerebbe per evitargli la galera?

«Giù quell’arma! Il pericolo è finito, la tua vita no. Quando i rapinatori scappano, il conto con la paura è chiuso e inizia quello con la legge. Premere il grilletto in quel secondo significa consegnare le chiavi della propria libertà a chi ti ha appena rapinato».