di Andrea De Simone,
Quasi 120 milioni di euro di perdite, secondo le ricostruzioni economiche circolate; due retrocessioni consecutive; continui cambi di dirigenti, allenatori e calciatori. Dopo la sconfitta contro il Picerno, salta anche Serse Cosmi. La Salernitana è fuori dalla zona playoff, mentre il management resta al proprio posto.
La domanda è inevitabile: perché continuare così? E soprattutto, quando si comincerà a discutere delle responsabilità di chi governa la società, anziché cambiare soltanto l’allenatore?
La Salernitana fu acquistata alla fine del 2021 per una cifra che, secondo le informazioni diffuse all’epoca, si aggirava intorno ai 10 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato era consolidare la presenza in Serie A e costruire un progetto ambizioso. Le perdite cumulate tra il 2022 e il 2025, stando alle ricostruzioni economiche circolate, si avvicinerebbero a 119 milioni di euro. Cifre che meritano un riscontro puntuale attraverso i bilanci ufficiali della società.
Nel frattempo, la squadra è retrocessa prima in Serie B e poi in Serie C. Dalle ambizioni di una presenza stabile nella massima serie al rischio di rimanere a lungo in terza divisione: una parabola difficile da immaginare.
Anche i movimenti di mercato restituiscono l’immagine di una squadra sottoposta a continui cambiamenti. Secondo stime circolate nell’ambiente granata, in sette sessioni sarebbero arrivati circa 60-70 calciatori, mentre 40-50 avrebbero lasciato il club. Numeri da verificare attraverso le operazioni ufficiali, ai quali si aggiungono i numerosi avvicendamenti in panchina e alla direzione sportiva. Una girandola che non ha prodotto stabilità né continuità di risultati.
A questa instabilità si aggiunge il periodico rincorrersi di voci su possibili trattative per la cessione della società. Ogni volta si riapre il dibattito: si vende? A chi? Gli eventuali interlocutori sono affidabili? Esiste un progetto alternativo credibile?
Sono interrogativi legittimi. Ma il loro ripetersi, senza indicazioni chiare sulle prospettive del club, alimenta incertezza, confusione e sfiducia. Non contribuisce a creare un ambiente stabile e rende più difficile costruire un progetto sportivo credibile.
Le conseguenze sembrano riflettersi anche sul campo. Troppo spesso la squadra appare priva della grinta, della determinazione e della personalità necessarie per onorare la maglia. Talvolta dà persino l’impressione di essere orfana di una guida forte, di una società capace di fare quadrato attorno al gruppo e di tutelarne gli interessi.
Nel calcio contano anche il peso societario, la credibilità e la capacità di rappresentare con autorevolezza le proprie ragioni nelle sedi istituzionali. Non significa sostenere che qualcuno agisca deliberatamente contro la Salernitana, ma chiedersi se una società attraversata da continue incertezze riesca davvero a far valere fino in fondo il proprio ruolo e i propri diritti.
Una società deve trasmettere certezze, proteggere la squadra, assumersi le proprie responsabilità e indicare una direzione. Quando tutto sembra provvisorio, anche il campo può risentirne. E i tifosi finiscono per pagare il prezzo di una situazione che non dipende soltanto dai risultati della domenica.
Ma davvero si pensa che basti cambiare allenatore?
Una crisi di queste dimensioni richiede una riflessione sulla programmazione sportiva, sulle scelte di mercato e sulla gestione complessiva della società. Un allenatore può incidere sui risultati, ma non può diventare ogni volta il capro espiatorio di problemi ben più ampi.
Non si tratta di negare gli investimenti del patron, che ha immesso risorse importanti nel club. Rispetto assoluto ma il punto è capire quali risultati abbiano prodotto. Investimenti ingenti, senza continuità sportiva né un equilibrio economico adeguato, pongono interrogativi che non possono essere elusi.
C’è poi una questione che merita di essere approfondita: come fu ceduta la Salernitana dal Trust alla proprietà attuale?
Il 31 dicembre 2021 l’attuale patron presentò un’offerta di circa 10 milioni di euro per rilevare il club, secondo le ricostruzioni diffuse all’epoca. L’operazione si svolse in una situazione di forte pressione: senza un nuovo proprietario entro la scadenza fissata dalla FIGC, la Salernitana avrebbe rischiato l’esclusione dal campionato.
A distanza di anni, sarebbe utile conoscere meglio le condizioni patrimoniali della società in quel momento, i criteri utilizzati per determinarne il prezzo, il numero delle offerte ricevute e le ragioni della scelta finale.
I trustee dichiararono di aver valutato le proposte considerando la congruità economica, le garanzie finanziarie e i requisiti degli acquirenti. Sarebbe interessante poter esaminare la documentazione relativa alla procedura, per comprendere quali elementi abbiano orientato concretamente quella decisione.
Nel dibattito tra tifosi e osservatori è stata avanzata anche l’ipotesi che il prezzo pagato fosse inferiore al valore effettivo della società. Ma quale fosse realmente quel valore non può essere stabilito sulla base di semplici stime retrospettive: occorrono documenti, criteri di valutazione attendibili e una ricostruzione delle condizioni economiche e patrimoniali dell’epoca.
