Ci sono storie che sembrano già scritte. Un bambino che gioca per strada. Un talento che cresce. Le domeniche sui campi della Serie D, le promozioni, gli spogliatoi, gli applausi. Poi, un giorno, il calcio finisce. E la vita ricomincia. Quella di Luciano Vessicchio, 64 anni, agropolese, sembrava una di queste storie. Per oltre vent’anni è stato un difensore affidabile, uno di quei calciatori che forse non conquistano le copertine, ma diventano indispensabili per ogni allenatore. Quando gli chiedo quale sia il ricordo più bello della sua carriera, però, non parla di una partita. Sorride. «Perché non mi chiedi come mai ho smesso di giocare a ventinove anni?» La domanda sposta tutto. Da quel momento il calcio diventa soltanto lo sfondo, e la storia prende una direzione completamente diversa. Non parleremo di un ex calciatore , ma di un uomo che ha scelto di dedicare la propria vita agli altri. Ma andiamo con ordine . Tutto era iniziato molto tempo prima, tra le strade di Agropoli. «Avevo sei anni. Ad Agropoli le automobili si contavano sulle dita di una mano. Le porte erano due pietre. La traversa la immaginavamo. Si giocava fino a quando faceva buio.» Il pallone arriva prima di tutto. Poi il primo provino. Salvatore Apadula, storico osservatore del Napoli, organizza una selezione a Gromola. «Partimmo in quattro. Treno fino a Capaccio e poi il resto del viaggio come capitava. Superai il provino e da lì iniziò la mia carriera.» L’Agropoli. Il Solofra.Il Vallo di Diano San Rufo, con la promozione in Serie C2. La Battipagliese di Santosuosso e lo spareggio vinto contro la Sarnese. La Poseidon. Il ritorno ad Agropoli. La convocazione al Torneo delle Regioni, unico calciatore agropolese presente in quella rappresentativa. Una carriera importante. Ma non abbastanza importante da impedirgli di cambiare strada. Poi, un giorno, la decisione che sorprende tutti . Nessun trasferimento, nessun contratto importante, nessun addio tra applausi e lacrime. Luciano ha semplicemente annunciato di smettere con il calcio agonistico. Resta nel settore giovanile della Poesidon del Presidente Antonio Mondelli “Ma è arrivato il momento di fare altro”, aveva detto agli amici, senza aggiungere altro. Per molti è stata la classica storia di un atleta che, terminata la carriera, sceglie una vita più tranquilla. Un lavoro normale, più tempo per la famiglia, i fine settimana liberi. Ma non è così! La svolta Luciano, dopo essersi laureato all’ISEF entra nella scuola come insegnante di sostegno , ed è lì che scopre quella che lui definisce «una folgorazione». Da quel momento decide che la sua vita sarà accanto ai ragazzi con disturbo dello spettro autistico. «Vivo nel mondo della disabilità. Il telefono è sempre acceso. Le famiglie mi chiamano continuamente. Non riesco a staccare. È come se fossi sempre a scuola.» Gli chiedo se collabora con qualche associazione. Ride. «Sono io l’associazione….Telefono Aperto » È una risposta che potrebbe sembrare una battuta. Invece è una fotografia. Perché Luciano non fa volontariato nel tempo libero. Ha trasformato la disponibilità in uno stile di vita. I nomi arrivano uno dopo l’altro. Silvio. «Mi chiama dieci volte al giorno. Ogni settimana andiamo a pranzo insieme.» Un altro Silvio, è arrivato quest’anno ed anche con lui s’instaura un rapporto straordinario. Rodolfo. «Quando l’ho conosciuto non parlava. Oggi riesce a esprimersi. È una gioia enorme.» Luigi. «Posso dire che mi ha cambiato la vita.» Non racconta casi,Luciano, racconta persone. Le chiama sempre «i miei ragazzi». Come farebbe un padre. Poi pronuncia un altro nome. Mario. La sua voce cambia. «L’ho conosciuto quarantaquattro anni fa. Ha la sindrome di Down e molte altre gravi patologie.» La sua famiglia accolse Luciano come un figlio. Lui diventò il “fratello” che Mario non aveva. Con il passare degli anni, i genitori non ci sono più. Luciano sì. «Oggi vivo accanto a lui. Lo assisto e non gli faccio mai mancare la mia presenza.» Non c’è altro da aggiungere. Il calcio gli ha regalato vittorie. La vita gli ha chiesto molto di più. Essere presente. Rispondere al telefono. Accompagnare una famiglia. Festeggiare una parola pronunciata per la prima volta. Restare quando gli altri non ci sono più. Sono gesti che non finiscono nei tabellini. Non assegnano trofei. Non fanno rumore. Eppure valgono più di una promozione. Prima di salutarci torno sull’inizio della nostra conversazione. Gli chiedo se, guardandosi indietro, rifarebbe tutto. Luciano non ci pensa nemmeno un minuto. Sorride. Lo stesso sorriso con cui aveva iniziato a raccontarsi. «Sì. Perché la partita più importante della mia vita l’ho giocata e vinta fuori dal campo.» E, ascoltandolo, viene da pensare che certe vittorie non abbiano bisogno di uno stadio. Hanno bisogno soltanto di qualcuno che scelga di restare. GE.RI






