La teocrazia del perbenismo - Le Cronache Attualità
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La teocrazia del perbenismo

La teocrazia del perbenismo

Peppe Rinaldi

Il blocco culturale che oggi governa larga parte dell’Italia politica non è soltanto un’aggregazione spontanea di ideali – chiamiamoli così – ma una struttura di potere stratificata e con un alto tasso di cinismo. Lo dimostra la reazione scomposta, incomprensibile, fanaticamente mendace del fronte del “No” per il prossimo referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pm. E’ un mondo genericamente definito “di sinistra” o “progressista”, spesso trasversale, che ha sostituito la realtà dei fatti trasformando la politica in una variante secolare della caccia alle streghe. Partendo dalle macerie di Tangentopoli, questo sistema si è evoluto fino a saldarsi con le forme più estreme della cancel culture e dell’ideologia woke d’importazione americana, azionando l’asfissia che ha reso cianotico un gran pezzo d’Occidente: e non è detto che l’organismo si riprenda. In Italia, la storia, quella con la “s” minuscola, ha un punto di rottura preciso: il crollo della Prima Repubblica cosiddetta. Davanti alla fine delle grandi narrazioni ideologiche, la sinistra storica compì una scelta fatale per la democrazia italiana: la delega della propria identità alla magistratura, soprattutto sul suo versante inquirente. Il cosiddetto “Popolo dei fax” dei primi anni ‘90 fu l’avanguardia di questo processo. Migliaia di cittadini, coordinati dalle redazioni dei grandi giornali del tempo, su tutti L’Unità e La Repubblica, iniziarono a inondare i palazzi di messaggi d’indignazione. Non si chiedevano riforme, né economiche né politiche né d’altro conio ma “onestà”, intesa quasi come categoria metafisica. In quel momento, la sinistra si fece fiancheggiatrice delle procure, elevando il codice penale a nuovo Vangelo. E’ stato detto e ridetto in tutte le salse. In questi giorni forse giova ripeterlo. Figure come Antonio Di Pietro (quello di allora) divennero icone intoccabili, intellettuali come Paolo Flores d’Arcais teorizzavano su MicroMega che la legittimità politica non derivasse più dal voto ma da una presunta superiorità morale validata dai tribunali. Fu l’alba del giustizialismo come dogma. Successe anche a destra (gli allora missini, la prima Lega Nord) ma per chissà quale stravagante motivo la cosa ebbe implicazioni ininfluenti. Il problema era – ed è – a sinistra, un po’ come tutto il resto. Con l’ascesa di Silvio Berlusconi, il blocco politico-culturale trovò il suo nemico perfetto. La lotta politica smise di essere scontro/confronto su tasse, infrastrutture o altro, per diventare quasi un’esorcizzazione antropologica: non che prima non si avesse la tentazione di cedere a questo tipo di scorciatoia attraverso scandali pruriginosi o di malaffare, ma la differenza col “dopo” è tutta nella elevazione a sistema di questo approccio mentale e culturale alla realtà. Il sistema mediatico e intellettuale costruì la narrazione del famigerato “Caimano”, il cavaliere nero di Arcore, che mai usò gli sbrigativi metodi del cavaliere di pari colore di Gigi Proietti, ricavandone in cambio la più estesa ed estenuante battuta di caccia all’uomo che la Repubblica italiana ebbe mai modo di conoscere dopo quella contro Bettino Craxi. Tutti guai, tutti problemi e tutti irrisolti. Movimenti come i Girotondi di Nanni Moretti, il Popolo Viola e, successivamente, le mobilitazioni femminili di “Se non ora, quando?” delle Comencini e delle De Gregorio, agirono come bracci armati di una sinistra istituzionale incapace di elaborare una propria visione del mondo. Il femminismo di questi anni, intriso di un moralismo borghese e giudicante, dipinse la donna come una vittima sacrificale del modello televisivo berlusconiano, creando un perimetro di rispettabilità che escludeva chiunque non parlasse il gergo dei salotti intellettuali. Era, citando un certo Joseph Ratzinger, la “dittatura del relativismo” applicata al metodo politico: non essendoci più una verità condivisa, la morale diventava l’arbitrio che decideva chi fosse civile e chi barbaro. Insomma, un disastro. L’ultimo quindicennio ha visto l’ingresso di un nuovo elemento destabilizzante: il Movimento 5 Stelle. Se prima il moralismo era una tattica elettorale, con Grillo e poi con Giuseppe Conte esso è diventato una petulante burocrazia del sospetto. Il M5S ha ereditato il giustizialismo sorto con i fax e lo ha istituzionalizzato. Il fiancheggiamento della sinistra storica al grillismo è stato il colpo di grazia alla logica politica. Il PD, pur di mantenere posizioni di potere, ha accettato il linguaggio dell’onestà “uno vale uno”, degradando il dibattito a una rissa tra puritani. La presenza molesta e pervasiva dei 5 Stelle ha poi introdotto un clima di inquisizione permanente dove ogni atto amministrativo è preventivamente sospetto. Questo blocco PD-M5S, saldato a interessi finanziari e apparati burocratici, difende ancora oggi uno status quo paralizzante, dove ogni mossa ad esso aliena è vista come un pericolo per l’ordine morale costituito. Una storia che si ripete, il famoso ritorno dell’identico. Oggi assistiamo alla fase suprema di questa evoluzione: l’abbraccio con l’ideologia woke americana, un modo spiccio attraverso il quale il moralismo provinciale italiano ha trovato nel progressismo d’oltreoceano la sua legittimazione globale. Quello che negli anni ‘90 era il linciaggio mediatico del nemico politico, oggi è la cancellazione di chiunque non aderisca ai dogmi della fluidità, del linguaggio inclusivo forzato e della revisione iconoclasta della storia. Il blocco culturale italiano ha adottato con entusiasmo queste armi per silenziare il dissenso. Il “dissenso”, l’ultimo rifugio delle canaglie.