Guerra dei campi, a Salerno rischio racket - Le Cronache Ultimora
Cronaca Ultimora

Guerra dei campi, a Salerno rischio racket

Guerra dei campi, a Salerno rischio racket

Il quadruplice omicidio di Amendolara, dove quattro giovanissimi braccianti agricoli sono stati bruciati vivi all’interno di un’auto, ha riacceso i riflettori sulla ferocia dello sfruttamento nelle campagne e sull’esistenza di dinamiche criminali che vanno ben oltre la semplice intermediazione di manodopera. Davanti a una violenza di stampo quasi mafioso, l’intero comparto agricolo del Mezzogiorno si interroga sulla tenuta dei propri sistemi di vigilanza e sulla capacità di arginare le infiltrazioni illegali. La provincia di Salerno, guidata da distretti d’eccellenza come la Piana del Sele, rappresenta uno dei poli agricoli più importanti d’Italia e, per questa ragione, un osservatorio cruciale per comprendere il confine tra economia legale e zone grigie. Antonio Costantino, presidente provinciale di Confagricoltura Salerno, analizza lo stato dell’arte del lavoro sommerso nel territorio, le storture della filiera e le risposte necessarie per evitare che simili tragedie possano replicarsi nei campi salernitani.

Presidente, la tragedia di Amendolara mostra una violenza di stampo quasi mafioso, una vera e propria “guerra dei campi”. Quanto siamo distanti, nel territorio salernitano, dal rischio che l’intermediazione illecita si trasformi in un sistema di racket violento e punitivo per il controllo di prezzi e braccia?

«La vicenda di Amendolara impone una riflessione seria anche a chi, come noi, rappresenta un territorio agricolo importante come quello salernitano. Ogni area ha caratteristiche proprie, ma quando l’intermediazione illecita del lavoro diventa organizzata e condiziona il rapporto tra domanda e offerta di manodopera, il rischio è reale e non va sottovalutato. In provincia di Salerno va evitata ogni generalizzazione, perché la grande maggioranza delle aziende agricole opera nel rispetto delle regole. Ma proprio per difendere questo tessuto sano bisogna dire con chiarezza che dove c’è sfruttamento, lavoro nero e intermediazione illegale si colpisce non solo il lavoratore, ma anche l’immagine dell’intero comparto. Il nostro compito è impedire che singoli episodi si trasformino in sistema. Per questo servono controlli mirati, semplificazione per le imprese regolari, canali legali di ingresso più efficienti e una collaborazione costante tra istituzioni, associazioni e forze dell’ordine».

Quali sono i reali ostacoli burocratici o economici che frenano gli imprenditori salernitani dall’iscriversi, e in che modo Confagricoltura isola chi sfrutta il lavoro nero?

«La Rete del Lavoro Agricolo di Qualità nasce con una finalità condivisibile: distinguere e premiare le aziende che lavorano correttamente. Però, nella realtà di tanti imprenditori agricoli della provincia, viene ancora percepita come un passaggio burocratico in più, non come uno strumento realmente utile. Le aziende agricole, soprattutto quelle medio-piccole, sono già schiacciate da obblighi e controlli. Se uno strumento vuole premiare la legalità, deve essere semplice, accessibile e riconosciuto dal mercato. La sfida è fare della Rete del Lavoro Agricolo di qualità uno standard unico e autorevole, capace di superare la giungla di attestazioni imposte da enti diversi e di diventare una certificazione globale dell’azienda agricola. Solo così la legalità smette di essere un peso burocratico e diventa un valore riconosciuto e premiale. Noi sosteniamo ogni percorso che valorizzi le imprese corrette, ma non accettiamo che la mancata iscrizione alla Rete diventi automaticamente un marchio di sospetto. La legalità si misura sui comportamenti, non solo sulle iscrizioni formali. Il nostro impegno è chiaro: accompagnare le aziende verso trasparenza e qualificazione e, allo stesso tempo, isolare chi pensa di competere comprimendo i diritti dei lavoratori. Chi sfrutta il lavoro danneggia i lavoratori, ma anche gli imprenditori onesti».

Fino a che punto il ricorso ai lavoratori non in regola è una scelta di puro profitto criminale del singolo e quanto, invece, è il sintomo di una filiera strozzata dalla GDO, in cui il costo del lavoro è l’unica variabile comprimibile per non fallire?

«Il lavoro irregolare non è mai giustificabile. Su questo dobbiamo essere netti. Lo sfruttamento non può diventare la risposta alle difficoltà economiche delle imprese. Chi vive ogni giorno i campi sa bene quanto oggi sia forte la pressione sui prezzi. In molte produzioni del nostro territorio, ai costi del lavoro si sommano quelli dell’energia, dei trasporti e della logistica, mentre il margine per le imprese si restringe sempre di più. Quando la filiera è squilibrata, l’anello più debole rischia di essere proprio l’impresa agricola. Ma la soluzione non può essere scaricare il problema sui lavoratori: serve una filiera più equa, che riconosca al produttore il valore reale del lavoro regolare. Per questo archiviamo con chiarezza che la battaglia contro il caporalato deve andare di pari passo con quella contro le pratiche commerciali sleali. Non si può chiedere legalità a valle se a monte si continua a comprimere il valore del lavoro agricolo».

