Il rifugio dimenticato di Angelo Vassallo - Le Cronache Attualità
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Attualità Pollica

Il rifugio dimenticato di Angelo Vassallo

Il rifugio dimenticato di Angelo Vassallo

di Erika Noschese

Correva l’anno 2007, forse il 2008. Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, nel cuore del Cilento, decideva di realizzare un rifugio destinato ad accogliere i cani randagi del territorio. Un progetto che raccontava, ancora una volta, la sua idea di amministrazione: una politica fatta di attenzione, responsabilità e cura, capace di guardare non soltanto alle grandi opere, ma anche ai bisogni di chi non aveva voce. Il sindaco pescatore aveva da sempre posto al centro della propria azione amministrativa la tutela del territorio, il rispetto dell’ambiente e l’attenzione verso gli ultimi, gli invisibili. Nessuno doveva essere lasciato indietro. Neppure quegli animali senza padrone, costretti a vivere per strada, esposti ai pericoli e spesso destinati a un’esistenza segnata dall’abbandono. Da questa sensibilità nasceva l’idea di costruire un rifugio per cani, un luogo sicuro in cui garantire agli animali condizioni di vita dignitose, assistenza e protezione. Non un semplice canile, ma una struttura pensata per diventare un punto di riferimento per il territorio, grazie anche all’impegno dei volontari e delle volontarie che avrebbero potuto prendersi cura degli ospiti a quattro zampe. Un progetto concreto, non rimasto soltanto sulla carta. Le strutture vennero realizzate, ma il rifugio non sarebbe mai entrato in funzione. Poi, nel settembre del 2010, l’assassinio di Angelo Vassallo segnò drammaticamente la storia di Pollica e interruppe un percorso amministrativo che aveva contribuito a trasformare il piccolo comune cilentano in un modello di attenzione all’ambiente e alla qualità della vita. Da allora, per il rifugio, il tempo sembra essersi fermato. A quasi vent’anni dalla sua realizzazione, ciò che resta di quell’iniziativa è un complesso di casette in muratura e pietra, con coperture che, almeno dalle immagini disponibili, appaiono ancora integre. Strutture che sembrano aver resistito al trascorrere degli anni, ma che oggi risultano quasi completamente nascoste dalla vegetazione, cresciuta indisturbata fino a inglobare buona parte dell’area. Le fotografie restituiscono l’immagine di un’opera apparentemente completata e mai utilizzata, lentamente sottratta alla vista e alla memoria collettiva. Un luogo che avrebbe dovuto rappresentare un presidio di civiltà e che, invece, è diventato il simbolo di un’occasione perduta. Il complesso sarebbe costituito da circa otto casette, destinate all’accoglienza degli animali, e comprenderebbe anche un piccolo ambulatorio veterinario, concepito come presidio sanitario per garantire cure e assistenza ai cani ospitati. Un elemento che testimonia l’ambizione del progetto originario: non limitarsi a offrire un riparo, ma realizzare una struttura organizzata, capace di rispondere concretamente al fenomeno del randagismo. Eppure, nonostante le opere realizzate, il rifugio non sarebbe mai stato aperto. Una vicenda sulla quale, a distanza di tanti anni, restano numerosi interrogativi. Per quale ragione una struttura già costruita non è mai stata resa operativa? Quali ostacoli amministrativi, economici o burocratici ne hanno impedito l’apertura? Sono mai stati predisposti interventi per il completamento, la manutenzione o il recupero dell’area? E, soprattutto, esiste ancora oggi la possibilità di restituire al territorio un’opera pensata per rispondere a un’esigenza concreta? Domande che chiamano in causa le amministrazioni succedutesi alla guida del Comune dopo la scomparsa del sindaco pescatore e che meritano risposte attraverso una ricostruzione puntuale degli atti e delle decisioni assunte nel corso degli anni. A rendere ancora più significativa la vicenda è la posizione del rifugio, realizzato proprio a ridosso della cosiddetta “strada fantasma”, un’altra infrastruttura del territorio sulla quale si concentrano interrogativi e polemiche. Due opere vicine, accomunate, almeno nell’immagine che oggi restituiscono, dal mancato utilizzo e dal progressivo avanzare della vegetazione. Il rifugio per cani rappresenta così una pagina poco conosciuta dell’esperienza amministrativa di Angelo Vassallo. Una storia che rischia di essere dimenticata, nonostante racconti una dimensione importante del suo impegno politico e umano. Perché l’eredità del sindaco pescatore non può essere racchiusa soltanto nei riconoscimenti, nelle commemorazioni e nelle parole pronunciate ogni anno in occasione dell’anniversario della sua morte. Quell’eredità vive anche nelle opere realizzate, nei progetti immaginati e nelle iniziative che avrebbero dovuto migliorare la vita della comunità. E proprio per questo il destino del rifugio merita di essere chiarito. Non si tratta soltanto di comprendere perché un investimento pubblico non abbia prodotto i risultati attesi, ma anche di interrogarsi sul significato della continuità amministrativa e sulla responsabilità di preservare ciò che è stato costruito per il bene collettivo. Le immagini delle casette sommerse dalla vegetazione restituiscono una contraddizione difficile da ignorare: da una parte la memoria di un sindaco celebrato per la sua visione e il suo impegno, dall’altra un progetto riconducibile a quella stessa visione che non ha mai trovato concreta attuazione. Non è possibile stabilire, senza conoscere gli atti amministrativi e le ragioni del mancato avvio, se si sia trattato di disinteresse politico, difficoltà gestionali o impedimenti di altra natura. Resta, tuttavia, un dato sul quale appare necessario fare piena luce: una struttura realizzata per accogliere e proteggere gli animali è rimasta inutilizzata per anni. Recuperare quel rifugio, qualora le condizioni tecniche e amministrative lo consentissero, potrebbe rappresentare molto più di un semplice intervento di riqualificazione. Significherebbe restituire una funzione a un’opera dimenticata e dare continuità a un progetto nato da un’idea precisa di comunità. Perché ricordare Angelo Vassallo non dovrebbe significare soltanto celebrarne la figura, ma anche interrogarsi su ciò che resta del suo lavoro e su quanto ancora potrebbe essere realizzato. E oggi, tra quelle piccole casette di pietra quasi scomparse sotto la vegetazione, sembra sopravvivere proprio una parte di quell’eredità: un progetto rimasto senza futuro, che attende ancora di conoscere il proprio destino.