La politica prima del potere (I parte) - Le Cronache Attualità
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La politica prima del potere (I parte)

La politica prima del potere (I parte)

Luigi Snichelotto

Non amo scrivere di politica. Forse è proprio per questo che, questa volta, ho deciso di farlo. Mi interessa capire come siamo arrivati a chiedere a chi ci rappresenta di essere continuamente riconoscibile, mentre diventa più difficile riconoscere il progetto che dovrebbe rappresentare. La domanda non è se la politica di ieri fosse migliore di quella di oggi. Sarebbe una scorciatoia nostalgica. Il dubbio è un altro: una democrazia può funzionare bene quando la ricerca del consenso immediato prevale sulla preparazione e la visibilità pesa più della responsabilità? Ricordo un tempo in cui la politica sembrava quasi una “materia” da studiare. Bisognava appassionarsene per poterla frequentare davvero. Chi avesse avuto voglia di partecipare cominciava generalmente un lento cammino di avvicinamento. Entrava nella sezione di un partito, ascoltava, osservava, interveniva. E, nello stesso tempo, veniva osservato. Chi c’era prima valutava, soppesava, cercava nel nuovo arrivato quegli elementi che, ancora da istruire e disciplinare, potevano renderlo interessante per una futura partecipazione. Prima delle capacità individuali contava spesso la coerenza con una storia, una cultura, una visione della società. Non bastava voler fare politica. Bisognava impararla. Naturalmente non voglio costruire l’immagine romantica di un mondo che non è mai esistito. Anche allora c’erano ambizioni, raccomandazioni, correnti, fedeltà personali e lotte di potere. Le organizzazioni potevano trasformarsi in apparati chiusi e l’appartenenza poteva contare più del merito. La politica non è mai stata un seminario per anime pure. Si occupa della parte più complessa della convivenza: interessi differenti, aspirazioni, conflitti, mediazioni, potere. Proprio per questo, però, dovrebbe avere bisogno di persone preparate a comprenderla. La Repubblica nata dalle macerie della guerra conobbe scontri ideologici durissimi, clientelismi, corruzione e una crescente occupazione partitica degli spazi pubblici. Dentro quel sistema, tuttavia, esistevano anche percorsi di formazione. Sezioni, federazioni, movimenti giovanili, sindacati, associazioni e amministrazioni locali potevano offrire occasioni per incontrare problemi reali e misurare le proprie convinzioni con quelle degli altri. Quei luoghi svolgevano funzioni diverse e non erano tutti ugualmente aperti. Permettevano comunque, in molti casi, di conoscere la politica prima di esercitarne le responsabilità maggiori. Si imparava a parlare, certamente, ma anche ad ascoltare. A proporre una mozione e a perderla. A costruire una maggioranza e a rappresentare una minoranza. Ad amministrare un comune, leggere un bilancio, discutere con chi apparteneva allo stesso partito ma la pensava diversamente. Si poteva imparare perfino una delle cose più difficili per chi esercita il potere: non avere sempre ragione. Era una gavetta politica. Non garantiva persone migliori. Concedeva però tempo per comprendere la macchina nella quale si sarebbe entrati e per lasciare agli altri qualche elemento con cui giudicare chi chiedeva di guidarla. Il tempo, naturalmente, non basta. Si può accumulare esperienza e utilizzarla soprattutto per conservare la propria posizione. La formazione diventa utile quando obbliga a verificare le idee e a correggere gli errori. Altrimenti anche la gavetta può ridursi a un’attesa disciplinata davanti alla porta del potere. Qui vedo una distinzione che merita attenzione. Un partito può insegnare a ragionare oppure insegnare ad adeguarsi. Può cercare persone capaci di discutere la linea comune oppure persone capaci soprattutto di ripeterla. Nella prima situazione prepara una classe dirigente; nella seconda rischia di riprodurre un ceto fedele a se stesso. Le due possibilità potevano convivere ieri e possono convivere oggi. Per giudicare un sistema di selezione bisogna osservare anche che cosa accade a chi pone una domanda scomoda, dissente con argomenti o riconosce un errore della propria parte. Le culture politiche offrivano comunque riferimenti riconoscibili. La sinistra discuteva di uguaglianza, lavoro, redistribuzione e ruolo dello Stato. La cultura cattolico-democratica ragionava sulla mediazione sociale, sulla famiglia, sui corpi intermedi e sulla solidarietà. Le culture liberali insistevano sulla libertà individuale, sulle istituzioni e sui limiti del potere pubblico. Le diverse destre attribuivano centralità all’identità nazionale, all’autorità e alla tradizione. Questa sintesi non rende giustizia alle differenze interne, alle trasformazioni né alle distanze storiche fra quei mondi. Aiuta però a ricordare che lo scontro si organizzava anche intorno a interpretazioni riconoscibili della società. Si poteva essere radicalmente