LA POLITICA DEL “FORSE” : QUANDO A GOVERNARE É IL “CAOS?” - Le Cronache Attualità
Autosantoro Santoro Grafica - 20 anni

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LA POLITICA DEL “FORSE” : QUANDO A GOVERNARE É IL “CAOS?”

LA POLITICA DEL “FORSE” : QUANDO  A GOVERNARE É IL “CAOS?”

Luigi Snichelotto

Accendiamo una televisione. Apriamo un social network. Scorriamo le dichiarazioni politiche di una giornata qualsiasi. Dopo qualche minuto può accadere qualcosa di curioso. Cambiano i protagonisti. Cambiano le appartenenze. Cambiano le parole. Ma il meccanismo sembra sorprendentemente simile. Qualcuno accusa. Qualcuno replica. Qualcuno chiede dimissioni. Qualcuno rivendica una vittoria. Qualcun altro denuncia una sconfitta dell’avversario. Spesso si sconfina nel dubbio gusto e mancato rispetto personale, nell’ansia di incidere sull’audience, onde rimanere impresso per il suo atteggiamento e parlato scomposto, se non, in alcuni casi, aggressivo verbalmente, per quelli che dovrebbero essere ancora censiti come i valori della media civiltà sociale italica, peraltro, al giorno d’oggi, abbastanza sconquassati e molto in voga, senza voler essere un censore dei costumi, lungi da me, ma perché l’appiattimento sociale in voga di questi tempi sembra montare progressivamente verso una deriva inarrestabile nel processo di trasformazione della nobile politica, materia deputata, teoricamente, al miglioramento della società e del cittadino che ne fa parte, all’obiettivo del caos qualunquista, sempre meno condito di un minimo di ideologia e profilati modelli sociali. Oggi, sembrerebbe che ogni episodio riportato o proposto dai media, loro malgrado, debba avere immediatamente un colpevole, un vincitore e un perdente. Il pareggio non é più contemplato. Chi di noi può dimenticare gli incontri dei vecchi leader di un tempo, in tv, conditi di diffuso “fair play”, pacatezza, educazione, rispetto! Oggi la politica si é trasformata in competizione narrativa permanente? Una sorta di “fiction televisiva” e non si recita a soggetto! Sbaglierebbe chi pensasse sia tutto frutto di istinto ed improvvisazione. Assolutamente no! Forse si potrebbe giungere ai “casting” addirittura, se non già attuati al giorno d’oggi, lo dico come battuta, ma neanche troppo! E allora, in conseguenza, mi domando: quando governiamo? Non è, non vuole essere una provocazione contro una parte politica. Riguarda tutti. Destra, sinistra, centro. Maggioranza e opposizione. Perché il problema potrebbe non essere più soltanto ideologico o nostalgico. Potrebbe essere strutturale. La politica contemporanea vive dentro un sistema comunicativo che premia velocità, contrapposizione, semplificazione e personalizzazione. Ma i problemi che dovrebbe risolvere vanno nella direzione esattamente opposta. Sono sempre più complessi. Demografia. Debito pubblico. Produttività. Intelligenza artificiale. Energia. Difesa europea. Migrazioni. Sanità. Scuola. Transizione industriale. Rapporti tra Stati Uniti, Europa, Cina e Russia. Sono questioni che richiederebbero anni. La comunicazione politica, di massima, concede, invece poche ore. Qualche volta manciate di minuti, poi passa al prossimo argomento più recente. Ed ecco la gazzarra. Non perché necessariamente i protagonisti siano peggiori di quelli che li hanno preceduti. Ma perché il sistema offre un premio immediato a chi riesca a conquistare l’attenzione. La politica rischia così di assumere alcuni tratti della discussione condominiale: non perché gli argomenti siano necessariamente piccoli, ma perché persino i grandi argomenti vengono ridotti alla ricerca di chi abbia ragione nell’immediato. La strategia, invece, possiede una caratteristica terribile per chi viva di consenso: i suoi risultati arrivano dopo. Qualche volta quando chi abbia assunto la decisione non governa più. Un vero progetto per la scuola richiede una generazione. Una politica industriale molti anni. Una strategia energetica decenni. Una politica demografica forse ancora di più. Se ne potrebbe dedurre, quindi, che la colpa, in definitiva