Come avrebbe svolto la maturità la giunta De Luca? - Le Cronache Ultimora
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Come avrebbe svolto la maturità la giunta De Luca?

Come avrebbe svolto la maturità la giunta De Luca?

di Erika Noschese

Immaginate un prodigio spazio-temporale. Cancellate per un attimo le auto blu, le delibere e le conferenze stampa. Riportate l’orologio biologico della classe dirigente salernitana all’età dei diciott’anni, scaraventandoli tutti insieme, stamattina, all’interno di un’aula d’esame. Vocabolario sotto il braccio, due penne biro e la consapevolezza che la “maturità” – quella vera, amministrativa – sia ancora tutta da dimostrare. Se la giunta guidata da Vincenzo De Luca si fosse trovata ieri ad affrontare la prima prova in un ipotetico ritorno al passato, le tracce ministeriali sarebbero diventate il palcoscenico perfetto per anticipare sogni, vocazioni e, soprattutto, i futuri “orrori” delle loro deleghe. Una presa di coscienza tardiva, tra i banchi di scuola, per capire che un conto è riempirsi le tasche di voti, un altro è riempire le buche sull’asfalto. Il primo a consegnare, con tre ore d’anticipo e lo sguardo infastidito di chi deve spiegare l’ovvio a una commissione di analfabeti di ritorno, sarebbe stato lo studente Vincenzo De Luca. Per il futuro sindaco-sceriffo, la scelta è un obbligo morale: la traccia di Frank Furedi sui confini e sulle frontiere. Tra i banchi, il giovane De Luca avrebbe vergato un trattato nucleare contro il “cafonismo” intellettuale e la barbarie estetica. Nel suo tema, la frontiera diventa la linea Maginot che separa la civiltà della sua programmazione dal “nulla cosmico” rappresentato da sovraintendenze e burocrati parassitari. Con una prosa a metà tra un editto imperiale e un monologo di Crozza, il giovane Vincenzo avrebbe spiegato che l’unico confine accettabile è quello stabilito da lui medesimo. Una performance magistrale, certo, ma con un invito implicito alla sua futura coscienza: va bene blindare i confini del potere e della cultura alta, ma occhio a non isolarsi troppo dal mondo reale che, fuori dal perimetro, attende ancora risposte terra-terra. Al secondo banco, con le maniche rimboccate e l’aria di chi non ha tempo da perdere in filosofie, il futuro vicesindaco Giovanni (Nino) Savastano avrebbe agguantato la traccia di Mario Calabresi sul valore della fatica e sull’alzarsi all’alba. Savastano, uomo del fare per definizione storica, avrebbe buttato giù un saggio d’assalto. Niente chiacchiere vane al vento, niente promesse da marinai o mozioni di commissioni consiliari che negli ultimi cinque anni hanno millantato miracoli a parametro zero, sperando di fare sport con il portafogli altrui. Il giovane Nino avrebbe profetizzato la sua futura missione: prendere per i capelli un ambito – lo sport e le politiche giovanili – ridotto a un lumicino e rinvigorirlo a suon di fatti, non di relazioni programmatiche. La commissione d’esame avrebbe apprezzato la grinta, ma il tema di maturità serve anche a ricordargli che la fatica più grande sarà proprio quella di far dimenticare il deserto degli anni passati. L’alba è sorta, ora servono i fatti. Chi invece si sarebbe mossa con assoluta autorevolezza scientifica è Pasqualina (Paky) Memoli. Di fronte alla traccia di Piero Bianucci sulla necessità di “farsi capire” quando si parla di scienza, la futura dottoressa avrebbe vergato un bignami di medicina territoriale e prevenzione sanitaria impeccabile. Quando la professionalità c’è, si vede anche a diciott’anni. La studentessa Memoli avrebbe spiegato che la salute non è un algoritmo e che la medicina deve scendere in strada, tra la gente, con un linguaggio chiaro ed empatico. Un compito da dieci e lode, che però oggi suona come un promemoria per l’assessore: la teoria era eccellente, ma la sanità sul territorio ha bisogno di una terapia d’urto quotidiana, non solo di ottime diagnosi sulla carta. Incomprensioni linguistiche che avrebbe affrontato invece Gaetana Falcone, decisa a svolgere la stessa traccia sulla divulgazione ma applicata alla Pubblica Istruzione. Il suo tema avrebbe analizzato il cortocircuito comunicativo tra istituzioni e mondo della scuola. Un bell’esercizio di stile, utilissimo per ricordarle, cinquant’anni dopo, che per rinvigorire i plessi scolastici