contrari. Ma si capiva abbastanza chiaramente su cosa si fosse contrari. Una proposta sul lavoro rimandava a un’idea dei rapporti fra impresa, lavoratori e Stato; una scelta sulla scuola esprimeva una concezione della persona e delle opportunità da offrirle. Non sempre i comportamenti erano coerenti con le dichiarazioni. Eppure le dichiarazioni fornivano almeno un termine di confronto: si poteva chiedere conto della distanza fra ciò che un partito sosteneva e ciò che faceva. Una cultura politica serviva anche a rendere riconoscibili le contraddizioni di chi pretendeva di rappresentarla. La democrazia vive della possibilità di scegliere fra persone differenti e fra differenti progetti di società. Il volto di chi guida ha un’importanza comprensibile: ispira fiducia, rende una proposta più vicina, permette di attribuire responsabilità. Il problema nasce quando il progetto diventa un accessorio della persona. Se una posizione cambia, dovremmo poter discutere le ragioni del cambiamento. Quando invece l’appartenenza coincide soprattutto con la fiducia nel capo, rischiamo di difendere una scelta perché è sua, anche dopo avere sostenuto il contrario. La coerenza finisce allora per essere misurata dalla fedeltà alla persona. Ed è qui che nasce il mio interrogativo. Non se fossero migliori i politici di ieri. Ma se fosse migliore la macchina che li preparava. Perché anche una macchina imperfetta può produrre competenze, mentre una selezione costruita prevalentemente sull’immediatezza rischia di premiare soprattutto la capacità di conquistare attenzione. Attenzione e competenza possono incontrarsi, ma non coincidono. Saper farsi ascoltare è necessario a chi vuole rappresentare gli altri. Occorre poi avere qualcosa da dire, conoscere ciò di cui si parla e accettare che le proprie parole siano confrontate con i risultati. Chi comprende la complessità di un problema tende a spiegare, distinguere, introdurre condizioni e variabili. Chi deve imporsi in pochi secondi è spinto verso la semplificazione. Il primo dice: “Dipende”. Il secondo è tentato di dire: “È così”. Molte scelte democratiche abitano dentro quel “dipende”, perché devono tenere insieme diritti, risorse limitate e conseguenze differenti. Questo non significa che tutti i princìpi siano negoziabili o che ogni certezza sia sospetta. Significa riconoscere che una risposta sicura, da sola, non dimostra la conoscenza della domanda. La competenza politica, d’altra parte, non coincide con il possesso di un titolo di studio o con la specializzazione in una materia. Governare richiede conoscenze che nessuno può possedere da solo. Serve la capacità di scegliere collaboratori preparati, comprendere le alternative, interrogare gli esperti e assumere una decisione che rimane politica. Un tecnico può spiegare costi ed effetti di una misura; stabilire quali obiettivi perseguire e come distribuire quei costi implica un giudizio sul quale i cittadini devono poter intervenire. La preparazione aiuta la rappresentanza quando rende quel giudizio più consapevole e controllabile. Anche per questo diffido dell’idea che alla democrazia basti affidarsi ai più istruiti. L’esperienza di un lavoratore, di un imprenditore, di chi si occupa della cura o di chi vive un servizio pubblico può far emergere aspetti che una buona relazione tecnica non vede. Nessuna categoria possiede da sola la conoscenza del Paese. Una politica capace di formarsi dovrebbe saper mettere in relazione queste esperienze, senza trasformare il linguaggio specialistico in una barriera all’ingresso. La preparazione dovrebbe allargare la partecipazione, non diventare il pretesto per riservarla a pochi. Pensiamo a una scelta comunale apparentemente semplice: destinare un edificio a un servizio per anziani, a uno spazio per i giovani oppure a uffici amministrativi. Ciascuna proposta può rispondere a un bisogno reale. Il bilancio aiuta a capire che cosa sia sostenibile, ma non risolve da solo il conflitto fra le priorità. Chi amministra deve ascoltare, valutare gli effetti, scegliere e spiegare anche a chi rimarrà insoddisfatto perché abbia deciso in quel modo. È in passaggi come questo che si vede la distanza fra annunciare una soluzione e assumersi il compito di realizzarla. Una palestra politica dovrebbe mettere alla prova anche questa capacità. Il dissenso può segnalare un costo ignorato o un bisogno trascurato. Non tutte le richieste possono essere accolte, naturalmente. La responsabilità consiste anche nel dire di no, rendendo comprensibili le ragioni del limite. Resta il problema di chi abbia accesso a questa palestra. Una formazione chiusa nelle proprie consuetudini può escludere proprio le energie che le servirebbero. Se per essere ascoltati bisogna parlare sempre il linguaggio dell’apparato, avere le relazioni giuste o poter dedicare una quantità di tempo incompatibile con il proprio lavoro, la partecipazione rischia di diventare una possibilità diseguale. Il