é difficilmente attribuibile, poiché il contestuale politico permane sulla scena un tempo effimero rispetto a quello necessario per completare i cicli realizzativi di ogni intervento dall’ideazione alla realizzazione. Ma quale incentivo possiede una classe dirigente sottoposta quotidianamente al giudizio istantaneo per investire in risultati che matureranno quando qualcun altro potrà rivendicarli? È qui che il carrierismo e la capacità di permanere sulla scena, parole certamente dure, possono diventare qualcosa di più interessante di una accusa morale. Possono diventare effetti di un sistema di incentivi. Se la politica diventa una professione fondata sulla conservazione continua della visibilità e della posizione, una parte crescente delle energie rischia di essere utilizzata per preservare il ruolo dal quale si dovrebbe invece esercitare una funzione. Il mezzo diventa lentamente il fine. Rimanere per governare si trasforma nel governare per rimanere. Il semplice concetto del potere che si irradia e pervade tutte le attività umane in cui vi sia una piramide da scalare! Naturalmente non vale per tutti. Generalizzare sarebbe ingiusto. Nelle istituzioni italiane continuano a operare persone preparate, amministratori competenti, parlamentari seri, uomini e donne che considerano ancora la politica un servizio. Ma proprio per rispetto verso costoro dovremmo interrogarci sul meccanismo complessivo. Quante volte abbiamo pensato che dietro una posizione di gestione o coordinamento o responsabilità verso terzi, ci fosse una persona inadeguata o poco competente? Perché una buona democrazia non può affidarsi alla speranza di incontrare casualmente persone eccellenti. Deve possedere strumenti capaci di selezionarle, prepararle e controllarle. Ed è qui che ritorna il cittadino. Lo abbiamo definito spesso disinteressato. Forse lo è. Ma potremmo porci una domanda meno comoda. È il cittadino che si è allontanato dalla politica oppure è la politica che ha progressivamente smesso di offrirgli luoghi reali nei quali partecipare? Un like non è una sezione. Un follower non è un militante. Un sondaggio non è un congresso. Un talk show non è un’assemblea. E una folla digitale non diventa automaticamente comunità politica. La distanza fra cittadino e istituzioni può allora generare una forma particolare di rassegnazione. Non necessariamente apatia. Piuttosto la sensazione che qualunque cosa accada, la capacità individuale di modificarne il corso sia minima. A questa sensazione si aggiungono precarietà economica, trasformazioni del lavoro, guerre, crisi internazionali, cambiamenti tecnologici rapidissimi. La paura del futuro diventa un elemento politico potentissimo. Non occorre immaginare qualcuno che la produca deliberatamente. È sufficiente constatare che esista. E una società impaurita domanda sicurezza prima ancora di domandare visione. Qui entra in scena un altro protagonista: il potere economico. Anche su questo occorre evitare scorciatoie. Dire che l’economia muove segretamente i fili della politica sarebbe tanto suggestivo quanto semplicistico. Il rapporto è assai più complesso, a mio parere, sano e saldo. Mercati finanziari, grandi imprese, gruppi tecnologici, sistemi dell’informazione, organizzazioni sovranazionali, interessi industriali, lobby legittime e gruppi di pressione interagiscono continuamente con gli Stati. Il problema democratico non consiste nel negare questa realtà. Consiste nel domandarsi chi possieda oggi la capacità di stabilire le priorità. La politica orienta l’economia? L’economia condiziona la politica? Oppure entrambe sono entrate in un rapporto di interdipendenza nel quale diventa sempre più difficile comprendere dove termini l’una e cominci l’altra? È una domanda, non una sentenza. Ed è forse la domanda più importante. Perché mentre noi discutiamo dell’ultima frase pronunciata da un ministro o da un segretario di partito, nel mondo si decidono investimenti da miliardi, infrastrutture digitali, reti energetiche, intelligenza artificiale, catene produttive, materie prime e nuovi