Le ombre che oscurano la cattedra di S. Matteo - Le Cronache Ultimora
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Le ombre che oscurano la cattedra di S. Matteo

Le ombre che oscurano la cattedra di S. Matteo

Tra le navate della Cattedrale di Salerno riposano le spoglie dell’Apostolo Matteo e di Papa Gregorio VII, figura storica e simbolo inflessibile del rigore, della riforma e della lotta contro ogni forma di opacità nella Chiesa. Eppure, proprio in questa terra radicata in una tradizione spirituale millenaria, l’atmosfera che oggi si respira all’interno del clero diocesano è carica di sgomento, delusione e un serpeggiante senso di sfiducia. Al centro delle critiche vi è la gestione dell’Arcivescovo Andrea Bellandi, la cui figura appare sempre più distante, arroccata dietro un silenzio che molti sacerdoti non esitano a definire dettato da presunzione e mancanza di reale trasparenza. Il nodo della doppia misura: controllati e controllori La questione fondamentale che alimenta il malcontento all’interno del presbiterio salernitano riguarda l’evidente asimmetria nella gestione amministrativa e pastorale. Per la gran parte dei sacerdoti e dei parroci del territorio, infatti, l’assunzione di decisioni economiche o amministrative richiede il rispetto rigoroso di procedure, autorizzazioni preventive e un costante vaglio da parte degli uffici diocesani. Regole rigide, giustificate in nome della prudenza e della tutela dei beni ecclesiastici. Tuttavia, il principio per cui la legge è uguale per tutti sembra vacillare di fronte a figure chiave dell’entourage arcivescovile, come don Gentile, don D’Angelo e don Romano. A queste figure vengono attribuiti ruoli e margini d’azione nei quali il confine tra chi deve gestire e chi deve controllare appare del tutto sfumato. Il corto circuito etico e gestionale si crea quando i soggetti chiamati a vigilare sull’amministrazione si trovano ad essere contemporaneamente gli esecutori delle decisioni stesse: un assetto in cui controllato e controllore coincidono, annullando di fatto ogni forma di equilibrio interno e imparzialità. Trasparenza negata e organi diocesani scavalcati La sfiducia del clero non nasce solo dalla gestione delle risorse, ma dal metodo con cui vengono prese le decisioni strategiche per la vita della diocesi. L’Arcivescovo Bellandi viene percepito da una parte consistente del suo presbiterio come una figura incline a nascondersi dietro decisioni unilaterali, evitando il confronto aperto e non dando risposte alle domande legittime che emergono dal territorio e dai sacerdoti stessi. Organi collegiali come il Consiglio Presbiterale o il Consiglio Diocesano per gli Affari Economici — nati proprio con lo scopo di garantire la sinodalità e la collegialità volute dal Magistero — rischiano così di trasformarsi in meri ratificatori di scelte già prese al chiuso di poche stanze. Questo atteggiamento riduce la partecipazione reale del clero a una formale finzione, mortificando la dignità dei parroci che quotidianamente affrontano le sfide pastorali sul campo. “Dal Gregge alle assunzioni”: le zone d’ombra della Diocesi Le perplessità non riguardano soltanto l’ambito strettamente pastorale, ma toccano la gestione operativa delle strutture, delle collaborazioni e dei rapporti d’impiego all’interno delle realtà diocesane (“dal Gregge fino alle assunzioni”). Quando i criteri di selezione, di spesa e di incarico non rispondono a parametri chiari, meritocratici e verificabili, il sospetto di favoritismi e di gestione personalistica prende il sopravvento su quella che dovrebbe essere una condotta di esemplare trasparenza. Un Vescovo che si isola o che sceglie di affidarsi a una cerchia ristretta senza fornire chiarimenti pubblici si espone all’inevitabile sospetto di essere egli stesso ostaggio di equilibri interni e di dinamiche di potere che gli impediscono di agire nell’esclusivo interesse della comunità e della crescita spirituale del clero. Quale fiducia per il futuro? Un clero demotivato e sfiduciato verso il proprio Pastore è il segnale più critico per qualsiasi diocesi. La crescita umana e spirituale dei sacerdoti non può prescindere da un rapporto fondato sulla paternità, sulla giustizia distributiva e sull’ascolto sincero. Se viene meno la fiducia nella linearità delle decisioni dell’Episcopio, l’intera azione evangelizzatrice ne risulta indebolita. Salerno non è una terra qualunque: la memoria di Gregorio VII ricorda che il governo della Chiesa necessita di veridicità, coraggio e pulizia morale. Per riannodare i fili del dialogo con i suoi sacerdoti e restituire serenità alla comunità dei fedeli, è indispensabile chiarire le ombre, sciogliere le posizioni di potenziale conflitto d’interesse e riportare al centro l’ascolto e la trasparenza.ree commerciali portuali.