Aldo Primicerio
Ormai sono diventate tre le date nere per Carlo Nordio. La prima è la bocciatura di marzo al referendum. La seconda è ad aprile, perché entra in vigore la riforma delle intercettazioni, candidata a distorcere il principio della conoscenza. La terza ad agosto, allorché scatterà il via al giudice collegiale, altra bravura dell’ex-Pm ora ministro. Perché dovrà fare i conti con la carenza di magistrati e quindi con il rischio di paralisi della giustizia penale
Con il naufragio della riforma ora Meloni più debole. Ma soprattutto la mancata occasione per Nordio di dimettersi
La vittoria del NO al referendum ha rappresentato indubbiamente un momento critico, un colpo durissimo per il Ministro della Giustizia. Questa riforma non era un semplice aggiustamento tecnico, ma il coronamento di una visione della giustizia “liberale e garantista”. Il fatto che il 53,6% degli italiani abbia votato NO cosa ha significato? Primo, che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è stata percepita come un rischio per l’indipendenza della magistratura o, forse meglio, come una priorità non sentita dai cittadini. Secondo, che l’idea del sorteggio per i membri del CSM e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare non potevano convincere l’elettorato, specie quello giovanile, che è andato alle urne convinto che l’assetto costituzionale attuale era meglio fosse mantenuto. E noi l’abbiamo scritto più volte, quasi irrisi su queste stesse pagine da avvocati e politici che hanno pensato e scritto sopraffatti da una forma di autocompiacimento, in buona fede certo, ma per inesperienza sull’effetto che una riforma della Costituzione produce nella mente del cittadino comune. Ora Nordio pensa di rifarsi. Con la riforma delle intercettazioni, quella del giudice collegiale, ed infine quella della custodia cautelare. Lui è rimasto al suo posto, ma con un capitale politico drasticamente ridotto. Il referendum ha dimostrato che, mentre il Ministro parlava di architettura del sistema,- disegno che è fallito – il Paese era più realista di lui, preoccupato della durata e dell’efficienza dei processi, temi che la riforma costituzionale non sfiorava neanche.
La riforma Nordio contro la pubblicazione delle intercettazioni con due distorsioni: sul diritto di cronaca e sulla circolazione delle informazioni
Questa riforma interviene infatti sulle intercettazioni indirette, sull’uso delle conversazioni di soggetti non indagati, sul divieto della diffusione per evitare “effetti reputazionali senza reato”. In apparenza interviene tecnicamente sul mezzo di ricerca della prova. Ma in realtà – come scrive anche Daniela Mainenti prof. di Diritto Processuale Penale Comparato – aggrava invece un nodo importante, quello del rapporto tra formazione della prova penale e costruzione della conoscenza pubblica. Il legislatore insomma continua ad ignorare la frattura tra logica processuale e logica pubblica. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già chiarito che il bilanciamento tra diritto alla vita privata e libertà di informazione non può essere risolto con divieti astratti, che finiscono con l’ignorare i criteri di proporzionalità tra interesse pubblico e ruolo del soggetto coinvolto. Ma produrranno di peggio: lasceranno irrisolto il problema della circolazione delle informazioni, che continueranno inevitabilmente a manifestarsi attraverso fughe di notizie. Alla fine, qualsiasi tentativo di limitare la pubblicazione si rivelerà inevitabilmente inefficace, perché finirà per alimentare quella zona grigia in cui la conoscenza circola senza regole, ma produce comunque effetti devastanti sulle persone, sulle istituzioni e, perfino, sulle indagini
L’ultima data nera per Nordio è ad agosto, con il via al Gip collegiale. Ma senza magistrati sarà il caos
Il 25 agosto (ma speriamo che la Meloni ci ripensi freezando tutto) dovrebbe entrare in vigore il giudice collegiale, cioè tre giudici anziché uno solo, a valutare sul via libera alle misure cautelari chieste dal Pm. Una riforma dai più ritenuta impraticabile, per la nota carenza di magistrati che bloccherà di fatto la giustizia penale. Noi l’abbiamo spesso scritto, sempre su queste pagine, che ad ogni concorso andrebbero previste 250 toghe in più delle 400 in media promosse. Questa sarà l’ennesima catastrofe frmata da Carlo Nordio nella sua famigerata legge 114 del 2024, quella che abrogò il reato di abuso d’ufficio. Di cui nessuno avvertiva la necessità di cancellarlo, tranne la Meloni, Nordio e la “Compagnia dell’Anello dei pubblici amministratori amanti delle “mani libere”. Ed anche qui, sempre su queste pagine, avevamo più volte avvertito che l’Europa non sarebbe stata a guardare. Il Parlamento UE infatti ha da poco approvato l’articolo 7 della Direttiva Anticorruzione (l’abuso dufficio resta grave reato) a cui ora gli Stati membri, e quindi anche l’Italia, dovranno adeguare le loro normative nazionali. E chissà cosa faremo noi.
Nordio, un ottimo ex-Pm. Ma non un giurista, tanto meno un politico, sicuramente un “anacronistico”
In effetti si tende a confondere i due ruoli. Il magistrato è un operatore del diritto. Il suo compito è applicare le norme esistenti ai casi concreti. Il giurista invece è colui che studia il diritto in senso teorico, ne analizza la filosofia e propone nuove strutture sistemiche. E poi lil politico. Nordio è entrato in Parlamento e al Governo in età avanzata, dopo una vita “in trincea” nelle Procure. Gli manca la “politicità”. Il suo approccio è spesso ideologico e tecnico, quasi da “crociato” del garantismo. Questo lo porta a scontri frontali non solo con l’opposizione e con l’Associazione Nazionale Magistrati, ma talvolta crea imbarazzi nella stessa maggioranza, dove serve una mediazione che lui, per cultura, tende a ignorare. Ed infine la sua ostinatezza. La politica, si sa, è l’arte del compromesso. Nordio, invece, sembra muoversi con la rigidità di chi ha passato decenni a scrivere capi d’imputazione.E qui cade la sua inadeguatezza a comprendere il conflitto tra segreto istruttorio e diritto dei cittadini ad essere informati. Lui ritiene che la pubblicazione delle intercettazioni sia una barbarie sulle persone non condannate. Ma intanto il divulgarle, pur se non sempre reati, hanno un alto valore informativo e sociale, e per di più un antidoto alle invenzioni dei media. Per tutto questo, Carlo Nordio – che resta un’ottima e colta persona – viene tuttavia considerato un “anacronistico”, perché vorrebbe restaurare un’idea di giustizia liberale classica in un’era dominata dalla comunicazione digitale che reclama una trasparenza radicale. Nessuno sta qui certamente a discutere se conosca o meno la giustizia penale, ma ci chiediamo se la sua idea di giustizia, da legislatore, sia adatta in una società ed in una temperie dove la linea tra “rilevanza penale” e “rilevanza pubblica” è diventata estremamente sottile. Ad alcuni la sua appare come una battaglia di civiltà contro il processo mediatico. Ad altri invece come un tentativo di mettere il silenziatore a indagini scomode per il potere politico. Pensieri e teorie davvero di raffinata elevatezza. Difficili per chiunque, figuriamoci per quei politici di oggi che nella loro vita hanno studiato poco o niente ed arrivano a truccare i loro profili pubblicati dalle Camere.





