di Raffaella D’Andrea
Vietare la macellazione di cavalli, asini, muli e pony perché riconosciuti come animali d’affezione, quindi giuridicamente non destinati alla produzione alimentare (No Dpa). È questo il cuore della nuova proposta di legge bipartisan approdata in Senato e che presto sarà discussa in Aula.
Il testo ha riacceso un dibattito acceso e trasversale. C’è chi parla di evoluzione culturale e chi invece teme un colpo durissimo a un comparto produttivo radicato in alcune aree del Paese. Nei territori dove l’allevamento e la vendita di carne equina rappresentano ancora una realtà economica concreta, le preoccupazioni sono evidenti.
Il nodo della questione è culturale prima ancora che economico. Per molti il cavallo è simbolicamente diverso da altri animali da allevamento. Per altri, invece, la distinzione è frutto di una sensibilità recente che non tiene conto della storia alimentare italiana, delle economie rurali e della gestione ambientale delle aree interne.
La proposta di legge punta a ridefinire giuridicamente lo status degli equidi come animali d’affezione, escludendoli definitivamente dalla macellazione. Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Se il testo dovesse essere approvato, l’Italia segnerebbe una svolta significativa nel rapporto tra cultura gastronomica, etica animale, economia rurale e tutela del territorio.
E intanto l’Italia si divide:
Gli allevatori: “Un intero comparto verrebbe cancellato”
A Corleto Monforte, nel cuore dell’entroterra salernitano, tra il Cilento e i Monti Alburni, Giuseppe Mordente porta avanti insieme al fratello Dino, un’attività iniziata dal nonno e cresciuta negli anni con passione e investimenti.
«Alleviamo cavalli da carne da generazioni. Oggi abbiamo circa 60 fattrici e produciamo tra i 40 e i 50 puledri all’anno. È un allevamento allo stato brado. Non è un’attività improvvisata, ma un lavoro strutturato che richiede presenza costante sul territorio». Gli animali sono di razza TPR (Tiro Pesante Rapido), selezionata proprio per la produzione da carne. Vivono all’aperto, liberi nei pascoli montani, nutrendosi prevalentemente di erbe spontanee, essenze locali, fieno naturale e integrazioni semplici come carote e cereali. Un’alimentazione naturale che incide direttamente sulla qualità della carne.
L’allevamento allo stato brado, sottolinea Mordente, non è solo produzione:
«Noi siamo ogni giorno sui monti. Il nostro lavoro significa presidio del territorio. I cavalli mantengono puliti i pascoli, limitano l’avanzare dei rovi, contribuiscono a contenere il rischio incendi e preservano l’equilibrio ambientale di zone come il Cilento e i Monti Alburni. Se chiudono gli allevamenti, quei territori restano senza controllo».
Negli ultimi anni, racconta, la richiesta è aumentata.
«Il cavallo oggi ha un valore che prima non aveva. La carne equina ha qualità nutrizionali importanti, è ricca di ferro facilmente assimilabile, povera di grassi e con un buon contenuto proteico. È richiesta anche al Nord. Le regioni dove il consumo è storicamente più forte restano Puglia e Sicilia, ma la domanda si sta allargando».
Alla domanda su come vive il fatto che il cavallo venga considerato animali d’affezione, Mordente risponde senza esitazione:
«Per chi lo alleva per la produzione alimentare, il cavallo è come un bovino o un suino. Esiste una filiera, esiste una tradizione. Se diventassero tutti animali d’affezione, cosa ne sarebbe degli allevamenti? Come si gestirebbero?»
E se la legge venisse approvata?
«Cambiare lavoro si può sempre. Ma bisogna chiedersi se si risolve davvero un problema o se ne crea un altro, cancellando un intero comparto, famiglie che lavorano e un presidio ambientale che garantiamo ogni giorno».
I macellai: “È cultura, non solo commercio”
A Salerno, Ciro Vigilante gestisce una storica macelleria equina da oltre 37 anni. Un’attività che ha visto cambiare abitudini, generazioni e sensibilità. «Una volta era un’abitudine settimanale. Oggi i consumi sono cambiati, ma c’è ancora una clientela affezionata. La carne di cavallo viene scelta per le sue proprietà nutritive, soprattutto in momenti particolari come la gravidanza, nei periodi di anemia o durante terapie importanti». La carne equina è infatti nota per l’alto contenuto di ferro, facilmente assimilabile dall’organismo, per la presenza di proteine nobili e per il basso contenuto di grassi rispetto ad altre carni rosse. Proprio per questo, racconta Vigilante, molte famiglie la utilizzano come supporto alimentare in situazioni di debolezza o convalescenza.
Ma dietro il bancone oggi c’è anche preoccupazione.
«Se questa legge passa, cosa facciamo? Non è solo una questione economica, è una questione di futuro. Io ho una famiglia, ho clienti che vengono da anni da tutta la provincia di Salerno Non si può cancellare un settore così, dall’oggi al domani, non si può demonizzare un intero comparto. Se ci sono controlli da fare, si facciano. Se bisogna garantire più tutele, si garantiscano. Ma vietare significa togliere lavoro, identità e libertà di scelta».
I consumatori: tra salute e libbertà di scelta
Annalisa, salernitana, racconta la sua esperienza personale: «Quando mia madre faceva la chemioterapia, compravamo carne di cavallo perché aiutava a rialzare i valori del ferro. Per noi è stata quasi un supporto terapeutico. Ancora oggi la consumo saltuariamente».
Antonino, giovane professionista, è un cliente abituale:
«Mangio carne di cavallo da anni. In Puglia è parte della tradizione gastronomica. Personalmente sono contrario al divieto: ognuno deve essere libero di scegliere cosa mangiare. Piuttosto, si garantiscano controlli rigorosi sul rispetto degli animali e sulla sicurezza della filiera».





