di Olga Chieffi
In una società ove finanche Pulcinella non dice o non può dire più la Verità, poiché non può più essere simbolo di un popolo che ha perso la memoria degli affetti, la lingua, i propri odori, il proprio passato, i ricordi dei dolori delle passate generazioni, che ha perso la propria identità, vittima di una società dell’immagine priva di meraviglia e fantasia, della globalizzazione che lo ha trasformato in una moltitudine grigia e silenziosa, privo di libertà, riappare la Sirena Partenope, depositaria di quella lingua perduta, della quale abbiamo dimenticato il senso e forse serbata solo l’armonia, una reminescenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo. E’ la musica che può ancora salvarci dall’appiattimento mentale, privo di nascite, musica antica, che si cantava per sé, per “sbariare”, per vivere un momento di pausa, per commuoversi o rallegrarsi, musica che ci trasporterà in una Napoli lontana, quando da un balcone aperto o dalla strada veniva, ogni tanto si sentiva una canzone, un ritornello, una frase: voci di gente comune, voci isolate, voci di chi forse voleva inconsciamente placare una pena o ingentilire per un attimo la povera vita quotidiana. Ecco che sul palcoscenico del teatro Verdi di Salerno, da domani sera alle ore 21 e per l’intero weekend, sino a domenica in pomeridiana, alle ore 18, ci sarà Serena Rossi, protagonista di un One Woman show dal titolo SereNata a Napoli. La primadonna sarà sostenuta da un sestetto composto da Gennaro Desiderio al violino, Gianpaolo Ferrigno alla chitarra, Antonio Ottaviano al pianoforte e al cembalo, Michele Maione alle percussioni, Luca Sbardella alla fisarmonica e al violino, mentre al violoncello suonerà il salernitano Matteo Parisi, parte dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, che “giocherà” in casa, formazione che eseguirà arrangiamenti del Maestro Valeriano Chiaravalle. Serena Rossi e i suoi musicisti sceglieranno la strada del plurilinguismo, parola, poesia, emozione, gesto, danza, realizzando sul palcoscenico un crogiuolo di diverse culture, esprimendo attraverso il canto partenopeo, quelle diverse espressioni che hanno contaminato la nostra tradizione. Canzone che nello stesso tempo, però, si è adattata alle esigenze di mercato, diventando, di volta in volta, canzone di taverna, da salotto, da ballo, teatrale, sia comica che drammatica, e chi sa quante altre cose ancora. Non sempre e non solo bisogno di canto e di poesia, quindi, ma anche buono o cattivo artigianato. E così, come chi legge un libro interagisce con la pagina scritta, Serena, frugando nella sua memoria, contribuirà a ricreare quel canto, a far riaffiorare la memoria di quella lingua perduta, quella memoria collettiva, che è la formazione, la cultura e la vita quotidiana dei napoletani. Tammurriata Nera, Reginella, accoppiato a Bammenella ‘e copp’ i Quartieri, preda di un Malessere attuale, ancora Viviani e il suo teatro in plen air con Tammurriata nera”, simbolo della mescolanza di razze che avvenne nella Napoli del primo dopoguerra con lo sbarco alleato Munasterio e’ Santa Chiara, ci ritroveremo sulla terrazza di “Gennariniello” dove si affacciava a signurina e ascolteremo “Uocchie c’ arraggiunate”, di Falconi, Fieni e Falvo, e ancora “Guapparia”, Passione, “Lacreme napulitane”, “Dicitencello vuje”, “Reginella”, “Era de maggio”, quadri diversi, tra cui la festa, con “Dove sta Zazà” o la “Festa di Piedigrotta” in cui tante di queste canzoni sono diventate celebri, ovvero quelle del repertorio classico napoletano che più sono nel sentire della Rossi e che sono di appoggio al racconto in teatro. Il pretesto è che per tutto lo spettacolo Serena e il suo sestetto proverà a svegliare questa sirena con le canzoni più belle di Napoli, raccontando le storie di questa città meravigliosa, per far capire a Partenope che non vale la pena lasciarsi morire per amore. Canzoni in cui l’intonazione e il canto rappresentano da sempre una trasformazione lineare del parlato, secondo un principio di continuità che passa attraverso toni intermedi, quali la declamazione accompagnata del melologo, con una scansione recitativa vincolata all’evoluzione ed al carattere dei temi musicali. Musiche e versi che, con i loro contenuti, hanno raccontato semplicità ed erotismo, essoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari. Ed è proprio qui che trova origine questo incredibile canzoniere, dove le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni del nostro vernacolo si trasformano in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica sirena Partenope. Dal mare nascono e al mare ritornano, infatti, le note di questo concerto, che abbracciano la tradizione popolare, la “poesia cantata” del repertorio d’autore, completata dalla memoria sonora collettiva, con il vigore ritmico e l’aggressività espressiva, che sa trasformarsi in danza e nella eterna sfida del popolo partenopeo alla vita.





