Cultura a Eboli, quel pasticciaccio brutto della Consulta - Le Cronache
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Cultura a Eboli, quel pasticciaccio brutto della Consulta

Cultura a Eboli, quel pasticciaccio brutto della Consulta

di Peppe Rinaldi
Furono elezioni per il rinnovo della “Consulta della cultura e della valorizzazione di Eboli”, in realtà assomigliarono alle famigerate “Primarie” che l’altrettanto famigerata sinistra inventò qualche anno fa per sentirsi viva o non del tutto seppellita, all’interno delle quali, però, giochi e giochetti, truffe e truffettine varie mai mancarono: i seggi furono raffazzonati e creativi, votarono gli stranieri, pardòn, i “migranti” (che non sono poetici uccelli carducciani), i non aventi diritto, i non iscritti, in alcuni casi perfino i morti. Per annunciare poi al mondo, che ancora si interrogava su come avesse fatto finora a sopravvivere senza le primarie, l’avvenuto «giorno di festa della democrazia». Oggi, da una tale concentrazione di buona fede ed intelligenza politiche ne è venuto fuori addirittura il segretario nazionale del Pd, con effetti fin troppo evidenti.
Ecco, le dinamiche elettorali del novembre scorso per l’organo consultivo comunale si sarebbero incanalate proprio nel solco tracciato dall’aratro faloppo delle Primarie benché difeso dalla spada dell’«interesse collettivo» e/o della «democrazia» intera. In parole povere, sarebbe stato fatto un altro inguacchio, come si dice ad Oxford, utilizzando le solite porte girevoli dell’elettore multiplo, dell’elettore illegittimo, di quello incompatibile se non di quello che votare proprio non può: invece, tutto è andato come (non) doveva e alla fine a capo della Consulta ci è arrivato un avvocato, stimabile persona, amico dell’attuale primo cittadino di lunga data, la qual cosa, in sé, può significare tutto come il suo contrario. Ovviamente, non è in discussione la persona designata ma ciò che ne ha preceduto l’investitura.
La gara sarebbe stata truccata, non lo dice questo becero organo di informazione bensì emerge dalle stesse stanze comunali, peraltro nelle forme corrette previste dalla legge. Infatti, se non fosse stata vergata un’eloquente nota dal funzionario municipale addetto proprio a queste cose (responsabile del settore Cultura) e se la nota stessa non fosse filtrata, a quest’ora nessuno avrebbe pensato che perfino nelle elezioni di organi statutari comunali ci si sia spinti lungo il crinale dell’italico costume della sofisticazione elettorale: del resto è pur sempre un’amministrazione di sinistra (sulla “destra”, per ora, taciamo), cioè organica ad un ambito politico-culturale capace di ogni cosa purché patinata da belle parole e buone intenzioni.
Ma chi è e cosa dice questo dipendente comunale che ha scoperchiato la pentola? Si tratta di Carmine Caprarella che delle elezioni per la Consulta ha studiato l’intera pratica, giungendo, in sostanza, ad una conclusione imbarazzante: sono state truccate, vanno annullate in regime di autotutela, vale a dire per evitare di «passare un guaio», come si dice non solo a Oxford ma un po’ ovunque. Guaio? Non volendo esagerare diremmo fastidio, figuraccia o pessima riuscita di un’operazione. Caprarella l’ha messo nero su bianco indirizzando la nota al sindaco, al segretario generale, all’assessore alla Cultura e al presidente della relativa commissione consiliare. In pratica, i vertici sono informati di questa cosa sin dal 30 novembre.
Le cose sarebbero andate in questo modo: il 6 novembre il sindaco convoca, come da Regolamento della Consulta, per il 21 successivo la prima assemblea e invita, giustamente, le associazioni culturali iscritte all’albo comunale.
I lavori di ogni assemblea, da che mondo è mondo, si aprono con l’appello, la verifica
degli aventi diritto (in questo caso le associazioni culturali e gli altri soggetti ammessi
per regolamento) e la verifica della sussistenza del numero legale. Solo dopo si
procede alla nomina dei componenti dell’ufficio elettorale. Infine, dopo il voto, si
sottoscrive un bel verbale. Si chiama Abc della forma, inventata dal genere umano per garantire la sostanza, se manca significa che la sostanza è in qualche modo viziata. Dalla denuncia di Caprarella, volendola semplificare per i nostri cinque lettori, emerge in pratica che l’appello dei presenti non sarebbe stato fatto, così come non sarebbe stato redatto l’elenco degli aventi diritto al voto, tantomeno un verbale. Non solo, ma sarebbero stati ammessi al voto delegati di associazioni di ogni tipo, cioè non soltanto quelle culturali, come invece è stato richiesto dal sindaco, sancito dall’art.6 del Regolamento e disciplinato dall’art.13 dello specifico “Regolamento per la concessione di contributi e patrocini”. Senonché un’epidemia di cecità avrebbe investito un po’ tutti, in linea con una certa tradizione che scommette tutto sul fatto che se una cosa non si vede è come se non fosse mai avvenuta: vedi, ad esempio, il flagello degli abusi edilizi diffusi qua e là, dalla Piana alla montagna al mare e al fiume, dove tutto fila liscio fino a quando un giorno arrivano le guardie e mettono i sigilli.
Anche qui nessuno si è accorto di niente, nessuno ha avuto alcunché da eccepire nonostante l’intero arco politico istituzionale ne sia informato. Tutto sotto controllo. Poi tutto diventa pubblico e inizia il balbettio. Caprarella, solerte funzionario probabilmente inorridito durante la verifica del carteggio, non ha potuto far altro che scrivere la citata nota che, tradotta volgarmente, presuppone ed involge conflitti di interesse tra nuovi incaricati e militanza politico-elettorale diretta, rappresentanza istituzionale mischiata con quella associativa (due, almeno, i casi di consiglieri comunali direttamente coinvolti), partecipazione al voto di benemeriti cenacoli non legittimati al voto attivo che, guarda caso, erano presenti nelle liste che hanno vinto le elezioni. Dalla Cultura è tutto, linea a Facebook.