La scuola di clarinetto del Martucci - Le Cronache Salerno
Salerno Musica

La scuola di clarinetto del Martucci

La scuola di clarinetto del Martucci

Olga Chieffi

Era stato promesso lo scorso anno alla popolazione dei quartieri orientali della città di Salerno, di far esibire gli studenti del Conservatorio “Giuseppe Martucci” anche lì, così da ampliare l’onda sonora e l’incontro con il pubblico per l’intero territorio comunale, andando oltre quel limite sentito e antico che è la stazione, anzi il gasometro, che ci fa ricordare il bombardamento, di quel 21 giugno del 1943. Oggi il cartellone dei Concerti del Conservatorio, prenderà in infatti il via dal Centro Pastorale San Giuseppe, con il “Martucci Clarinet Choir”, diretto dal M° Gaetano Falzarano, il quale schiererà, Maria Apuzzo al clarinetto piccolo in mi bemolle, Giovanni Liguori, Manuel Pio Magurno, Antonio Santaniello, Gianmarco Lonardo, e Agostino Napolitano, quali primi clarinetti, Vincenza Fiorillo, Morena Maria Giannotti e Leandro Fanelli, seconde parti, Michele Iannitti, Benito Pio Albano, Pasquale Zinno e Vittorio Vernieri, saranno i terzi e quali quarti suoneranno Roberta Imparato, Alberto De Vivo, Lidia Bentivenga e Gabriele Elia. Il Clarinetto contralto è stato invece affidato a Sabrina Mercurio, non mancherà nemmeno il corno di bassetto, con Alessio Mecarolo, mentre clarinetto basso di lusso sarà Gaetano Apicella. Programma eterogeneo e stavolta senza solisti, quello allestito da Gaetano Falzarano, che principierà con una pagina che è diventata un po’ la sigla della formazione, “Claribel” di Ronald Cardon, con cui ricercare amalgama e assieme, per quindi proseguire con il Balletto Egyptien op.12 di Alexandre Luigini, certamente il suo lavoro più conosciuto datato 1875. Infatti, la suite che ascolteremo, in otto movimenti, tratta apriva il secondo atto dell’Aida di Verdi per la rappresentazione di quest’opera a Lione nel 1886, e ha ottenuto grande popolarità all’inizio del XX secolo. Spazio ai giovani compositori, con Onda di Francesco Bottigliero, evocante l’assoluto liquido, musica marina, una melodia infinita caratterizzata da una sensuale, peregrinazione armonica, un gioco musicale che non porta ad alcuna meta definita, ad alcun approdo sicuro, con la formazione di clarinetti che si colora di un timbro unico, allusiva più che rappresentativa dell’inestinguibile scambio osmotico. Si continuerà con Clarinet Memories, una fuga su temi di Ernesto Cavallini, di Walter Farina, un omaggio al compianto clarinettista Raffaele Di Costanzo, che non smentisce la fama di Paganini del clarinetto, tra fascinazione sonora e timbrica morbidamente levigata attenta alle minime sfumature, prima di attaccare una fantasia per coro di clarinetti, con i temi più amati, il verismo e l’ancia evocativa per Pagliacci di Leoncavallo. Omaggio a Giacomo Puccini con il coro a bocca chiusa dalla Madama Butterfly, la nenia che protegge il sonno del bambino e la veglia della madre, quel coro a bocca chiusa, che vale come un delicato femmineo sudario. Con la stessa tenerezza, con la stessa fiducia Butterfly è diventata madre; quando si accorge che questa fiducia viene calpestata e tradita, il sentimento materno offeso, lo strappo del parto, si piantano nella coscienza dello spettatore con la velocità di un proiettile. Sarà evocata anche la Lauretta del Gianni Schicchi, nella smancerosa oasi di commozione di “O mio babbino caro”, parodia gaglioffa del lamento, prima di attaccare l’intermezzo della Cavalleria Rusticana nel suo ribollio segreto, nell’oggettività di un’apparenza abbagliante e avvolgente. Ancora il genio di Lucca, con “Puccini for clarinet” fantasia che spazierà da Tosca con il suo celebre solo che introduce l’addio alla vita di Cavaradossi “E lucevan le stelle” alla Bohéme con il racconto di Mimì sino agli urti di Turandot. Chiusura con il Theme for clarinet e la Jewish Suite, due pagine composte da Michele Mangani, dalle speziature Klezmer, tra suoni, voci, vibrazioni di luoghi che si intrecciano in un viaggio, in soggettivo, che ci porta tra case e locali dove si parlano idiomi, incrostati delle lingue abbandonate in patria, simbolo di un esercizio di stile ma, soprattutto, di una riflessione sul futuro.

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