Un insospettabile negozio di telefonia in via Marconi, in centro a Bologna, secondo la Polizia era la base operativa di una organizzazione che avrebbe gestito un sistema per favorire l’ingresso illegale in Italia di stranieri, sfruttando il decreto flussi tramite contratti di lavoro fittizi e documenti contraffatti. L’operazione della squadra Mobile ha portato a otto misure cautelari emesse dal Gip Maria Cristina Sarli su richiesta del sostituto procuratore Tommaso Pierini che ha coordinato le indagini. In carcere sono finiti tre cittadini dello Sri Lanka, età fra i 51 e i 57 anni, mentre tre loro connazionali (fra cui la titolare del negozio di telefonia) e due italiani sono ai domiciliari, tutti con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’attività commerciale è stata posta sotto sequestro preventivo. Uno degli indagati risponde anche di usura ed estorsione ai danni di una connazionale. L’indagine è nata proprio dalla segnalazione della donna, che si era rivolta alla polizia per denunciare le minacce, a lei e ai familiari in patria, ricevute affinché restituisse, oltre al prestito di duemila euro necessario ad aiutare la madre in Sri Lanka, interessi con un tasso del 60% annuo. Gli accertamenti degli investigatori hanno portato al negozio di telefonia, facendo poi emergere il sistema illegale, che tra il 2022 e il 2025 avrebbe consentito l’ingresso di quasi un centinaio di stranieri, in gran parte dallo Sri Lanka, oltre che da Bangladesh e Marocco. Le vittime avrebbero pagato cifre fra 10 e 20mila euro per la gestione della pratica. Tra gli indagati ci sono anche coloro che, attraverso nulla osta presentati allo Sportello unico immigrazione sulla base di contratti fittizi riferiti a società di cui erano soci o amministratori, hanno di fatto favorito l’immigrazione illegale degli stranieri. Sono inoltre state riscontrate anomalie nelle dichiarazioni di ospitalità, con alloggi dichiarati per decine di lavoratori presso le sedi legali delle società coinvolte: in una risultavano abitare ben 139 persone. Dagli atti sono emersi infine contatti con un non meglio identificato “boss di Salerno”, che avrebbe fornito contratti di lavoro fasulli. La persona in questione non è stata al momento identificata






