Nessun ruolo di governo, nessuna scorta, nessun decreto-legge da sbandierare nei talk show. Stamattina, nell’aula magna dell’esame di Stato, i deputati e senatori salernitani si sono seduti ai banchi come semplici diciottenni, costretti a dividere lo spazio e le ansie della vigilia con una studentessa d’eccezione arrivata direttamente dai licei della Garbatella: una giovane Giorgia Meloni con lo zaino sulle spalle, gli occhi accesi di chi non vuole farsi soffiare il primato e nessuna intenzione di far copiare il proprio compito. In questo ipotetico ritorno al passato, le tracce della prima prova si sono trasformate nella prima, vera arena politica per la pattuglia salernitana a Roma, dove la coerenza ideale ha dovuto scontrarsi precocemente con le contraddizioni di territori d’origine troppo spesso dimenticati una volta varcato il Rubicone della Capitale. La studentessa Giorgia Meloni non ha perso un solo secondo. Ha agguantato la traccia di Frank Furedi sui confini e sul significato profondo delle frontiere, sviluppando un tema tutto incentrato sulla difesa dell’identità nazionale, sulla sovranità e sul rifiuto di una globalizzazione che cancella le radici. Una trattazione d’acciaio, coerente, priva di esitazioni morali, che ha finito per dettare la linea a tutta la sua futura squadra salernitana. Il giovane Edmondo Cirielli, seduto poco più in là, ha seguito la stessa identica scia, trasformando la traccia in un trattato di geopolitica globale degno del suo futuro ruolo agli Affari Esteri. Cirielli ha scritto che lo Stato esiste solo dove i confini sono certi, protetti e presidiati militarmente: un compito da dieci e l’elogio della commissione per la visione strategica, che però ha lasciato in bianco la pagina dedicata alla provincia di Salerno, considerata evidentemente un perimetro troppo microscopico per le mappe del futuro viceministro. La grandezza imperiale, insomma, ha oscurato le buche della sua terra natia. Sulla stessa sponda, il senatore Antonio Iannone ha declinato la traccia di Furedi in chiave di rigore istituzionale e difesa della Nazione contro i “barbari” delle autonomie differenziate altrui, firmando un testo patriottico che tuttavia oggi suona come un avvertimento: va bene blindare i confini del partito, ma occhio a non isolare Salerno dai flussi economici che contano. Imma Vietri ha preferito invece Mario Calabresi e il valore della fatica, celebrando il lavoro silenzioso delle commissioni e la dedizione assoluta alla causa, in attesa che quella fatica scolastica si traduca in infrastrutture materiali per il territorio salernitano, che di sola fedeltà alla linea rischia di deperire. Per completare il quadro dei sostenitori del governo, Giuseppe Bicchielli sceglie la traccia dedicata a Giuseppe Saragat e al ruolo dell’Assemblea Costituente, firmando un elaborato di chiara ispirazione democratica e liberale. Nel testo emerge una riflessione articolata sul valore delle istituzioni repubblicane e sull’importanza del delicato equilibrio tra i poteri dello Stato, individuato come uno dei pilastri fondamentali della democrazia italiana. Bicchielli valorizza il contributo della stagione costituente, sottolineando come il pensiero di Saragat abbia rappresentato un punto di riferimento per la costruzione di un ordinamento capace di coniugare libertà individuali, garanzie costituzionali e partecipazione democratica. L’elaborato evidenzia inoltre il ruolo centrale del Parlamento, della magistratura e degli organi di garanzia nel preservare l’equilibrio istituzionale e nell’assicurare il rispetto dei principi sanciti dalla Costituzione. Attraverso una lettura attenta e positiva dell’eredità lasciata dai Padri Costituenti, Bicchielli pone l’accento sulla necessità di difendere e rafforzare i valori democratici, interpretando il bilanciamento dei poteri non come un limite all’azione politica, ma come uno strumento essenziale per garantire stabilità, trasparenza e tutela dei diritti dei cittadini. Una scelta che contribuisce a delineare il profilo di un esponente attento alla cultura delle istituzioni e ai principi che sono alla base della democrazia repubblicana. Attilio Pierro si è rifugiato nella traccia scientifica di Bianucci sul “farsi capire”, complice anche la scelta recentissima di aderire a “Futuro Nazionale” con Vannacci, sostenendo che la politica debba parlare il linguaggio concreto dell’agricoltura e delle imprese balneari locali, un’ottima intenzione che purtroppo sbatte oggi contro la cronica carenza di fondi statali per i campi del salernitano. Nel frattempo, Mara Carfagna ha preferito la traccia di attualità sul concetto di “incanto” di Wenke Husmann. Il suo tema è stato una raffinata elegia sulla ricerca della bellezza, del decoro e della moderazione nella politica, una sorta di nostalgia precoce per un grande centro moderato che la commissione ha giudicato splendido nello stile ma politicamente isolato dal resto dell’aula, incapace di incidere sulla polarizzazione dei banchi. Sul versante opposto della classe, lo studente Piero De Luca ha risposto da primo della classe della sinistra riformista, scegliendo il discorso di insediamento di Saragat all’Assemblea Costituente. Il giovane De Luca ha firmato un tema fluviale e correttissimo sulla difesa della Costituzione, della Repubblica e del Mezzogiorno, scagliandosi contro ogni futura ipotesi di spaccatura del Paese. Una prosa fluida, intrisa di retorica meridionalista, che sconta però lo stesso limite che mostrerà da parlamentare: l’ottima difesa della carta costituzionale non basta se non si accompagna a una proposta di sviluppo economica fresca e slegata dalle vecchie logiche dinastiche del territorio. Il filone più radicale dell’opposizione ha visto Franco Mari (Alleanza Verdi e Sinistra) affrontare la traccia sull’incanto della natura con un taglio ecologista radicale e anticapitalista, denunciando le colpe del sistema sulle crisi climatiche locali; un compito coerente ma rimasto confinato nella pura testimonianza ideologica. Antonio D’Alessio (Azione) ha scelto Bianucci per esaltare il primato delle competenze tecniche sulla demagogia urlata, un testo serio che tuttavia ha scaldato poco i cuori dei professori per mancanza di empatia. Infine, il blocco del Movimento 5 Stelle si è compattato sui temi della giustizia sociale e del riscatto dei territori. Le studentesse Anna Bilotti e Felicia Gaudiano hanno svolto rispettivamente Brancati (sui legami generazionali e la difesa dei nuclei familiari più esposti) e Calabresi (sulla fatica dei cittadini delle periferie salernitane dimenticati dalle rotte romane). Compiti puliti, privi di errori ortografici e perfettamente allineati all’ortodossia del Movimento, che lasciano però aperta la vera sfida della loro maturità: capire come incidere concretamente sulle sorti di Salerno quando la maggioranza dei banchi a Roma appartiene alla ragazza della Garbatella. Al suono della campanella, la classe romana consegna i fogli alla commissione: per i parlamentari nostrani e per la stessa Meloni, l’esame sulle reali necessità del territorio campano resta drammaticamente aperto e privo di scorciatoie retoriche.





