di Erika Noschese
Vittima di violenza fisica, psicologica e, non meno dolorosamente, dell’indifferenza di chi avrebbe potuto e dovuto proteggerla. Quella di F.S., sportiva salernitana, è la storia di una donna che ha visto progressivamente sgretolarsi la propria serenità a causa di una relazione sentimentale trasformata in un incubo. Una vicenda che, oltre alle sofferenze personali, ha finito per privarla anche di uno dei pochi spazi in cui riusciva a trovare equilibrio e benessere: la palestra che frequentava da anni e nella quale praticava sport con passione e costanza. Oggi F.S. ha deciso di rompere il silenzio e raccontare pubblicamente quanto vissuto, denunciando quello che definisce un vero e proprio “fallimento dei sistemi di tutela nello sport”. Una scelta maturata dopo anni difficili e dopo aver affrontato un percorso giudiziario che ha accertato le responsabilità dell’ex compagno. Nel corso della relazione con un atleta, cintura nera di Brazilian Jiu-Jitsu, la donna sostiene di aver subito ripetuti episodi di violenza fisica e psicologica. Tra i comportamenti denunciati figurano soffocamenti, percosse, sputi, minacce, umiliazioni e forme di controllo ossessivo e possessivo che avrebbero progressivamente compromesso la sua libertà personale e il suo equilibrio emotivo. Una parte di questi episodi risulterebbe documentata anche attraverso conversazioni WhatsApp nelle quali l’uomo farebbe riferimento alle condotte contestate, pur rappresentandosi come vittima della situazione e attribuendo a lei le responsabilità dei fatti. Dopo mesi di sofferenza e paura, F.S. ha trovato la forza di interrompere la relazione e di rivolgersi alle autorità competenti. Con il supporto di un centro antiviolenza, ha presentato denuncia, dichiarando di temere seriamente per la propria incolumità. Il procedimento è stato trattato nell’ambito del cosiddetto “Codice Rosso”, il percorso previsto per i casi di violenza domestica e di genere, e ha portato all’applicazione di una misura cautelare nei confronti dell’uomo, con divieto di avvicinamento alla persona offesa entro un raggio di un chilometro e obbligo di braccialetto elettronico. L’iter giudiziario si è successivamente concluso con una condanna attraverso patteggiamento richiesto dall’imputato, con pena sospesa. Una conclusione che, secondo la donna, non ha però prodotto effetti concreti sul piano sociale e sportivo. Nonostante la definizione del procedimento, infatti, l’atleta avrebbe continuato a frequentare ambienti sportivi e a presentarsi pubblicamente come estraneo ai fatti contestati, sostenendo di essere stato completamente scagionato. Una narrazione che, secondo F.S., sarebbe in evidente contrasto con quanto emerge dagli atti giudiziari. A pagare le conseguenze più pesanti, racconta la donna, è stata proprio la vittima. Per evitare possibili contatti, situazioni di tensione o eventuali ritorsioni, è stata infatti costretta ad abbandonare l’unico contesto sportivo che frequentava abitualmente, rinunciando a una disciplina che rappresentava per lei un’importante fonte di benessere psicofisico e socializzazione. La vicenda coinvolge anche una nota palestra di arti marziali del territorio salernitano. Secondo il racconto di F.S., il titolare della struttura sarebbe stato a conoscenza delle violenze denunciate già diversi mesi prima della formalizzazione della denuncia, senza tuttavia attivare alcun protocollo di tutela o misure di safeguarding a protezione della presunta vittima. Ciò avrebbe consentito, per lungo tempo, la contemporanea presenza nella stessa struttura sia della donna sia dell’atleta successivamente destinatario della misura cautelare. La sportiva evidenzia inoltre che, una volta cessata la misura del braccialetto elettronico, la palestra avrebbe consentito il rientro dell’atleta senza fornirle alcuna comunicazione preventiva, lasciandola di fatto all’oscuro della situazione. Sempre secondo quanto riferito dalla donna, dopo l’emissione della misura cautelare la struttura avrebbe prodotto documentazione relativa all’impiego dell’atleta e a una successiva cessazione del rapporto, atti che sarebbero stati utilizzati nel tentativo di incidere sulle valutazioni riguardanti le misure applicate. «Ho scritto a diversi enti sportivi, federazioni, enti di promozione sportiva e realtà affiliate per segnalare quanto accaduto e chiedere una valutazione della vicenda – racconta F.S. –. Le risposte ricevute fino a oggi sono state parziali o, in alcuni casi, del tutto assenti. Mi sono trovata davanti a un muro di silenzio che mi ha fatto sentire ancora più sola». Per questo motivo la donna ha deciso di rendere pubblica parte della documentazione in suo possesso, condividendo attraverso i propri canali social estratti della sentenza, atti ufficiali e conversazioni che ritiene significative ai fini della ricostruzione dei fatti. «Questa scelta – spiega – è stata dettata anche dalla necessità di difendere la mia dignità personale, più volte messa in discussione da una narrazione falsa e autoassolutoria che continua a circolare. Ho ritenuto necessario contrastare una rappresentazione pubblica della vicenda che non corrisponde alla realtà accertata nelle sedi giudiziarie». La donna sottolinea come la sua iniziativa non sia motivata da spirito di rivalsa, ma dalla volontà di portare all’attenzione dell’opinione pubblica una problematica più ampia che riguarda il mondo dello sport e la tutela delle vittime. «Non scrivo per vendetta – conclude –. Scrivo perché ritengo che questa vicenda rappresenti un caso emblematico di fallimento del sistema sportivo di tutela. Una persona condannata per fatti gravissimi continua a muoversi indisturbata negli stessi ambienti che frequentava prima, mentre la vittima è stata costretta ad allontanarsi dallo sport che amava e praticava da anni. Credo che nessuna donna dovrebbe trovarsi nella condizione di dover scegliere tra la propria sicurezza e la possibilità di continuare a vivere la propria passione».





