Di Olga Chieffi
Da domani al 17 gennaio alle ore 21 e il 18 gennaio domenica l’abituale pomeridiana alle ore 18, andrà in scena al Teatro Verdi di Salerno, Non ti pago, di Eduardo De Filippo interpretato da Salvo Ficarra, nel ruolo del vendicativo Ferdinando Quagliulo e Carolina Rosi, nella storica regia di Luca De Filippo riproposta a dieci anni dalla sua scomparsa. Eravamo in teatro quel due dicembre del 2015, quando la compagnia recitò a soli due giorni dalla tumulazione di Luca, ligio alla legge dei De Filippo, che il palcoscenico viene prima di tutto e lì ha da eternarsi l’Uomo. Fu perfetta l’intera compagnia con Gianfelice Imparato e Antonella Scioli, protagonisti, mentre domani vedremo Salvo Ficarra nel ruolo di Ferdinando Quagliuolo, Carolina Rosi in quello di sua moglie Concetta, Stella la loro figlia interpetrata da Carmen Annibale, Aglietello, Nicola Di Pinto, che diventa il doppio popolare di Ferdinando, prefigurando il portiere Raffaele di “Questi Fantasmi”, il figurino Mario Bertolini, affidato ad Andrea Cioffi, che richiama lo scarpettiano Don Felice Sciosciammocca, i Frungillo, Vincenzo Castellone e Federica Altamura, che accentueranno il proprio profilo di maschere funeree, insinuando il sospetto di un delitto, il mastino napoletano di famiglia, Masaniello, che si aggraverà nei piccoli omicidi delle Voci di dentro. A completare il cast, Margherita la cameriera, Viola Forestiero, la Zia Erminia, Paola Fulciniti, Carmela, Paola Fulciniti Don Raffaele Console, il prete, Gianni Cannavacciuolo e Lorenzo Strummillo, l’avvocato, Mario Porfito. Mirabile il ritmo frenetico delle sequenze e dei fenomeni scenici, le entrate-uscite dei personaggi, nell’intelligenza teatrale affinata con cui sono introdotti gli elementi apparentemente incongrui, le mille gags popolaresche, giocate sullo slittamento semantico delle parole o sulla ripetizione dei gesti; in quella tecnica eduardiana del discorso diretto che introduce dialoghi nel dialogo o nel monologo, il tutto nel salotto di una casa en plein-air, sotto un cielo, specchio dei “pensieri” di Don Ferdinando, nella regia di Luca che, ci ha regalò, ancora una volta, una regia di estrema raffinatezza, con quel gusto per l’intreccio dei personaggi e dei luoghi. Strana casa quella dei Quagliuolo, ove Ferdinando può contare sulla compagnia di un solo amico che lo aiuta a preparare le conserve e che sa sopportare i suoi umori neri, mentre qua e là volteggia una spiritosa camerierina . Scritta nel 1940, Non ti pago ruota attorno a quest’uomo accidioso e dispotico sia nei confronti della moglie Concetta che, quando ci riesce, lo contrasta ma soprattutto lo sopporta, sia con la figlia Stella, ragazza un po’ ribelle, ma costretta ad accettare l’embargo che il padre pone alla sua storia d’amore con il giovane impiegato della sua ricevitoria, Mario Bertolini. Il motivo? Mentre Quagliuolo è un giocatore del Lotto sfortunato all’ennesima potenza, al contrario Mario, che sa interpretare i sogni, vince spesso. Per di più una notte sogna il padre di Ferdinando, che gli dà i numeri per una quaterna che il giovane punta vincendo ben quattro milioni. Persuaso di essersi allevato non una ma ben due serpi in casa e una in ricevitoria, Quagliuolo vuole vendicarsi, si sente vittima di un imbroglio e sostiene che la vincita è sua: suo padre è apparso sì in sogno a Mario, che ora abita nella casa che era stata della famiglia Quagliuolo, ma credendo di parlare con lui, suo figlio. In un susseguirsi di tentativi di impadronirsi del biglietto vincitore, fra avvocati interessati e pronti a passare dall’altra parte e preti inutilmente chiamati a portare pace, litigi continui con moglie e figlia, costretto alla fine a dare al suo dipendente il biglietto che gli aveva sottratto, Ferdinando Quagliuolo, chiamando a testimone il padre morto, si lascerà andare a una serie di maledizioni, che puntualmente si avvereranno e che renderanno impossibile al povero Mario, tra l’altro licenziato in tronco, di riscuotere la vincita, sino al lieto fine con fiori d’arancio. Ferdinando, con i suoi lati estremi, l’ossessione cabalistica dei numeri e l’invidia maniacale per la fortuna altrui, non impersona soltanto un aspetto di Napoli in una determinata fase storica, ma interpreta anche la metafora del perenne inseguimento da parte dell’uomo dei propri fantasmi. Leit-motiv che attraversa le “cantate” con varianti significative di registro, di genere e di soluzione: qui il comico e la commedia e, dunque, il lieto fine; altrove, invece, il quasi-tragico o il tragi-comico, quando il sogno della Fortuna o la ribellione ad essa porterà altri protagonisti a ricadere, più disillusi, sotto il giogo-gioco delle sue inafferrabili leggi. La Rosi ha infatti precisato: “Luca aveva letto la storia in chiave moderna e aveva registrato con cura in modo quasi grottesco ma mai macchiettistico, i temi che Eduardo, autore di indiscussa contemporaneità, ha sempre analizzato nelle sue opere: la disgregazione dei rapporti familiari, metafora del disfacimento di una società”. Ed ha aggiunto: “A dieci anni dalla sua scomparsa ho deciso di riportare sulle tavole del palcoscenico la commedia; per omaggiarlo certo, ma soprattutto per restituirlo al suo pubblico che continua ad amarlo e a quei ragazzi che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo come persona e di applaudirlo in teatro. Così mi sono dedicata con forza al progetto, cosciente della responsabilità che avrei dovuto affrontare, ma anche certa del sostegno che avrei incontrato nel proporlo”. La ripresa dello spettacolo conserva la scenografia originale del 2015, firmata da Gianmaurizio Fercioni, con stampe di biglietti d’epoca del Bancolotto e la famosa tombola napoletana recitata, per cornice, insieme ai costumi di Silvia Polidori e alle musiche di Nicola Piovani, che sottolinea l’azione e quel dubbio della parola che è la caratteristica del segno di Eduardo. Venerdì, alle ore 18,30, l’abituale incontro con la compagnia in “Giù la maschera!” condotto da Peppe Iannicelli.





