Addio a Peppino Gargani campione del garantismo - Le Cronache Ultimora
Ultimora Campania

Addio a Peppino Gargani campione del garantismo

Addio a Peppino Gargani campione del garantismo

Antonio Manzo

“Il cuore, il cuore” diceva Peppino Gargani abbracciando l’amico che gli esprimeva cordoglio ma sussurrando le parole nel dolore dei funerali per la sua amata moglie Paola Tesauro che lui aveva perso per una infarto. E da quel giorno, Peppino ha smesso di vivere fino ad ieri mattina quando anche per lui la morte causata dal “cuore, il cuore” ha messo fine alla sua esistenza terrena. Ora Peppino carissimo i tuoi amici, i democristiani, gli ex parlamentari, tuoi amici di una vita, piangono e si disperano, mai a comprendere che il tuo stile umano era portato sempre a ricomporre i conflitti non mascherando le idee ma perché trionfasse il bene comune per l’uomo. Quando Peppino Gargani, per innata propensione all’unità dell’amicizia, si inventò perfino una presunta suddivisione dei compiti per la guida di una fantasiosa associazione dei “Cuori d’oro” . E chiese, con ironica maestria, chiese a Paolo Cirino Pomicino di voler cedere la presidenza per un suo amico che aveva risolto un grave problema cardiaco con un importante intervento cardiochirurgico. E Gargani, per sostenere l’indicazione del suo amico, disse a Paolo Cirino Pomicino che doveva fare un passo indietro perché era stato superato nel dramma chirurgico poi felicemente andato bene. Tutti giù a ridere conciando parole nello scherzo per il “potere”. Paolo, irriducibile in ogni trattativa come ben lo conosceva Peppino, subito replicò: “Ma io rispetto a tuo amico vanto anche il record di un trapianto di cuore a Pavia”. E Gargani rispose: “Allora tu sarai presidente emerito, e il mio amico presidente effettivo” ribattè a Paolo Cirino Pomicino con la sua naturale propensione a chiudere con un “lodo” ogni vertenza, Peppino Gargani era questo, passione politica, rigore morale, onestà intellettuale. E’ stato un garantista nella vita politica, per tutelare sempre i diritti delle persone ma anche il prestigio delle Istituzioni. Ora si sprecheranno i “coccodrilli” che ricordano l’intenso lavoro parlamentare di Gargani con la Dc, il Partito Popolare Italiano, il Partito Popolare Europeo, i ruoli istituzionali di Governo e l’ultimo incarico di presidente degli ex parlamentai italiani. Ma saranno davvero in pochi a ricordarlo con parole fedeli e penetranti e fare seguire ad esso una selezione accurata del suo impegno politico. Per tre convergenti ragioni: la singolarissima vicinanza personale con Ciriaco De Mita; le strette affinità ideali dei cosiddetti “valanzini” cioè gli uomini pubblici della Dc irpina e nazionale; la qualità, insieme ai suoi amici di vita, che gli dava modo di inscriversi dentro il loro tempo e, segnatamente, a cavallo tra primo e secondo tempo della Repubblica. Di più: di leggere la grandezza e le sconfitte di Peppino Gargani come un caso serio e irrisolto della lunga transizione democratica italiana tuttora in corso. La lezione di Gargani di natura etico-politica, si è dipanata lungo molteplici assi: il nesso tra ispirazione cristiana, autonomia della politica e laicità delle istituzioni; il valore umano dello Stato; il rapporto tra liberazione umana e regole della libertà; un realismo cristiano di marca agostiniana consapevole e pensoso del peso del male nella vita e nella storia degli uomini che, al più, la politica può applicarsi a limitare; il valore genuinamente politico della mediazione e della mitezza (nel solco di Sturzo); la «melanconia della democrazia», cioè la sua crisi specie di natura spirituale e morale che lui ha voluto combattere. Un cattolicesimo più liberale che democratico, in quanto singolarmente sensibile alle ragioni della libertà e delle sue regole, nonché a motivo della sua naturale (non artificiosamente e meno che mai presuntuosamente ostentata) vena aristocratico-elitaria. Gargani