Il Trust assolse pienamente il proprio compito nell’interesse della Salernitana? La procedura consentì la migliore valorizzazione possibile del club, compatibilmente con i tempi imposti dalla FIGC?
Sono domande legittime, che non implicano irregolarità né autorizzano ad attribuire responsabilità senza prove. Chiedere trasparenza su quel passaggio significa voler comprendere le condizioni nelle quali fu trasferita la proprietà.
Ricordo male o la precedente proprietà fu ascoltata in Procura?
Oggi dunque qual è il progetto dell’ attuale patron,presente in tribuna in alcune gare, per il futuro della Salernitana?
Cedere, continuare o limitarsi a gestire l’esistente?
Torniamo alla domanda iniziale. Non mi pare che il patron abbia un legame particolare con la città tale da spiegare, da solo, la volontà di proseguire questa esperienza.
Anzi, dopo alcuni striscioni di contestazione, il rapporto con la tifoseria è apparso diverso rispetto ai momenti delle braccia tese sotto la curva e delle adunate in piazza della Concordia.
Sono tra quelli che non hanno mai applaudito i giri di campo né le celebrazioni in piazza. Proprio lì, da presidente della Provincia, avevo organizzato una grande manifestazione granata con Mietta per festeggiare la promozione del 1990. Un’esperienza che, per partecipazione, entusiasmo ed emozione, non è paragonabile a quelle successive.
E allora perché insistere in un’impresa che, sul piano sportivo, ha accumulato risultati così negativi e che pone interrogativi anche sul piano economico?
È una scelta dettata dalla passione per il calcio? Dalla volontà di riscattare un progetto fallito? Dalla convinzione che la Salernitana possa ancora rappresentare un investimento con prospettive future? Oppure esistono ragioni economiche, patrimoniali o strategiche che dall’esterno non conosciamo?
Sono interrogativi, non insinuazioni. Senza conoscere le motivazioni del proprietario, sarebbe scorretto attribuirgli interessi particolari. È però legittimo chiedersi quale prospettiva giustifichi la prosecuzione di un’esperienza segnata da risultati tanto deludenti.
Nel frattempo, mentre la squadra scendeva dalla Serie A alla Serie C, le perdite indicate dalle ricostruzioni economiche si accumulavano e la programmazione cambiava continuamente. Oggi si riparte ancora dalla panchina, come se un nuovo allenatore potesse cancellare ciò che è accaduto.
I tifosi non hanno bisogno dell’ennesima promessa di svolta. Hanno bisogno di un progetto credibile, di obiettivi chiari e di risposte sulle ragioni di una crisi che non può essere ridotta a una successione di errori individuali.
C’è intanto un’altra vicenda che merita attenzione: il cantiere per il nuovo stadio Arechi. Si tratta di un investimento importante per il futuro della città e di un segnale concreto dell’impegno delle istituzioni verso il rinnovamento dell’impianto e il futuro dello sport salernitano.
Proprio questo rende ancora più evidente il contrasto con la situazione della squadra. Uno stadio moderno, all’altezza delle ambizioni di Salerno, merita una Salernitana capace di guardare lontano. Non basta costruire una casa nuova: occorrono un progetto sportivo credibile, una squadra competitiva e una società in grado di programmare il futuro.
Il nuovo Arechi dovrebbe essere un’occasione per ripartire, non certo per ospitare gare di provincia. Sarebbe paradossale consegnare alla città un impianto rinnovato mentre la sua squadra simbolo resta in Serie C, dopo aver smarrito la continuità e le prospettive che sembravano accompagnare il progetto iniziale.
Non spetta a me stabilire chi debba allenare la squadra, né chiedere al patron di continuare o di cedere la società. I suoi diritti e le sue prerogative non sono in discussione.
Esistono, però, anche i diritti dei tifosi. Parlo da abbonato, da uno di quelli che continuano a seguire la Salernitana «che vinca o che perda».
Chi sostiene la squadra anche nei momenti più difficili ha diritto di vedere calciatori che onorino la maglia e di ricevere rispetto da chi dirige la società. La fedeltà dei tifosi non può essere data per scontata, né scambiata per disponibilità ad accettare tutto. Amare una squadra significa starle vicino anche quando perde, ma anche pretendere serietà, chiedere conto delle scelte e conoscere le prospettive del progetto.
I salernitani hanno diritto di sapere quale sia il progetto, quanto costi e dove voglia arrivare. Non per sostituirsi alla proprietà, ma perché una società di calcio non è soltanto un’impresa: è anche un patrimonio di passione, storia e identità collettiva.
Spendere molto non significa necessariamente creare valore. Dopo tanti investimenti, tanti cambiamenti e due retrocessioni, non basta più chiedersi che cosa sia andato storto.
La vera questione è capire quando si comincerà finalmente a discutere delle responsabilità di chi governa la Salernitana, anziché cambiare soltanto l’allenatore.