Quali differenze riscontrate a Salerno nella gestione di lavoratori extracomunitari e comunitari, e quali tutele specifiche servono per evitare che la fine dei contratti stagionali scarichi queste persone nelle mani dei caporali?

«I lavoratori extracomunitari sono spesso più vulnerabili perché dipendono da permessi, procedure del Decreto Flussi e tempi amministrativi. Quando i canali legali non funzionano con rapidità, il rischio di sfruttamento cresce. Anche i lavoratori comunitari, però, non sono automaticamente protetti. Possono diventare fragili quando dipendono da intermediari informali per lavoro, alloggio, trasporto e informazioni. La vera fragilità nasce quando il lavoratore non ha accesso diretto all’impresa, ai servizi e ai propri diritti. È in quel vuoto che si inserisce il caporale. Per questo servono canali regolari di incontro tra domanda e offerta, più informazione ai lavoratori, sostegno alle imprese che assumono correttamente e soluzioni territoriali su trasporti e alloggi. Nelle aree agricole della provincia questi aspetti sono decisivi: se lo Stato non presidia questi spazi, qualcuno li occupa in modo illegale».

Ci sono stati casi recenti in provincia in cui avete segnalato anomalie o collaborato al blocco di gravi situazioni di sfruttamento?

«Confagricoltura promuove da sempre il rispetto delle norme, dei contratti e della dignità del lavoro. Non ci sostituiamo agli organi ispettivi, ma abbiamo il dovere di orientare, assistere e responsabilizzare le imprese associate. La vigilanza più efficace è quella che previene: consulenza corretta, assistenza nell’applicazione dei contratti, informazione sugli obblighi e accompagnamento nelle procedure di assunzione. Quando emergono situazioni anomale, vanno affrontate con serietà e senza difendere l’indifendibile. Chi opera fuori dalle regole danneggia il nome dell’agricoltura salernitana, mette in difficoltà le imprese corrette e indebolisce un comparto che per molti territori della provincia rappresenta lavoro, economia e identità. La linea è chiara: tutela piena delle imprese sane, nessuna copertura per pratiche illegali, nessuna ambiguità verso chi infanga il nome dell’agricoltura salernitana».

Ritiene che legare indissolubilmente il marchio del prodotto salernitano alla tracciabilità etica del lavoro possa essere un deterrente efficace, o c’è il rischio che diventi solo un’operazione di facciata che non scalfisce l’economia sommersa?

«La tracciabilità etica del lavoro può essere uno strumento molto utile, ma solo se non resta uno slogan. Legare la qualità del prodotto alla qualità del lavoro è una sfida giusta e moderna. Digitalizzazione, blockchain e sistemi di tracciabilità possono aiutare, ma non sono una bacchetta magica. Se diventano strumenti costosi o solo promozionali, rischiano di produrre belle etichette e pochi risultati reali. La sfida è costruire modelli semplici, verificabili e accessibili anche alle piccole e medie imprese. Le produzioni identitarie del Salernitano, dall’ortofrutta alle altre eccellenze del territorio, possono rafforzare la propria reputazione se accanto alla tracciabilità del prodotto si afferma anche quella del lavoro. Ma deve essere una scelta seria: controllabile, sostenibile e condivisa dalla filiera. Altrimenti la tracciabilità resterà solo comunicazione, mentre il territorio ha bisogno di strumenti credibili che premino davvero chi rispetta le regole».

Se dovesse fare una richiesta immediata a Governo e Regione per evitare che il Salernitano viva una sua “Amendolara”, punterebbe sui flussi legali, su una sanatoria o su un piano pubblico di trasporti e alloggi per sottrarre il welfare ai caporali?

«Se devo indicare una priorità, dico che non basta una sola misura: serve un piano integrato. I flussi d’ingresso legali devono essere più rapidi, realistici e coerenti con i fabbisogni delle imprese agricole. Allo stesso tempo bisogna intervenire su trasporti e alloggi, perché il caporale spesso controlla non solo il lavoro, ma anche il passaggio, il posto letto e le informazioni. Se questi servizi non vengono presidiati, qualcuno li occupa al posto dello Stato. Sulle regolarizzazioni bisogna parlare con equilibrio, senza slogan. Il punto non è premiare l’irregolarità, ma evitare che persone già presenti sul territorio restino invisibili e quindi ricattabili. La richiesta a Governo e Regione è semplice e netta: procedure d’ingresso più efficienti, collocamento agricolo funzionante, trasporti dedicati, alloggi dignitosi, controlli mirati e premialità per le imprese regolari. Sono misure che in un territorio agricolo vasto e strategico come quello salernitano non possono più essere rinviate».   er.no.