Credo che ognuno di noi, rovistando negli album di famiglia, possa trovare almeno una foto con una candelina piantata sopra una mattonella di biscotti. La pizza di gallette era lì, silenziosa e fedele, ad accompagnare compleanni, domeniche e feste di casa, quando il dolce non era un’abitudine ma un piccolo evento.
Per la mia generazione è stato il dolce dell’infanzia. Una novità che negli anni Settanta spopolava proprio perché semplice: niente forno, pochi ingredienti, tempi rapidi. Si usavano le gallette, tra i primi biscotti già pronti a entrare nelle cucine di casa, in un’epoca in cui oggi parleremmo di “cucina della nonna”, ma allora era solo necessità. Le giornate erano lunghe, divise tra campi, lavori, figli, case da mandare avanti. Il dolce, spesso, era riservato ai giorni importanti.
La pizza di gallette si faceva così, senza troppe domande: gallette inzuppate nel vermouth .,il liquore che stava nei salotti, dentro bottiglie eleganti, accompagnato dai bicchierini del servizio buono ,crema pasticcera e una pioggia finale di diavolini colorati. Veniva appoggiata nei grandi vassoi ovali di porcellana, perché non esistevano contenitori usa e getta e la tavola aveva ancora il suo rituale.
È un dolce che molti considerano tipicamente salernitano, la nostra risposta al tiramisù nato più o meno negli stessi anni in Veneto.
Da bambina, però, non era tra i miei preferiti. Eppure amavo i dolci. Non mi piaceva la crema, non mi convincevano i biscotti, il vermouth mi sembrava troppo deciso. Lo guardavo con una certa diffidenza.
Oggi, invece, quel ricordo mi stringe il cuore. Rivedo la pizza di gallette sul grande tavolo di una masseria immersa nei campi della Piana del Sele. Rivedo i miei nonni, con cui sono cresciuta. E capisco che quel dolce non parlava di gusto, ma di tempo, di attese, di famiglia, di una rivoluzione sociale che portava le donne a portare in tavola piatti più facili da preparare e dedicare qualche momento a se stesse.
È per questo che ho deciso di riproporlo per non perdere un pezzo di memoria. Nel tempo le versioni sono cambiate: c’è chi usa la chantilly, chi il cioccolato, chi liquori diversi. Ma l’anima resta la stessa: un dolce semplice che racconta chi eravamo.
Vi lascio la mia ricetta , intanto se anche voi ne conservate una versione di famiglia, raccontatemela. Perché certi dolci non si tramandano solo con gli ingredienti, ma con i ricordi.
Pizza di gallette con crema pasticcera
Ingredienti
(per uno stampo rettangolare o un vassoio medio)
Per la pizza di gallette
2 confezioni di gallette secche tipo Oro Saiwa
Vermouth q.b. (quanto basta per l’inzuppo)
Zuccherini colorati (diavolini), facoltativi
Per la crema pasticcera
500 ml di latte intero
4 tuorli d’uovo
120 g di zucchero
40 g di farina 00
1 bacca di vaniglia (oppure scorza di limone non trattato)
Procedimento
In una casseruola scaldate il latte con la vaniglia incisa (o la scorza di limone), senza portarlo a ebollizione.
In una ciotola lavorate i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso, poi incorporate la farina setacciata.
Versate il latte caldo a filo, mescolando continuamente, quindi rimettete il tutto sul fuoco dolce. Cuocete mescolando finché la crema si addensa e diventa liscia e vellutata.
Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare coprendo con pellicola a contatto.
Versate il vermouth in un piatto fondo. Inzuppate velocemente le gallette, una alla volta, senza inzupparle troppo.Disponete il primo strato di biscotti su un vassoio o in uno stampo. Coprite con uno strato generoso di crema pasticcera.
Continuate alternando strati di gallette e crema fino a esaurire gli ingredienti.
Tradizionalmente si termina con uno strato di gallette, ma potete chiudere anche con la crema e decorare con i diavolini, come si faceva una volta.
Lasciate riposare la pizza di gallette in frigorifero per almeno 3–4 ore, meglio ancora tutta la notte.
Servitela fredda, tagliata a fette, come si faceva nei giorni di festa.
Nota di memoriaUn tempo il vermouth era imprescindibile, oggi può essere sostituito da caffè, latte o altri liquori, ma questa resta la versione più autentica, quella che profuma di domeniche in famiglia.
Le gallette non solo biscotti
In quegli anni cambia anche ciò che entra nelle dispense. L’arrivo degli Oro Saiwa, nati ufficialmente nel 1956, segna una piccola ma decisiva rivoluzione culturale e sociale nell’Italia del dopoguerra. Per la prima volta il biscotto diventa un prodotto industriale confezionato: non più solo fatto in casa o acquistato sfuso in pasticceria, ma standardizzato, riconoscibile, sempre uguale a se stesso, custodito in un pacchetto sigillato che profuma di modernità.
Con le gallette Oro Saiwa nasce anche la colazione come la intendiamo oggi. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli italiani iniziano ad abbandonare le colazioni povere o salate ,pane e vino, avanzi della sera prima, zuppe ,per abbracciare il rito dolce del latte e biscotti. Quei rettangoli chiari, resistenti all’inzuppo, diventano il simbolo di un nuovo inizio quotidiano.
Sono il volto gentile del boom economico: un piccolo lusso finalmente accessibile, non più riservato a pochi ma alla portata di tutte le famiglie che entrano nel ceto medio. Biscotti “leggeri”, considerati digeribili, adatti ai bambini e agli anziani, capaci di rassicurare in un Paese che stava imparando a mangiare meglio e a vivere un po’ più lentamente. Anche la loro forma diventa un’icona: quel rettangolo dai bordi festonati, ispirato ai biscotti Marie internazionali ma adattato al gusto italiano, finisce per definire lo standard del biscotto secco nel nostro immaginario. È con questi biscotti che si costruisce la pizza di gallette, dolce semplice e senza forno, figlio diretto di un’Italia che stava cambiando.
Quelle gallette non erano solo biscotti ,ma lo spaccato dell’Italia degli anni Settanta, un Paese che si lasciava alle spalle la guerra, portava ancora addosso la fatica della ricostruzione e trovava, in una tavola apparecchiata con poco, il suo modo più sincero di guardare avanti.
Raffaella D’Andrea





