Pasquale Califano*
In psicologia dello sviluppo esiste un esperimento ormai classico che mette in luce una caratteristica fondamentale dell’essere umano: il bisogno di percepire che le proprie azioni producano effetti nel mondo. Un neonato viene collegato con un nastro a una giostrina sospesa sopra la culla. Ogni volta che muove una gamba, la giostrina si mette in movimento. Dopo pochi minuti il bambino aumenta spontaneamente i movimenti: ha scoperto che una sua azione produce un effetto sull’ambiente. Se, invece, la giostrina continua a muoversi con la stessa frequenza ma indipendentemente dai suoi movimenti, il suo interesse diminuisce rapidamente. Non è il movimento della giostrina a procurargli soddisfazione, bensì la consapevolezza di esserne la causa. Gli studi sulla contingenza e sullo sviluppo del senso di efficacia personale mostrano che gli esseri umani, fin dai primi mesi di vita, hanno bisogno di percepire un legame tra le proprie azioni e ciò che accade nell’ambiente. Oggi questo bisogno viene spesso definito agency: la percezione di poter incidere realmente sulla realtà. Questa semplice osservazione psicologica offre una chiave di lettura sorprendente anche per comprendere alcune difficoltà della nostra democrazia. La democrazia, in fondo, è l’estensione adulta di quel bisogno originario: vedere un nesso tra il proprio gesto e le sue conseguenze. Quando questo nesso si indebolisce, non si incrina soltanto la fiducia nelle istituzioni: si incrina una delle condizioni psicologiche fondamentali della partecipazione. Quando oggi il cittadino entra nella cabina elettorale esercita certamente un diritto fondamentale. Tuttavia, l’attuale sistema elettorale limita significativamente la possibilità di scegliere direttamente una parte consistente dei propri rappresentanti attraverso il voto di preferenza, affidando invece la loro individuazione alle liste predisposte dai partiti. Il gesto del voto conserva il suo valore democratico, ma il rapporto percepito tra scelta individuale e composizione effettiva del Parlamento risulta inevitabilmente attenuato. Negli ultimi decenni, diverse riforme elettorali approvate dal Parlamento hanno progressivamente ridotto lo spazio della scelta diretta degli elettori nella selezione dei propri rappresentanti. Al di là delle differenti maggioranze che le hanno sostenute, il risultato è stato un progressivo indebolimento del rapporto personale tra cittadino ed eletto. Non si tratta soltanto di un cambiamento tecnico: è una trasformazione che può incidere profondamente sulla psicologia civica. Dal punto di vista psicologico, questa trasformazione non è priva di conseguenze. Martin Seligman ha descritto il fenomeno dell’impotenza appresa: quando un individuo sperimenta ripetutamente che le proprie azioni incidono poco o nulla sugli eventi, tende progressivamente a ridurre l’iniziativa, sviluppando passività e disimpegno. Naturalmente il comportamento elettorale dipende da molteplici fattori – culturali, sociali, economici e politici – ma anche la percezione di una ridotta efficacia della propria scelta può contribuire ad alimentare la disaffezione verso la partecipazione democratica. Forse anche l’astensionismo crescente può essere letto, almeno in parte, attraverso questa lente. Non soltanto come indifferenza verso la politica, ma come progressiva perdita della convinzione che il proprio gesto sia realmente capace di incidere sulla qualità della rappresentanza. La democrazia non vive soltanto di procedure. Vive anche della percezione, da parte dei cittadini, che la loro partecipazione produca effetti concreti. Quando questa percezione si affievolisce, si incrina qualcosa che va oltre il meccanismo elettorale: si indebolisce il senso stesso dell’appartenenza alla comunità politica. Per questo motivo la discussione sul voto di preferenza non riguarda esclusivamente la tecnica delle leggi elettorali. Riguarda il modo in cui una società coltiva o indebolisce il senso di responsabilità, di partecipazione e di fiducia dei propri cittadini. In fondo, il neonato dell’esperimento ci insegna una lezione semplice ma profonda: non desideriamo soltanto che il mondo si muova. Abbiamo bisogno di sentire che, almeno in parte, si muove anche grazie a noi. Perché una democrazia rimane davvero viva solo quando ogni cittadino può riconoscere, nel movimento delle istituzioni, anche l’effetto del proprio gesto.
Dott. Pasquale Califano Psicologo Clinico e di Comunità – Psicoterapeuta – Psicoanalista Infantile Specialista nelle dinamiche di gruppo








