Gli attentatori di Ranucci appartengono alla camorra - Le Cronache Ultimora
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Gli attentatori di Ranucci appartengono alla camorra

Gli attentatori di  Ranucci appartengono alla camorra

di Antonio Manzo

Il mandante e i criminali che avevano avuto l’ordine di uccidere con una bomba il giornalista conduttore di Report Sigfrido Ranucci arrivavano dalla camorra campana. Un compito preciso, colpire e uccidere Ranucci presso la sua casa di Pomezia con un kilogrammo di esplosivo con gelatina da cava e polvere pirica. La svolta delle indagini dei pm romani che indagano sul fatto è stata annunciata ieri sera da Massimo Giletti all’apertura della puntata dello “Stato delle cose” ed è arrivata dopo la segnalazione anonima ma poi verificata dalle telecamere sul luogo della bomba. Le indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci a Roma, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia, si sono concentrate sulla ricostruzione dei movimenti di una piccola vettura scura intercettata dai sistemi di videosorveglianza. Questa utilitaria nera è stata ripresa mentre giungeva dalla Campania poco prima della deflagrazione per poi fare immediato ritorno nella stessa regione subito dopo l’attacco. E’ la prova di una logica di trasferta criminale. Il commando, composto probabilmente da tre persone, avrebbe varcato i confini della Campania con il solo scopo di colpire l’obiettivo prefissato per poi rientrare in un territorio considerato sicuro o sotto il controllo del clan di appartenenza. La detonazione, avvenuta alle ore il 17 ottobre dello scorso anno sprigionò una forza d’urto tale da distruggere l’auto di Ranucci, una Opel Adam, e danneggiare pesantemente la Ford Ka della figlia che era parcheggiata nelle immediate vicinanze. Gli inquirenti sottolinearono che solo il caso evitò che ci fossero vittime o feriti gravi al momento dello scoppio. Tutti i segnali raccolti finora portano gli investigatori a ritenere che la camorra sia il mandante o l’esecutore materiale di questo atto di violenza. Tutti i segnali raccolti finora portano gli investigatori a ritenere che la camorra e certi contesti malavitosi rafforzano l’ipotesi di una vendetta legata alle attività giornalistiche di Ranucci. ìIl movente dell’attentato viene ricercato nel lavoro d’inchiesta svolto dalla redazione di Report. In particolare, l’attenzione degli inquirenti si è posata sul servizio denominato Battaglia Navale, che ha sollevato pesanti interrogativi sulla gestione del cantiere Cnv di Adria. In quell’occasione erano emersi dettagli inquietanti su forniture di armi non registrate destinate all’estero e su una rete di contatti societari molto ramificata. Molti di questi collegamenti portavano direttamente verso società con sede in Campania e verso soggetti sospettati di essere vicini a dinamiche criminali di stampo camorristico. È possibile che il lavoro di Ranucci abbia toccato interessi economici vitali e che la risposta dei clan sia stata quella di tentare di mettere a tacere la voce del giornalista con il tritolo. L’analisi del percorso effettuato dall’auto nera è tuttora al centro di un minuzioso puzzle investigativo che coinvolge telecamere private e impianti di sicurezza condominiale. Il pubblico ministero Carlo Villani sta supervisionando ogni singolo fotogramma estratto dagli occhi elettronici sparsi lungo le arterie che collegano il litorale romano alle autostrade verso il sud Italia. Oltre alla notte dell’attentato, si stanno verificando i filmati dei giorni precedenti per individuare eventuali sopralluoghi che confermerebbero la tesi del pedinamento costante ai danni di Ranucci. L’inchiesta è ancora nelle fasi preliminari, ma lo spettro che si profila è quello di un intreccio complesso: camorra, affari, armi e un’inchiesta giornalistica forte. Un quadro che rende ancora più inquietante il gesto intimidatorio contro Ranucci e che conferma, una volta di più, quanto la ricerca della verità possa scavare in zone d’ombra capaci di reagire con violenza “acquistata” per benevolenza dai gruppi criminali campani. I cartelli della droga, la mala albanese, i movimenti eversivi di destra, la ’ndrangheta e le sue infiltrazioni nelle tifoserie calcistiche milanesi, perfino l’inchiesta che ha portato la procura di Roma a indagare con l’accusa di peculato e corruzione il presidente dell’Autorità del Garante, Pasquale Stanzione e tutti i consiglieri del Collegio. Sono alcune delle possibili matrici dell’attentato eseguito ai danni di Sigfrido Ranucci, uno dei più gravi episodi di intimidazione contro un giornalista mai avvenuti in Italia. E ora, alla già corposa lista di ipotesi sulle origini di quel gesto, se ne aggiunge un’altra: una che potrebbe collegare a quel barbaro atto un’ombra che porta fino alla camorra casertana. Indizi forti sulla camorra casertana e campana dietro l’inchiesta che si è avvalsa di una lettera anonima ma anche delle deposizioni di persone informate dei fatti che potrebbero aiutare a svelare chi, in contatto con gli ambienti criminali, aveva dato odine dell’attentato il 16 ottobre scorso. Quel giorno un ordigno rudimentale, un chilo di polvere pirica, venne collocato tra l’auto del giornalista Rai e il cancello dell’abitazione: un messaggio chiarissimo, studiato per intimidire senza provocare una strage. Da allora il lavoro degli inquirenti prosegue sotto la guida del pm Carlo Villani, che ieri mattina ha ascoltato due persone ritenute in grado di fornire elementi utili: il giornalista di Report Daniele Autieri e Francescomaria Tuccillo, ex amministratore delegato dei Cantieri Navali Vittoria (Cnv), azienda veneta che produce motovedette anche per scenari militari. La pista dei Casalesi Quel lavoro, trasmesso da Report su Rai 3, fu incentrato sul passaggio di proprietà dei Cnv all’imprenditore Roberto Cavazzana, un’operazione milionaria resa possibile, stando a quanto sostiene la stessa trasmissione, anche dal sostegno della società casertana Arkipiù. Ed è qui che nasce il potenziale collegamento con Terra di Lavoro, in particolare con il Litorale domizio e l’Agro aversano. Come ricostruito nel servizio di Autieri, tra gli ex soci di Arkipiù figura un imprenditore casertano che si è tolto la vita con un colpo di pistola nel 2023. Era il fratello di un ex consigliere comunale di Aversa e avrebbe avuto rapporti imprenditoriali con Luigi Russo, di Castel Volturno, condannato in Appello per concorso esterno nell’associazione mafiosa (clan dei Casalesi, in particolare con la cosca che faceva capo a Giuseppe Setola, il sanguinario capo dell’ala stragista che ha seminato il terrore tra il 2008 e il 2009). Tra i soci di Arkipiù è entrato un architetto di Mondragone, già coinvolto in passato in un’inchiesta su un presunto giro corruttivo all’ufficio tecnico di Castel Volturno. Insomma, il litorale sembrerebbe centrale in questa vicenda. La società Arkipiù ha inviato una nota a Report con cui chiarisce di non c’entrare nulla con la vicenda oggetto del servizio di Autieri. Tra le inchieste giornalistiche di Report che hanno fatto rumore e deflagrare uno scandalo politico-istituzionale di rilevante enti c’è quella sull’Autorità del Garante Privacy, uno snodo naturale per gli affari dei grandi gruppi informatici colpiti da multe salate dalla stessa Autorità Garante.