nella Democrazia Cristiana e nel Paese ha sempre rifiutato la ricorrente metafora del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica – oggi tanto enfatizzata – con i segni di un oggettivo cambiamento o le allegorie interessate di chi vuole dimostrare che adesso la politica è migliore. E ha dimostrato che l’enfasi dichiarata in ordine alla Seconda Repubblica come “alternativa” alla prima è stata assolutamente falsa e non condivisibile. Per la verità molto spesso Gargani sosteneva che quando enfatizziamo la Seconda Repubblica non parliamo di qualcosa di nuovo ma della decadenza del vecchio senza alcun profilo di vera novità istituzionale e politica per la quale – a seconda dei giorni – si dichiara che il bipartitismo e il bipolarismo non è l’ostacolo o lo strumento ma è addirittura il grande obiettivo da raggiungere. Per Peppino Gargani la politica non ha avuto più gli strumenti culturali, l’umiltà morale, le ambizioni civili e anche perché ha partecipato alla situazione di crisi degli Stati nazionali, delle derive sociali e della globalizzazione. Gargani ha parlato sempre di “moderazione”, ma è stato sempre piuttosto reattivo quando sentiva parlare chi pretendeva di rappresentare i moderati. Perché è la politica che li modera per Peppino Gargani ma questa moderazione nella politica non la raggiungi se non ti muovi sul terreno della scelta culturale piuttosto che su quello della soddisfazione degli interessi immediati. Del resto già Sturzo distingueva tra “moderatismo” e “moderazione” e possiamo dire che il primo sta all’altra come l’impotenza sta alla castità. Il dibattito politico si accendeva di toni conflittuali, si cercavano colpe e colpevoli, si demonizzava l’avversario, la frammentazione personalizzava il confronto, a cominciare dai simboli stessi dei partiti. E tutto questo era l’opposizione di Gargani ai tempi nuovi, con la politica urlata sempre più lontana dalla sensibilità della gente, fino a molta sfiducia e disaffezione. Ma è sul terreno della giustizia che Peppino Gargani ha espresso il meglio della cultura garantista, fin dai tempi della opposizione alle leggi speciali contro la criminalità e il terrorismo oppure per Mani Pulite da lui fortemente avversata non per la repressione di fenomeni corruttivi ma per la semplicità con la quale si traeva dal reato di finanziamento illecito materia per stroncare la corruzione. Questi fenomeni criminali, secondo Gargani, rivelano la vera anima inquieta e giustizialista dei movimenti che sono al governo per costruire una società aggressiva che cerca il colpevole a tutti costi (anche ad esempio con i cosiddetti agenti provocatori, veri e propri professionisti della ricerca del reato anche dove non c’è) per cui la “presunzione di colpevolezza“ che ne deriva rende l’uomo succube della giustizia. Si presume la colpa e si vuole impedire al reo di reinserirsi nella società; questo non solo per reati gravi ma per qualunque trasgressione, per reati minori perché facilmente strumentalizzabile nell’immaginario collettivo. È il caso ad esempio dei reati dei “colletti bianchi” e quelli contro la pubblica amministrazione, facile cavallo di battaglia per qualsiasi rottamatore e portatore di falso cambiamento individuato scientificamente da Peppino Gargani. Al di là delle valutazioni giuridiche Gargani ha sempre rilevato un aspetto umano allarmante che disgrega la società: si vuole una comunità senza solidarietà dove l’individualismo e l’egoismo distruggono i valori dello stare insieme. Sul piano giuridico e costituzionale questa proposta è aberrante. La lezione politica che lascia Peppino Gargani è quella che il garantismo è una parola che viene interpretata come sinonimo di lassismo e invece garantismo è la ricerca di un equilibrio tra diritti e doveri rapportati alle regole dello Stato di diritto e al rispetto delle istituzioni, e alla divisione dei poteri. Grazie Peppino Gargani. A Dio con tante preghiere.