di Erika Noschese
Nella mattinata di ieri, il rumore sordo dei mezzi meccanici e il bagliore delle luci d’emergenza hanno riportato l’attenzione dei residenti di via Salvatore Calenda su una ferita che si sperava rimarginata. Gli operatori di Salerno Sistemi sono dovuti intervenire d’urgenza in un punto che appare quasi beffardo nella sua precisione geografica: a soli cinquanta centimetri di distanza da quel tratto di carreggiata che, soltanto lo scorso febbraio, era stato oggetto di un cantiere durato dieci giorni dopo un preoccupante cedimento. Quello che doveva essere un ripristino definitivo si è rivelato, alla prova dei fatti, poco più di un fragile cerotto applicato su una struttura urbana che sembra reclamare attenzione a ogni pioggia o vibrazione pesante. L’intervento iniziale di Salerno Pulita aveva alimentato una timida speranza di risoluzione rapida, ma il calare del sole nella giornata di ieri ha portato con sé conferme ben meno rassicuranti. Le ispezioni tecniche hanno evidenziato la necessità di ulteriori e più approfonditi controlli, trasformando un’operazione di routine in un nuovo piccolo calvario per la viabilità della zona. Il risultato visivo e pratico di questa ennesima emergenza è il consueto scenario che i salernitani hanno imparato a conoscere fin troppo bene. L’area interessata è stata perimetrata con una selva di paletti e chilometri di nastro segnaletico bianco e rosso, quello strumento polivalente che in città sembra aver assunto il ruolo di panacea per ogni male, fungendo contemporaneamente da avviso, transenna e, nelle intenzioni più ottimistiche, da salvavita per automobilisti e pedoni distratti. Per consentire il passaggio dei veicoli in entrambi i sensi di marcia su una carreggiata ormai mutilata, è stato istituito il divieto di sosta sul lato opposto della strada. Una decisione inevitabile sotto il profilo tecnico, ma che sottrae ulteriori spazi vitali a un quartiere già soffocato dalla cronica carenza di parcheggi, esasperando una tensione sociale che cova sotto la cenere di ogni buca nell’asfalto. La vicenda di via Salvatore Calenda non rappresenta purtroppo un caso isolato, ma sembra piuttosto il sintomo di una patologia diffusa che colpisce diverse arterie cittadine. Sempre nel mese di febbraio, anche via Valerio Laspro era finita sotto i riflettori per una situazione speculare. In quel caso, Salerno Sistemi era intervenuta su un tratto di strada che mostrava segni inequivocabili di cedimento imminente, con avvallamenti che facevano presagire il peggio. Eppure, dopo i primi sopralluoghi e il consueto dispiegamento di mezzi, l’inerzia ha preso il sopravvento. Nonostante i timori della cittadinanza e l’evidente fragilità del manto stradale, i lavori non hanno mai visto una vera conclusione o un intervento strutturale profondo. Ieri come allora, la città si interroga su cosa stia realmente accadendo nel sottosuolo, mentre la superficie continua a sgretolarsi sotto il peso di una manutenzione che appare sempre più estemporanea e sempre meno programmata. Le considerazioni che emergono da questo scenario sono impietose e urgenti. Non si tratta di una sinistra coincidenza il fatto che i cedimenti più significativi si verifichino sistematicamente in corrispondenza delle condotte idriche. Questo legame diretto tra la fragilità dell’asfalto e lo stato delle tubature sotterranee conferma quanto denunciato da tempo: la rete che fornisce l’acqua alla cittadinanza è, nel migliore dei casi, obsoleta. Se a questo si aggiunge la scarsa, se non nulla, manutenzione delle caditoie, il quadro del dissesto urbano è completo. Quando le segnalazioni dei cittadini sull’incuria delle infrastrutture idrauliche venivano bollate come eccessive o allarmistiche, si ignorava il fatto che l’acqua, non trovando sfogo o defluendo da condotte ammalorate, scava silenziosamente il terreno sottostante fino a creare il vuoto. Ragionare su interventi strutturali non è mai stato un esercizio di retorica, ma una necessità logica ignorata troppo a lungo in favore di una gestione del consenso basata sull’immediatezza del “rattoppo”. In questo contesto, il modus operandi dell’amministrazione e degli uffici tecnici appare quasi irriguardoso. Finché la risposta ai cedimenti strutturali si limita alla colata di pochi chilogrammi di bitume – definito sprezzantemente dai residenti più critici come un surrogato di scarsa qualità – c’è ben poco da discutere. È un metodo che offende l’intelligenza di chi vive la città quotidianamente, ma che paradossalmente sembra ancora funzionare in certi circuiti della politica locale. Salerno è diventata la città dove l’ordinario viene sistematicamente spacciato per straordinario. Invece di pretendere che la gestione della cosa pubblica sia un dovere costante degli amministratori, si assiste spesso al deprimente spettacolo del ringraziamento pubblico verso il consigliere di turno. Quest’ultimo viene lodato per aver “smosso mari e monti” semplicemente per aver ottenuto l’invio di un sacchetto di bitume su un buco segnalato da settimane. Si tratta di un cortocircuito culturale dove il cittadino, anziché esigere servizi efficienti, si sente quasi debitore verso chi ha “arronzato” per l’ennesima volta un intervento che dovrebbe essere garantito e invisibile per quanto regolare. Questo stato di cose non può essere imputato esclusivamente a chi siede nelle stanze del potere della maggioranza. Se tale dinamica si trascina da tempo immemore, una quota significativa di responsabilità ricade sulle opposizioni politiche. Queste ultime avrebbero dovuto e potuto agire con una fermezza diversa, portando alla luce le “falle” non solo stradali ma di un intero sistema di gestione dei sottoservizi e delle manutenzioni. Invece, troppo spesso si è preferita la via del silenzio o della critica di facciata, una strada comoda che non ha mai intaccato il cuore del problema. La coerenza, in certi casi, sembra essere diventata un concetto elastico: alcuni esponenti che per anni hanno occupato banchi di minoranza si candidano oggi proprio con quelle compagini che hanno amministrato la città portandola a questo punto di non ritorno, preferendo il taglio dei nastri (o degli alberi) al risanamento vero del manto stradale e alla valorizzazione del verde urbano. Mentre a pochi chilometri di distanza si sbandierano visioni di comuni definiti come “piccola Svizzera”, Salerno costruisce un’immagine ben più vicina a quella di un piccolo Emmenthal. La città è costellata di buchi, alcuni visibili e altri latenti, pronti a trasformarsi in voragini al primo segnale di cedimento delle tubature vetuste. La fragilità di via Salvatore Calenda è solo l’ultimo capitolo di un libro che i cittadini sono stanchi di leggere. Senza una visione che metta al primo posto il rifacimento integrale delle sottostrutture, la città continuerà a vivere in un perenne stato di emergenza, dove la sicurezza stradale è affidata alla resistenza di un nastro bianco e rosso e la pazienza dei salernitani viene messa alla prova da un’amministrazione che sembra aver smarrito il senso della cura strutturale, preferendo l’inganno rassicurante del minimo sforzo possibile.





