di Alfonso Malangone*
La notizia è stata diffusa dalle reti tv nazionali: il giovane Mattia è morto all’età di 13 anni dopo averne vissuti nove in coma vegetativo. Aveva ingerito l’escherichia-coli, il batterio presente nell’intestino umano e animale con il quale è opportuno evitare ogni contatto sebbene si legga, sui libri, che per la maggior parte dei suoi ceppi sia del tutto innocuo. In realtà, alcuni di essi possono causare infezioni intestinali o urinarie, provocare diarrea (anche con sangue nei casi gravi), crampi alla pancia, nausea e febbre, mentre altri sono davvero pericolosi in quanto produttori di tossine nocive nel corpo degli infettati. Per questo, è necessario provvedere alla sua pronta eliminazione, prima con la pulizia personale, poi evitando il contatto con i liquami veicolati dalle reti fognarie verso gli impianti di depurazione. E, magari, anche stando attenti a non calpestare per strada le deiezioni canine. Nel caso del piccolo Mattia, che lo aveva ingerito mangiando del formaggio fatto con latte crudo, il batterio ha provocato l’insorgere di una malattia rara e grave che, quando colpisce, è causa della rottura dei globuli rossi, di una riduzione del numero delle piastrine e di un’improvvisa insufficienza renale. Per tutte queste eventualità, pure remote, l’escherichia-coli è un batterio attenzionato e la sua presenza nei cibi e nell’acqua è oggetto di specifici protocolli di accertamento. Non è accettabile, quindi, che per Matia si parli di sfortuna sostenendo che non tutti coloro che si feriscono con un ferro arrugginito prendono il tetano, né tutti coloro che si ammalano di bronchite poi passano alla polmonite. Proprio perché ogni organismo reagisce in modo diverso di fronte a possibili infezioni, in quel latte il batterio non doveva esserci. Punto. Dall’escherichia-coli, la nostra Città non è immune. Finisce in mare dalle navi che si ripuliscono al largo, dalle barche dei vip quando fanno la stessa cosa, dalle foci dei fiumi Irno, Fuorni e Picentino e, poi, dalle condotte fognarie ogniqualvolta piogge abbondanti fanno superare il livello di troppo pieno, soprattutto nella zona orientale. Per questo, la sua assenza totale è un obiettivo non raggiungibile, salvo acquisire più elevati livelli di civiltà. Così, a tutela della salute pubblica, le Autorità provvedono a monitorare i valori di concentrazione sopportabile dall’organismo in piena sicurezza. E’ opportuno sapere che, per la balneazione, la normativa fissa il livello massimo in 500 Unità per mezzo bicchiere d’acqua, salvo errore. La verifica spetta a Arpac che ha selezionato cinque punti di campionamento e diffonde i suoi bollettini per ciascuno di essi. In verità, non essendoci confini nel mare, nessuno può garantire che non ci siano passaggi clandestini. A questa situazione ‘ordinaria’, si è aggiunto di recente il fenomeno della spiaggia di Torrione dove erano in corso le opere di ripascimento. Un caso davvero straordinario perché non è stato rilevato l’inquinamento dello specchio d’acqua, qualificato eccellente, ma del materiale che è stato sversato per ricostituire l’arenile. Peraltro, poiché gli esami sono stati effettuati con il sistema del carotaggio, quindi scendendo in profondità, non si tratterebbe di contaminazione superficiale. Se questa fosse la situazione, potrebbe definirsi davvero estrosa la dichiarazione che ha attribuito la causa dell’inquinamento alle deiezioni dei cani e di altri animali nel periodo invernale. Dovrebbe essere così dappertutto. E, non sembra sia così. Conoscere le basi scientifiche di una simile fantasticheria servirebbe a togliere ogni incredulità. Salvo ogni errore. Di fatto, l’elevato livello di inquinamento rilevato da Arpac induce a ritenere che quel materiale sia stato prelevato da zone infette, inondate da rifiuti e, soprattutto, da liquami. Perché sia accaduto, non è dato sapere, visto il ping-pong di responsabilità tra Comune e impresa appaltatrice. E, quindi, neppure si possono attribuire responsabilità. Peraltro, la vicenda è tuttora confinata nell’ambito del rapporto intercorrente tra le controparti ed è gestita come controversia di esclusiva natura contrattuale. Così, la spiaggia è stata chiusa dal Comune per 60 giorni in attesa di definire la questione secondo una duplice alternativa: o l’impresa sostituisce il materiale o il contratto viene annullato. Niente di più. Eppure, a riflettere bene, non ci sarebbero solo le ipotesi dell’inadempimento, della possibile frode in pubbliche forniture o della elaborazione di documentazione falsa, ma potrebbero esserci veri e propri delitti contro la Comunità: l’inquinamento ambientale (art. 452bis Codice Penale), il getto di cose pericolose (art. 674 C.P.), la gestione illecita dei rifiuti, la violazione paesaggistica, il danno per deturpamento di bene pubblico. Senza considerare la privazione del diritto della Comunità all’utilizzo in sicurezza del suo mare. Se, poi, ci fosse responsabilità dell’Amministrazione, si potrebbe parlare di omissione di atti di ufficio (art. 328 C.P.), di falso ideologico (art. 479 C.P.), di concorso doloso o colposo, di danno erariale. Detto, facendo salvo ogni errore. Per tutto questo, il mancato intervento della Procura appare incomprensibile. Non solo. Mentre Comune e impresa ballano il valzer e la Magistratura assiste in silenzio, la Soprintendenza imita il pastore Benino nel Presepe al passaggio della Stella, cioè: “non so, non c’ero e se c’ero dormivo”. Poi, le Autorità Sanitarie sembra abbiano a cuore altre vicende, l’Arpac fa il suo compitino e la Polizia Municipale redarguisce con una tirata di orecchi quei cittadini, e sono tanti, che superano le barriere di burro messe a ‘protezione’. Sul web ci sono le immagini. Adesso, dopo la vicenda del giovane Mattia, qualcuno dovrebbe cambiare qualcosa. Perché: non succede che non succede, ma se succede quello che nessuno è disposto ad immaginare, allora non servirà manifestare rincrescimento di fronte ad un concorso di colpe gravissime Quel ragazzo aveva 13 anni. Una giovane vita è stata spezzata da una infezione definita banale che, per Lui, si è rivelata mortale. Nessuno può escludere che il fenomeno si ripeta anche da noi se l’Arpac ha fatto i rilievi giusti e non siamo di fronte ad una commedia teatrale di un cartellone estivo. Nei giorni scorsi, un cittadino ha sollecitato l’intervento del Capo della Procura. E, allora, dott. Cantone: Lei non può permettere che i ragazzi della Città possano correre lo stesso rischio di Mattia. Salerno ha bisogno di amore vero. *Ali per la Città P.S.: si fa salvo ogni errore nella ricostruzione degli eventi.








