Stasera, alle ore 20, ultima replica per la applaudita produzione del capolavoro verdiano, firmata da Laurent Pelly, per la regia e da Marco Armiliato riguardo la direzione musicale. Nel cast, dominato dal baritono parmense, brillano le voci campane di Ernesto Petti, un eccellente Ford e Maria Agresta sua moglie Alice, un debutto centrato sia vocale che teatrale
Di Olga Chieffi
Il teatro San Carlo, saluterà stasera, Sir John Falstaff. Una splendida produzione questa, nata da una coproduzione internazionale che coinvolge il Teatro Real di Madrid con La Monnaie / De Munt di Bruxelles, l’Opéra National de Bordeaux e la Tokyo Nikikai Opera Foundation, che ha convinto in tutte le sue sfaccettature, musica, regia, scenografia, visione di Laurent Pelly che ha inteso ambientare l’opera nel secolo breve, tra gli anni ’60-’70, un pub per l’Osteria della Giarrettiera, le scale per casa Ford e il giardino di Alice, uno specchio deformante, per la foresta, la “foresta che si avvicina” nel finale e allarga quel “tutti gabbati” all’intero teatro, un po’ come il Don Giovanni di Robert Carsen in Scala per l’inaugurazione del 2011, ironia al sussiego borghese, non lontano da certo Dickens che in pieno periodo vittoriano, disse “C’erano signore d’età e d’entrambi i sessi che spettegolavano” per dipingere con ironia la società vittoriana, spesso popolata da personaggi pettegoli e ipocriti, e per quel “gioco” che il teatro deve accendere, anche lo specchio deformante di Dioniso, del mondo che permette di riconoscere la propria identità. E’ qui Falstaff, partitura difficilissima da tenere sotto controllo, in cui Marco Armiliato, che stasera cederà la bacchetta a Maurizio Agostini, è ben riuscito, per l’intrigo di beffa che imbeve ogni passo della trama, per il vocalizzare femminile, per i ritmi intrecciati, quindi, per quello strizzare l’occhio ad un genere quale l’operetta, specie nel quadro in cui Falstaff, chiuso nella cesta dei panni sporchi viene gettato nel Tamigi. E’ un’opera questa che consegna le chiavi al Novecento e che ci proietta ben in avanti all’Albert Herring di Benjamin Britten, giungendo, così al 1946. Recitazione in palcoscenico e anche in buca, con una lettura dinamica da parte di Armiliato, fortemente scandita nelle linee armoniche, una “scena musicale”, in buca, offerta dai diversi temi e dai loro sviluppi, dall’intreccio degli esecutori fra loro, vivissimi strumenti i cantanti rapiti con le loro voci in questa splendente esaltazione musicale. L’ha vinta il protagonista in assoluto, Luca Salsi, tanto vicino al Falstaff per eccellenza, Mariano Stabile, dal tono squarciato, arrangolato, una lieta novità ritrovare un Falstaff vero, non un baritono che all’occorrenza possa impersonare Sir John. Applausi per Salsi, quindi, proprio per la caratterizzazione del personaggio calatosi a pieno nella sua grande pancia, e nella sua gestualità. Maria Agresta nel ruolo di debutto di Mrs. Alice Ford principale fra gli interpetri italiani, è stata all’altezza della sua fama; un punto di forza, specialmente nei rischiosi concertati, dove tutto, però, non è andato perfettamente a posto, tra buca e palcoscenico, ma tra quelle pagine, è veramente difficile non cadere. La Nannetta di Desirèe Giove, si è fatta ammirare non solo per l’incantevole grazia della figura e delle movenze, ma per la freschezza della voce, mentre il tenore Francesco Demuro, nei panni di Fenton non è riuscito proprio a portarsi sulla stessa linea di rendimento vocale del resto del cast. La Quickly di Anita Rachvelishvili è risultata degna del palcoscenico del massimo partenopeo, mentre, tra gli interpetri è emerso in particolare il Ford del baritono Ernesto Petti, del quale, unitamente a Luca Salsi, niente del canto si è perso in decorazione veristica, in accentuazione di supporto – le parole hanno senso soltanto come musica, nell’uso cui le ha costrette il compositore, un uso che poi costrittivo non è, poiché proprio Verdi, inventava la vita, inventava il vero, e voleva che la parola, nel canto, fosse realtà vitale, gesto. Mai, però, che si debbano perdere sillabe, o che esse vengano inghiottite dai suoni degli strumenti, come purtroppo è avvenuto in qualche punto dell’opera. A completare il cast la Mrs. Page di Caterina Piva, il dottor Cajus di Gregory Bonfatti, il Bardolfo di Enrico Casari e il Pistola di Piotr Micinski, tutti in bello spolvero, come il coro preparato da Fabrizio Cassi, una produzione, questa da incorniciare tra le migliori dell’era post-covid.

Luca Salsi, Falstaff







