SaLet scambia la scrittrice Minardi per la testimone della Banda della Magliana - Le Cronache Ultimora
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SaLet scambia la scrittrice Minardi per la testimone della Banda della Magliana

SaLet scambia la scrittrice Minardi per la testimone della Banda della Magliana

di Erika Noschese

Esiste una bizzarra asimmetria professionale capace di far convivere, nello stesso perimetro organizzativo, il massimo dello zelo ideologico e il minimo del controllo esecutivo. Un vero e proprio sdoppiamento della personalità istituzionale che a Salerno, sponda festivaliera, si è palesato in tutta la sua evidenza nelle ultime ore. Negli ultimi giorni, le cronache culturali nazionali hanno puntato i riflettori sulla rassegna “Salerno Letteratura”, giunta all’edizione 2026 sotto l’egida di una programmazione che ambisce a dettare linee civili, etiche e geopolitiche. Peccato, però, che mentre la direzione artistica si occupava di pesare col bilancino di precisione le dichiarazioni sulla Striscia di Gaza e sul concetto storico di sionismo, la macchina organizzativa interna sia incorsa in un corto circuito biografico così clamoroso da incrinare la credibilità dell’intera manifestazione. Andiamo con ordine. La kermesse salernitana è finita nell’occhio del ciclone per il celebre “caso Erri De Luca”. Allo scrittore campano era stata inizialmente affidata la prolusione inaugurale, l’intervento di apertura che dovrebbe dare il tono culturale all’intera manifestazione. Ma un’intervista rilasciata da De Luca a Gerusalemme ha scompaginato i piani: le sue riflessioni semantiche sulla differenza tra “massacro” e “genocidio” e il suo tentativo di recuperare l’accezione originale del termine “sionismo” hanno fatto sobbalzare i direttori artistici. Risultato? Mancanza di “identità di vedute” e immediato declassamento dello scrittore, rimosso dall’apertura e dirottato verso una sezione secondaria. Una scelta rivendicata in nome della coerenza civile del festival, alla quale De Luca ha replicato con la sua ormai celebre e affilata freddezza: “Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me”. Un terremoto culturale che ha provocato perfino la defezione eccellente di Roberto Cotroneo, il quale ha rinunciato alla sua partecipazione denunciando un clima di intolleranza e di silenzio forzato. Fino a questo punto, potremmo quasi credere di trovarci di fronte a un profondo, ancorché discutibile, dibattito sui confini della libertà d’espressione nei festival di rilevanza nazionale. Una macchina culturale imponente, guidata da menti raffinate che non lasciano nulla al caso e che rivendicano il diritto di scegliere i propri messaggeri politici. Una macchina che, giova ricordarlo, si muove grazie a un sistema consolidato di finanziamenti pubblici – regionali, comunali e istituzionali – che ogni anno garantiscono una pioggia di risorse per mantenere Salerno al centro della mappa culturale italiana. Con budget del genere e una simile pretesa di rigore morale, il pubblico si aspetterebbe una cura maniacale per ogni singolo dettaglio, a partire dalla comunicazione istituzionale e dalla gestione dei contenuti informativi. E invece, è proprio qui che il meccanismo si inceppa, regalando un perfetto saggio di strabismo organizzativo che rimarrà negli annali della cronaca locale. Mentre si consumavano i veti geopolitici su Gaza, sul sito ufficiale di Salerno Letteratura compariva la scheda biografica di un’ospite della rassegna: la nota giornalista e scrittrice Sabina Minardi. Qualsiasi utente, o appassionato di libri, cliccando sul nome dell’autrice si sarebbe aspettato di leggere i dettagli della sua carriera giornalistica, le sue collaborazioni o le trame dei suoi libri. E invece no. Con un colpo di genio digitale che meriterebbe un premio a parte, lo staff del festival ha pensato bene di associare al nome della scrittrice la biografia di un’altra Sabina Minardi. Chi? L’omonima e celeberrima supertestimone delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, nota alle cronache giudiziarie per la sua passata relazione con Renatino De Pedis, il capo della Banda della Magliana. La pagina web del festival, immortalata dagli screenshot che ormai circolano nelle chat dei giornalisti e degli addetti ai lavori, recitava testualmente: “Sabrina Minardi, nata nel 1960 a Roma, è stata una figura controversa nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi… relazione con Enrico De Pedis… sottobosco criminale di Roma”. Un errore di distrazione che definire grossolano significa voler peccare di eccessiva indulgenza. Lo scambio di persona è totale, assoluto e perfino spettrale, considerando che la Minardi della Banda della Magliana è deceduta da circa un anno. Siamo di fronte a una vistosa sfasatura di competenze. Da un lato abbiamo una governance culturale che pretende di fare esegesi del testo e della geopolitica mondiale, censurando o riposizionando un pilastro della letteratura contemporanea come Erri De Luca perché non perfettamente allineato all’ortodossia del festival. Dall’altro lato abbiamo una redazione web che non è in grado di fare una verifica elementare su Google prima di associare un’intellettuale ospite della kermesse alla criminalità organizzata degli anni Ottanta. Ci si domanda se la medesima solerzia applicata nel purgare la prolusione di De Luca non potesse essere impiegata per controllare che l’autrice invitata non venisse presentata al pubblico come l’ex compagna di un boss della Magliana. Questo scivolone non è una semplice gaffe da social network, ma il sintomo di un male più profondo che spesso affligge le grandi manifestazioni foraggiate dal denaro pubblico. Quando i festival diventano passerelle ideologiche tese a dimostrare una presunta superiorità morale, si finisce per perdere di vista l’ABC del lavoro culturale: l’accuratezza, il controllo delle fonti, il rispetto per gli ospiti e per il pubblico. Chi gestisce fiumi di denaro pubblico ha il dovere della precisione. Se l’organizzazione non riesce a distinguere una firma del giornalismo culturale italiano da un personaggio chiave del sottobosco criminale romano, allora c’è un problema di competenze strutturali che nessuna prolusione barricadera potrà mai nascondere. Salerno Letteratura si avvia così alla sua settimana clou con un primato difficilmente eguagliabile: essere riuscita nello stesso mese a far scappare Erri De Luca per eccesso di zelo politico e a far risuscitare la Banda della Magliana per carenza di controlli digitali. Ai lettori e ai cittadini salernitani non resta che osservare questo spettacolo, chiedendosi se la prossima volta, prima di deliberare i fondi o di decidere chi ha il diritto di parlare di pace e di guerra, non sia il caso di investire qualche euro in un abbonamento a internet e, soprattutto, in un briciolo di sana, vecchia attenzione professionale.