A Mercato San Severino c’è un castello che appartiene alla storia, al paesaggio e alla memoria collettiva. Ma, da qualche anno, sembra appartenere soprattutto a chi ne possiede le chiavi. Il Castello dei Sanseverino, uno dei complessi fortificati più estesi e significativi dell’Italia meridionale, domina la Valle dell’Irno con i suoi resti imponenti, le sue mura, i suoi ambienti medievali, le sue stratificazioni archeologiche. È un bene pubblico, un patrimonio che dovrebbe essere custodito, valorizzato e reso fruibile alla comunità. Eppure, oggi, attorno al castello si consuma un paradosso che merita più di una spiegazione. Da anni, infatti, una parte rilevante del complesso risulta chiusa da cancelli metallici. Ambienti storici, percorsi interni, passaggi e spazi di grande valore non sarebbero liberamente accessibili ai cittadini. La motivazione, ripetuta nel tempo, è quella della tutela: proteggere il sito da vandalismi, danneggiamenti, ingressi impropri, rischi per la sicurezza. Una ragione che, in astratto, può anche apparire comprensibile. Nessuno pretende che un monumento venga lasciato senza controllo o esposto all’incuria. Il problema è che la tutela, quando diventa chiusura permanente, smette di essere tutela e comincia ad assomigliare a una sottrazione. Proteggere un bene culturale non significa trasformarlo in un recinto. Conservare un monumento non vuol dire impedirne la fruizione per anni. E mettere un cancello davanti alla storia non può diventare la soluzione amministrativa a ogni difficoltà. Il caso diventa ancora più singolare quando si scopre che quel castello chiuso non è sempre chiuso. Per il cittadino che voglia visitarlo liberamente, l’accesso ad alcuni ambienti può risultare impossibile. Ma in occasione di visite guidate, scolaresche, gruppi organizzati o iniziative culturali, le porte del maniero tornano ad aprirsi. Il bene, insomma, appare interdetto alla fruizione ordinaria, ma disponibile per percorsi accompagnati. Chiuso per alcuni, accessibile per altri. Pubblico nella definizione, selettivo nella pratica. È qui che la vicenda assume un rilievo giornalistico e amministrativo. Perché, secondo quanto emerso, una realtà associativa locale avrebbe la disponibilità delle chiavi e organizzerebbe visite guidate all’interno del complesso. Nulla di illecito, in linea di principio, se tutto avviene dentro una cornice chiara: atti pubblici, convenzioni, autorizzazioni, regolamenti, assicurazioni, tariffe, rendicontazioni. Le associazioni culturali possono essere una risorsa preziosa per i territori, soprattutto quando contribuiscono alla conoscenza e alla valorizzazione di luoghi che altrimenti rischierebbero l’abbandono. Ma proprio perché il bene è pubblico, le regole non possono essere affidate alle consuetudini, ai rapporti informali o alla buona volontà dei singoli. Servono atti. Servono procedure. Serve trasparenza. Ad oggi, almeno sulla base degli elementi finora raccolti, non risulterebbe facilmente individuabile un provvedimento pubblico che chiarisca a quale titolo sia stata affidata la disponibilità delle chiavi, chi abbia la responsabilità degli accessi, chi organizzi formalmente le visite e quale sia la destinazione degli eventuali contributi richiesti ai partecipanti. Non risulterebbero, allo stato, una convenzione pubblicamente consultabile, un bando, una determina o un regolamento capace di spiegare in modo compiuto il rapporto tra Comune, associazione e gestione del sito. Se le carte esistono, il Comune può sciogliere ogni dubbio in pochi minuti: basta pubblicarle. Se invece non esistono, allora il problema non è chi fa le domande, ma chi ha consentito che un bene collettivo venisse amministrato attraverso una prassi poco leggibile. La questione economica, poi, è tutt’altro che secondaria. Le visite guidate sarebbero a pagamento, o comunque prevederebbero un contributo. Anche questo, di per sé, non rappresenta uno scandalo. La cultura ha costi, le guide possono essere retribuite, le associazioni possono sostenere spese. Ma quando il luogo visitato è un bene pubblico, occorre sapere chi incassa, con quale titolo, con quali ricevute, con quale rendicontazione e se una parte delle somme venga destinata al Comune o reinvestita nella manutenzione del castello. Sono domande semplici, persino elementari. E proprio per questo diventano pesanti se restano senza risposta. Chi stabilisce il costo delle visite? Chi autorizza gli accessi? Chi controlla? Esiste un registro? Esistono rendiconti? Le somme sono tracciate? Il Comune percepisce qualcosa? Altre associazioni del territorio hanno avuto la possibilità di partecipare alla gestione o alla valorizzazione del sito con pari condizioni? Oppure, nel silenzio degli atti, si è creato un rapporto privilegiato