Quale scuola vogliamo costruire - Le Cronache Attualità
Attualità

Quale scuola vogliamo costruire

Quale scuola vogliamo costruire

Barbara Figliolia

Ci sono notizie che, alla ripresa di un nuovo anno scolastico ,non possono essere archiviate come l’ennesimo episodio di cronaca. La professoressa accoltellata a scuola da uno studente tredicenne merita una seria riflessione che investe non soltanto la gravità del gesto , ma la pericolosa fragilità educativa e sociale che lo determinano. In qualità di Dirigente scolastica ,e prima ancora come persona che ogni giorno vive la scuola, sento il dovere di dire con chiarezza che la scuola non può essere il luogo in cui la violenza diventa una risposta possibile al conflitto, alla frustrazione, al rimprovero, al brutto voto , al limite imposto da un adulto. Un insegnante può sbagliare, può essere severo, può prendere una decisione che uno studente non condivide. Ma nessun dissenso può trasformarsi in minaccia, aggressione o violenza. E questo principio deve essere ribadito senza ambiguità. Quello che è accaduto non è, purtroppo, un episodio isolato. È l’ultimo di una serie di fatti che, con modalità diverse, hanno visto docenti aggrediti, minacciati o delegittimati proprio mentre svolgevano il loro compito educativo. E allora, a pochi giorni dal ritorno tra i banchi, dobbiamo chiederci quale scuola vogliamo costruire. Una scuola che abbia paura di esercitare la propria funzione educativa per timore delle reazioni? Una scuola nella quale l’autorevolezza venga confusa con l’autoritarismo e il limite con un’offesa personale? Oppure una scuola capace di educare al rispetto, alla responsabilità, alla gestione del conflitto e alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni? La risposta non può arrivare dalla scuola da sola. Servono famiglie presenti e consapevoli, istituzioni capaci di sostenere concretamente chi lavora ogni giorno nelle aule, servizi territoriali in grado di intercettare il disagio prima che esploda, e una comunità che torni a considerare l’educazione una responsabilità collettiva. Ma serve anche una riflessione sul ruolo degli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di rispettare le regole se noi adulti siamo i primi a delegittimarle. Non possiamo pretendere che imparino a gestire la rabbia se non insegniamo loro che la rabbia può essere ascoltata senza diventare violenza. La scuola deve continuare ad essere un luogo di confronto, anche quando il confronto è difficile. Deve saper accogliere il disagio, ma anche porre dei limiti. Deve comprendere, ma non giustificare la violenza. Deve educare senza rinunciare all’autorevolezza. E dobbiamo soprattutto proteggere i nostri docenti. Dietro ogni insegnante aggredito non c’è soltanto una persona ferita. C’è una comunità professionale che si sente colpita nella propria dignità e nella propria funzione. Difendere gli insegnanti significa difendere la possibilità stessa di educare. Da pochi giorni si sono riaperti i cancelli delle nostre scuole. Entrano ragazze e ragazzi con le loro storie, le loro difficoltà, le loro aspettative e, talvolta, le loro fragilità. Noi adulti abbiamo il compito di esserci. Con pazienza, ma anche con fermezza. Con ascolto, ma anche con regole chiare. Con empatia, ma senza rinunciare alla responsabilità. Perché una scuola sicura non è una scuola senza conflitti. È una scuola che insegna a trasformare il conflitto in dialogo e la rabbia in parole. L’ inizio del nuovo anno scolastico dovrebbe coincidere con la consapevolezza che educare non significhi soltanto trasmettere conoscenze ma, in forma prioritaria,insegnare , cioè costruire valori ed ideali etici che contribuiscano alla formazione del soggetto capace di relazionarsi nel sociale , privilegiando rispetto e dignità