di Salerno non bastano i programmi ministeriali, ma serve una comprensione profonda (e rapida) dei bisogni materiali di studenti e famiglie. L’autentico capolavoro del surrealismo logistico sarebbe stato però il tema di Rocco Galdi. Attratto dalla medesima traccia sui confini e sulla libertà di movimento della globalizzazione, il futuro assessore alla mobilità avrebbe sviluppato una tesi geometrica sulla fluidità dei trasporti. Un ossimoro vivente. Il giovane Galdi avrebbe scritto di flussi costanti e mobilità alternativa mentre, per ironia della sorte, il suo banco continuava a traballare. Leggere oggi quel tema fa quasi sorridere (o piangere): il “ragazzo” ha fatto il pieno di consensi, d’accordo, ma sulla mobilità sostenibile e sul trasporto pubblico locale sembra rimasto fermo alla stazione di partenza. Tra cantieri aperti come ferite di guerra ed esplorazioni archeologiche sull’asfalto delle strade cittadine, il Galdi adolescente avrebbe dovuto comprendere che la “libertà di movimento” non significa costringere i salernitani a un percorso a ostacoli quotidiano. Si resta in attesa di un esame di riparazione, soprattutto per le strade. Non meno tormentato il compito di Dario Loffredo. Affascinato dai versi di Cesare Pavese su Piazza di Spagna, il futuro assessore all’urbanistica avrebbe celebrato la bellezza millenaria degli spazi urbani. Un testo poetico, quasi romantico, se non fosse che la realtà ha brutalmente superato la fantasia letteraria. Se il diciott’anni Loffredo avesse potuto dare uno sguardo al futuro Corso Vittorio Emanuele, avrebbe stracciato il foglio. Altro che l’incanto di Pavese: qui siamo alle prese con il dramma dei commercianti imbestialiti, costretti a chiudere i battenti a tempo indeterminato o a vedere le entrate ridotte al lumicino a causa di ritardi stratosferici nel restyling. La maturità di Loffredo sarebbe dovuta passare da qui: capire che l’urbanistica è un cantiere che deve finire prima che la città fallisca, senza limitarsi alla “richiesta di un piccolo sacrificio” che perdura da tanto, troppo tempo per chi ha investito in una zona clou della propria città. Sulla traccia dell’incanto della natura si sarebbero infine scontrati Alessandro Ferrara e Massimiliano Natella. Il primo, futuro assessore al turismo, avrebbe dipinto il Golfo di Salerno come un paradiso terrestre capace di generare stupore e ricchezza. Un’ode alla bellezza che, purtroppo, non si trasforma automaticamente in posti letto e flussi turistici organizzati se manca una strategia di marketing territoriale degna di questo nome. Il secondo, Massimiliano Natella, avrebbe affrontato il tema con un taglio ecologista encomiabile per un ragazzo che, dopotutto, “non è del mestiere”. Il giovane Natella avrebbe commosso la commissione parlando di transizione ecologica e cura maniacale del verde pubblico. Per Natella, l’invito alla maturità verde è un imperativo: lo stupore per la natura è bello, ma un servizio che funziona è decisamente meglio. Sul fronte dell’analisi sociale, la studentessa Paola De Roberto si sarebbe fiondata sulla prosa di Vitaliano Brancati. Le riflessioni dell’autore sui legami generazionali e sulla memoria intima avrebbero fornito alla futura assessore alle politiche sociali il pretesto perfetto per un’analisi accorata sul welfare di prossimità. De Roberto avrebbe scritto un tema incentrato sulla necessità di non spezzare mai il filo della solidarietà tra anziani e giovani, trasformando la letteratura in un manifesto politico-sociale precoce. Un compito lineare, che però oggi suona come una strigliata alla sua stessa gestione: va bene la centralità dei legami, ma a Salerno le politiche sociali hanno un disperato bisogno di uscire dalle secche della precarietà dei servizi, passando dalle enunciazioni di principio all’assistenza reale e tempestiva per le famiglie in difficoltà. La memoria va bene, ma il presente morde. Al suono della campanella, la giunta salernitana avrebbe consegnato i fogli protocollo alla commissione. Esaminati oggi, quei temi non sono più una prova scolastica, ma una gigantesca chiamata alla responsabilità. Salerno, per stessa ammissione del primo cittadino, ha finito il tempo delle giustificazioni. Un fallimento che i cittadini non meritano e sul quale è doveroso pretendere risposte chiare e concrete.