equilibri geopolitici. Il rischio è allora quasi paradossale. Una politica sempre più rumorosa potrebbe diventare contemporaneamente una politica meno potente. Più presente nella nostra giornata. Meno presente nella costruzione del nostro futuro. Ed eccoci tornati all’inizio. Non rimpiango una presunta età dell’oro. Non è mai esistita. La Prima Repubblica ebbe grandezze e miserie, statisti e correnti, visioni e clientelismi, cultura politica e degenerazioni che contribuirono alla sua stessa fine. Non si tratta quindi di restaurarla. Sarebbe impossibile e, probabilmente, inutile. La domanda è un’altra. Possiamo recuperare ciò che avevamo di buono senza recuperare ciò che avevamo di cattivo? Possiamo tornare a formare una classe dirigente senza ricostruire apparati chiusi? Possiamo restituire ai partiti una funzione culturale senza restituire loro il monopolio della società? Possiamo utilizzare i social network senza trasformare la politica in spettacolo permanente? Possiamo pretendere competenza senza creare caste? Possiamo chiedere leadership senza cadere nel leaderismo? Possiamo costruire una destra capace di elaborare una moderna cultura conservatrice, una sinistra capace di ridefinire una moderna cultura progressista e un centro capace di comprendere finalmente quale spazio politico, culturale e sociale voglia rappresentare? Soprattutto: possiamo ricominciare a considerare la politica non come il luogo nel quale qualcuno deve necessariamente vincere sull’altro, ma come quello nel quale idee differenti competono per costruire una società possibile e migliore? Forse il problema non è che siano scomparsi i grandi uomini. Forse abbiamo smesso di costruire i luoghi nei quali avrebbero potuto formarsi. E se fosse così, continuare a cercare il prossimo leader sarebbe perfino inutile. Gli ultimi accadimenti degli ultimi anni già sembrano dimostrarlo! Dovremmo ricominciare dalla scuola? Non quella elementare, media o universitaria. La scuola della politica. Quella nella quale si entra pensando di avere tutte le risposte e, dopo anni di studio, confronto, sconfitte, responsabilità e ascolto, si scopre finalmente di avere soprattutto delle domande. Perché la democrazia, in fondo, non dovrebbe avere bisogno di uomini soli al comando. Dovrebbe avere bisogno di cittadini capaci di scegliere e di una classe dirigente sufficientemente preparata da meritare, almeno per un tempo limitato, la loro fiducia. Il resto è fuffa, rumore! E di rumore, forse, ne abbiamo già abbastanza. A questo punto potremmo e dovremmo interrogarci su quale potrebbe essere una giusta prospettiva, il viatico per assicurare a questa nazione, a questo popolo ed alle nostre istituzioni repubblicane, la giusta prospettiva in funzione di una visione democratica e pluralista che possa soddisfare le aspettative delle diverse parti sociali, territori e funzioni. Quesito, ammetto, molto articolato e complesso che richiede una riflessione seria e fortemente meditata. Abbiamo, certamente, le risorse intellettuali al comando della nazione, già oggi disponibili, per una politica del fare più incisiva e con obiettivi più definiti e consistenti sulla via del riconoscimento nazionale ed internazionale, per le giuste scelte e strategie politiche. Tutto ciò, a patto del trasferire l’azione più verso l’interesse ed il bene collettivo rispetto alla naturale logica personalistica del proprio interesse di parte. Con uno sforzo di orgoglio verso la nostra dignità di italiani, nel rispetto della nostra storia in cui tanti hanno dato la vita per farci giungere sin qui. Sarò retorico ma ritengo un gran privilegio l’essere nato in questo territorio e tra questo grande popolo, al di la delle tante contingenze che oggi vedono, tanti di noi, pure sostenitori della prima ora, in qualche modo, cominciare ad avere dubbi sulla partecipazione all’Europa, con queste attuali regole e meccanismi. Punto certamente da approfondire, a mio parere, da parte di chi ci ha portato sin qui, auspicando un’analisi equilibrata e scevra da personalismi o schieramenti ideologici.