Il “vergognoso” di Giorgia fu proprio il referemdum di Carlo - Le Cronache Attualità
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Il “vergognoso” di Giorgia fu proprio il referemdum di Carlo

Il “vergognoso” di Giorgia fu  proprio il referemdum di Carlo

di Aldo Primicerio

Vergognoso, sì. E diventato poi paradossale. Parafrasiamo l’espressione della Presidente del Consiglio alla scarcerazione di Youssef, raffrontandola con il referendum sulla giustizia. Vogliamo ricordarlo?  Su cosa si è fondato il referendum del marzo scorso, fortemente voluto dal ministro Carlo Nordio? Proprio sulla separazione delle funzioni del magistrato. Ma soprattnutto sulla presunta adiacenza tra Pm e giudice, e sulla scarsa terzietà di quest’ultimo. Smontata poi dalla decisione della Gip di Milano su Youssef. Adiacenza su cui. come si ricorderà, si lanciarono come frecce la gran parte degli avvocati e di molti giuristi italiani. Clamorosamente smentiti poi dal più famoso di loro, Franco Coppi. Che affermò di non aver mai creduto che i giudici favorissero i PM per spirito di “casta” o vicinanza professionale. E dichiarò pubblicamente di non aver mai vissuto nella sua lunga carriera l’esperienza di perdere un processo a causa di un presunto appiattimento del giudice sul Pubblico Ministero. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, diceva il filosofo tedesco Wittgenstein.

 

Dalla Gip Landoni smontato l’impianto accusatorio della Procura di Milano su Youssef Siher. Ma anche e soprattutto il mito della “parentela” Pm-giudice

E’ il nervo, purtroppo  rimasto scoperto, della questione istituzionale. Ma, se un giudice (il gip) smonta con tanta severità l’impianto accusatorio di un pubblico ministero, cosa dimostra plasticamente? Che i due ruoli non sono affatto una “cosa sola”. E che il vaglio giurisdizionale opera – o può operare – come un argine reale, autonomo e tagliente rispetto alle impostazioni dell’accusa. Se ci fosse davvero la presunta, automatica “adiacenza” o sudditanza paventata nel dibattito sulla separazione delle carriere, la gip Landoni avrebbe ratificato il fermo firmato dalla Procura. Insomma, il paradosso del referendum di marzo non è solo la sconfitta del SI, ma il NO all’accusa senza bisogno di carriere separate. L’indipendenza interna alla magistratura, in questo schema, ha protetto i diritti dell’indagato arginando un’iniziativa inquirente ritenuta eccentrica o debole.

 

Ma per la maggioranza di destra lo Stato di diritto resta malato. Ed il caso Youssef sintomo di una disfunzione culturale profonda

Nella narrazione di chi spinge per la separazione delle carriere, il problema non è che il PM e il Gip lavorino gomito a gomito nello stesso ufficio (cosa formalmente falsa, ma concettualmente contigua nella percezione pubblica), ma che appartengano alla stessa “famiglia professionale”. Quando un giudice adotta una linea garantista che fa infuriare l’Esecutivo (portando a reazioni istituzionali pesanti, come quelle di Meloni, Salvini e tutti gli altri  all’indomani della scarcerazione), la risposta della politica non è “Meno male che c’è il gip”.  E’ invece la convinzione che esista una sorta di corporazione ideologica interna alla magistratura che, alternativamente, o eccede nella repressione (secondo l’opposizione) o fa resistenza alle istanze di sicurezza dell’ordine pubblico (secondo la maggioranza).

 

Ma perché? Cosa c’è dietro la pervicace ostilità della destra verso la magistratura?

I partiti di centrodestra (e non solo in Italia) sostengono che l’azione di parte della magistratura sia guidata da motivazioni ideologiche. Cioè dalla convinzione che le loro correnti, pensate come vicine alla sinistra, utilizzino le sentenze come strumento per contrastare o indebolire i governi legittimamente eletti dal popolo  E siano guidate dallo straripamento di potere, dalla invasione di campo nel Parlamento e nel Governo su temi sensibili come l’immigrazione, le riforme istiituzionali. Insomma, la magistratura farebbe politica invece che applicare la legge.  E la destra non ha mica accantonato le sue fisse sulla presunta adiacenza tra Pm e giudice. Persiste la convinzione sulla comunanza di cultura. PM e giudici apparterrebbero alla stessa magistratura, condividerebbero lo stesso concorso, la stessa associazione (ANM) e lo stesso organo di autogoverno (CSM), da cui la scarsa terzietà del giudice. Quest’ultimo tenderebbe psicologicamente a fidarsi di più del PM (sentito come un “collega”) rispetto all’avvocato difensore, violando il principio costituzionale del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige la perfetta parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo e imparziale. E poi le famose “porte girevoli”, l’opzione per il magistrato di passare durante la sua carriera dalla funzione di inquirente a quella di giudicante (ora non c’è più), una minaccia alla obiettività dei giudizi. Teorie che, attenzione, dilagano nella stessa politica (passaggio da una corrente ad un’altra, da un partito ad un altro), e persino nei media (giornalisti che fanno i parlamentari, italiani o europei) per un partito, e poi tornano a fare i giornalisti, peggio ancora in programmi in cui intervistano i politici). Insomma non si ha il necessario equilibrio, la dovuta cultura, e la giusta decenza per giudicare anche in casa propria.

 

E quello tra politica e magistratura non è uno scontro di oggi. Ha invece radici storiche profonde, risalenti all’inizio dei ’90

Ricordiamolo ai più giovani che abbiamo la fortuna ci leggano, L’era di Tangentopoli ad esempio, il conflitto strutturale che nasce tra il ’92 ed il ’94 conMani Pulite, l’inchiesta che azzerò (secondo noi troppo presto e con eccessiva sommarietà) i partiti della Prima Repubblica. E poi il berlusconismo, con la discesa in campo di Sulvio Berlusconi nel 1994. L’allora Ppresidente del Consiglio, coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari, accusò la magistratura (definendo spesso i magistrati inquirenti “toghe rosse”) di parzialità politica, una linea che segnerà profondamente la cultura politica del centrodestra italiano per i decenni successivi.

 

La scarcerazione di Youssef sostenuta, come sembra, da principi di diritto

La prima contestazione a Youssef Siher è quella di istigazione a delinquere, ma non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato. L’incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011 era parziale, sotto forma di protesta collettiva, che non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza, che poi sono accadute a Milano per esasperazione psicologica dettata dall’enfasi del particolare momento. Insomma Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze, poi purtroppo verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre scorso. Ed alla fine escluso anche il pericolo di fuga e quindi la revoca della detenzione cautelare. La sostanza finale è che tutto quanto è accaduto confermi, omestamente, l’ assunto della totale indipendenza del giudice rispetto al Pm. Che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO. E che ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma. Una invadenza della politica nella magistratura ancora più antipaticamente ingobrante di quanto non lo sia oggi. Ne seguiremo gli sviluppi.