valore delle vecchie organizzazioni va dunque misurato anche attraverso le porte che aprivano e quelle che lasciavano chiuse. Ricordarne la funzione formativa non autorizza a dimenticarne i limiti. Forse è proprio la memoria a suggerirci talvolta un ordine maggiore di quello che esistesse davvero. Quando ero ragazzo il mondo sembrava arrivare più lentamente. Porto con me il ricordo della provincia italiana, della sua apparente calma, di una spensieratezza che probabilmente attribuisco al mondo mentre apparteneva soprattutto alla mia età. Per questo diffido della frase: “Una volta era meglio”. La memoria è un editor formidabile: taglia ciò che ci ha fatto soffrire e qualche volta migliora persino le scene che decide di conservare. Anche chi scrive del passato deve lasciarsi interrogare dal proprio ricordo. Quando cominciò a cambiare tutto? Una data precisa probabilmente non esiste. Anche i partiti di massa avevano leader forti. Tra la caduta del Muro di Berlino e la crisi italiana dei primi anni Novanta si colloca però una svolta decisiva. La fine della Guerra fredda modificò il contesto nel quale quei partiti avevano costruito la propria identità, indebolendo molte appartenenze. In Italia, le inchieste di Mani Pulite portarono alla luce un sistema di corruzione e contribuirono, insieme ad altri fattori, a una crisi politica profonda. Sarebbe riduttivo attribuire a un solo evento la dissoluzione di un equilibrio già attraversato da contraddizioni. Quella frattura sarà il centro della prossima riflessione. Qui interessa una conseguenza: quando un’organizzazione perde credibilità, possono indebolirsi anche le funzioni utili che svolgeva. E ciò che prende il suo posto non eredita necessariamente la capacità di formare, collegare e rappresentare. La vecchia politica, criticata per essere chiusa e autoreferenziale, ha lasciato progressivamente spazio a forme di comunicazione più dirette. Ma l’apertura della comunicazione non garantisce, da sola, l’apertura della decisione. Nella sezione si poteva discutere, votare, litigare, qualche volta uscire sbattendo la porta. Quella porta esisteva e dietro di essa c’era un luogo nel quale la politica prendeva forma prima di arrivare nelle istituzioni. Poteva essere un luogo insufficiente, persino respingente. La domanda è quali occasioni abbiamo costruito per sostituirlo e migliorarne la funzione. Oggi possiamo commentare un leader in tempo reale, applaudirlo o contestarlo, condividere una dichiarazione con migliaia di persone. Siamo apparentemente molto più vicini al potere. Eppure dovremmo chiederci se siamo davvero più vicini alla decisione. Poter reagire a una proposta è diverso dal contribuire a formularla, discuterne le alternative e controllare ciò che accade dopo. La disponibilità di un canale attraverso cui esprimersi non dimostra, da sola, che qualcuno abbia assunto il compito di ascoltare. Vale per una piattaforma digitale come valeva per una riunione organizzata soltanto per ratificare quanto era già stato deciso. Se si indebolisce l’organizzazione, può aumentare il peso del leader. La personalizzazione può rendere più riconoscibili le responsabilità: sapere chi decide permette anche di sapere chi giudicare. Il problema nasce quando il leader smette progressivamente di rappresentare una comunità politica e diventa egli stesso la comunità politica. Il partito rischia allora di passare da luogo nel quale si seleziona una guida a organizzazione costruita intorno a una guida. Nel primo caso chi dirige assume temporaneamente la responsabilità di qualcosa che lo precede e può continuare dopo di lui. Nel secondo, la continuità del progetto rischia di dipendere dalla permanenza della stessa persona. La politica dell’io chiama in causa anche il rapporto che noi cittadini costruiamo con chi ci rappresenta. Possiamo chiedergli di dare forma alle nostre domande oppure affidargli il compito di rassicurarci, confermando ciò che già pensiamo. Possiamo tollerare una spiegazione scomoda o premiare soprattutto chi ci promette che il problema sia sempre altrove. Anche la qualità della domanda politica contribuisce alla qualità dell’offerta. Questo non cancella le responsabilità maggiori di chi dispone del potere; ci ricorda però che la democrazia vive dentro una relazione e che nessuno può osservarla come se ne fosse completamente estraneo. Per ora rimango sulla domanda iniziale. Quali capacità deve possedere una persona per ottenere il potere, e quanto quelle capacità servono poi a esercitarlo bene? Se i due percorsi si allontanano, il problema riguarda la qualità della nostra rappresentanza. Una democrazia deve poter scegliere chi la governa e conservare la possibilità di capire perché lo scelga. È su questa consapevolezza, fragile e mai acquisita una volta per tutte, che vorrei continuare a ragionare. Il prossimo passaggio ci porterà dentro gli anni in cui un sistema finì e il suo futuro rimase ancora da scrivere. .