con un solo soggetto? Il Codice dei beni culturali non considera la valorizzazione un’attività da improvvisare. I beni culturali appartenenti agli enti pubblici devono essere tutelati, certo, ma anche resi fruibili. La fruizione pubblica non è un favore dell’amministrazione: è parte della funzione stessa del bene. E quando un Comune decide di coinvolgere soggetti esterni nella gestione o nella valorizzazione, deve farlo attraverso strumenti trasparenti, verificabili, aperti e rispettosi della natura pubblica del patrimonio. Il punto, dunque, non è criminalizzare chi organizza visite o chi prova a raccontare il castello. Il punto è esattamente l’opposto: evitare che la valorizzazione diventi una gestione di fatto riservata a pochi. Perché un bene culturale pubblico non può essere aperto a intermittenza, né può dipendere dalla disponibilità di un’associazione, di un referente o di una chiave custodita fuori da un quadro amministrativo chiaro. C’è poi il tema materiale dei cancelli. Se sono stati installati su strutture murarie vincolate o in aree di interesse archeologico, occorre sapere se l’intervento sia stato autorizzato dagli organi competenti e con quali prescrizioni. Un cancello su un bene storico non è un dettaglio da ferramenta. È un intervento su un manufatto tutelato. Può essere necessario, ma deve essere motivato, autorizzato e proporzionato. Anche in questo caso la domanda è semplice: chi ha autorizzato l’installazione e su quali basi? Il risultato, oggi, è quello di un monumento vissuto a metà. Da una parte il castello celebrato nei discorsi pubblici, nelle iniziative culturali, nella retorica dell’identità locale. Dall’altra il castello chiuso, sbarrato, sottratto alla visita spontanea, accessibile solo attraverso canali non sempre evidenti. Ambienti come la cisterna palaziale, la cappella comitale, la cripta, l’ingresso nord e altri spazi del complesso risulterebbero non liberamente fruibili. Non dettagli marginali, ma parti essenziali del racconto storico del sito. Un castello visitabile a metà è un castello raccontato a metà. E un bene raccontato a metà, col tempo, diventa un bene dimenticato.Il rischio più grande, infatti, non è soltanto la chiusura fisica. È l’abitudine alla chiusura. Il cittadino passa, vede il cancello, rinuncia. Dopo anni, ciò che era provvisorio diventa normale. L’eccezione si trasforma in regola. E il patrimonio pubblico smette di essere vissuto come un diritto collettivo. Per questo la vicenda del Castello di Mercato San Severino non può essere liquidata come una polemica locale. Qui si intrecciano tutela, trasparenza, gestione amministrativa, valorizzazione culturale e uso di un bene pubblico. Non basta dire che il castello viene protetto. Bisogna spiegare perché è chiuso, da quanto tempo, con quali atti, con quale prospettiva di riapertura e a quali condizioni viene invece aperto per le visite guidate. Il Comune ha il dovere di chiarire. Deve dire chi possiede le chiavi, a quale titolo, con quali responsabilità. Deve spiegare se esiste una convenzione con l’associazione che accompagna i visitatori. Deve rendere noto se vi siano contributi o pagamenti, chi li incassi e come vengano rendicontati. Deve chiarire se l’installazione dei cancelli sia stata autorizzata dalla Soprintendenza e se esista un piano per garantire la fruizione ordinaria del sito. Non servono slogan sulla cultura. Servono documenti. Non servono post celebrativi sul castello. Servono orari, regole, atti pubblici, controlli e pari opportunità per cittadini e associazioni. Il Castello dei Sanseverino non è una proprietà privata, almeno non sulla carta. Ma un bene pubblico può diventare privato nei fatti quando l’accesso è ristretto, quando le chiavi sono nella disponibilità di pochi, quando le visite seguono canali non trasparenti e quando gli eventuali incassi non sono spiegati alla comunità. La privatizzazione di fatto non ha bisogno di un rogito. A volte basta un cancello. Una chiave. Un silenzio amministrativo prolungato abbastanza da sembrare normalità. Ora quel silenzio va interrotto. Il castello appartiene ai cittadini di Mercato San Severino. Appartiene alla loro storia, alla loro memoria, alla loro identità. Se è pericoloso, venga chiuso per tutti, messo in sicurezza e riaperto. Se è visitabile, venga aperto con regole uguali per tutti. Se le visite sono affidate a un soggetto esterno, si pubblichino gli atti. Se ci sono incassi, si dica dove finiscono. Perché la cultura non si chiude a chiave. E un bene pubblico non può vivere sotto forma di concessione privata, favore occasionale o accesso selettivo. Il Castello dei Sanseverino deve tornare a essere ciò che è: patrimonio della comunità. Non un luogo per pochi, ma un bene di tutti.
Carmine Rosamilia





