Il prof Adalgiso Amendola, detto Giso candidato con Salerno Democratica - Le Cronache Salerno
Salerno

Il prof Adalgiso Amendola, detto Giso candidato con Salerno Democratica

Il prof Adalgiso Amendola, detto Giso candidato con Salerno Democratica

 

Salerno si ostina a vivere un autunno prolungato sino al mese di Maggio, quasi a volerci ricordare che le stagioni non sempre durano quanto dovrebbero. Se è vero meteorologicamente, lo è altrettanto politicamente. Le imminenti elezioni amministrative hanno colorato la città di manifesti, e i social di video e foto. Tra queste, alcune fanno riferimento a momenti assembleari, un modo tutto sommato innovativo di raccogliere idee e spunti di riflessione per cambiare l’agenda politica cittadina. Protagonista indiscusso di questa modalità è il professore Adalgiso Amendola, detto Giso, ordinario di Sociologia del Diritto a Unisa. Lo incontriamo in un bar della zona orientale, per scambiare due chiacchiere e cercare di capire le sue motivazioni.

Cosa spinge un professore universitario a cimentarsi, nel 2026, in una dimensione tanto diversa da quella abituale?

Giso ci guarda sornione, e spegne la sigaretta nel posacenere di metallo

«Credo che Salerno abbia bisogno di una alternativa, dopo che il lungo ciclo di De Luca ha mostrato di non avere alcuna capacità di inventare un suo rinnovamento. Ora dobbiamo rovesciare completamente il metodo. Alla retorica dell’uomo solo che decide su tutto, dobbiamo sostituire un modello fondato sulla moltiplicazione dei luoghi di partecipazione dal basso. Ho discusso con molte persone che fanno parte delle reti sociali di Salerno e che partecipano direttamente alle lotte civili, ecologiste, femministe in questa città. Ed è nata una convergenza sul fatto che non volevamo restare a guardare, restare sempre e solo “società civile” delegando poi ad altri la politica cittadina. Così abbiamo inventato una candidatura collettiva, che io in qualche modo impersono ma che sta producendo una serie di assemblee e incontri per decidere insieme proposte e battaglie. E per prefigurare già ora quel metodo partecipativo che vorremmo diventasse il nuovo motore del governo cittadino».

Sfogliando i social con il telefono, mi imbatto spesso nel termine Municipalismo.

Cosa vuol dire “municipalismo”?

«Significa che la città si riappropria della capacità di discutere in pubblico e di decidere collettivamente. Che non solo recuperiamo il ruolo del consiglio comunale, ma rimettiamo in opera finalmente quei consigli di quartiere, sacrificati perché, si disse, costavano troppo. Ma qual è stato il costo in questi anni di aver tenuto la cittadinanza sempre più lontana dalla discussione pubblica e dal governo cittadino? E poi bilancio partecipativo, con una quota di bilancio assegnata alla diretta gestione delle assemblee partecipative, e infine il referendum comunale. Sono esperimenti “neomunicipalisti” che hanno caratterizzato esperienze in città come Barcellona, Porto Alegre, Berlino, la stessa Napoli. SI può fare e possiamo farlo anche qui».

 

Nella percezione comune, De Luca sarebbe di centrosinistra: perché questa alleanza è diversa?

«Perché il “centrosinistra” di De Luca riproduce esattamente lo stile del centrosinistra nazionale che ha finito per spalancare le porte alla destra. Inseguire i cosiddetti moderati – spesso “immaginando” cosa vuole sentirsi dire un cosiddetto moderato – ha tolto qualsiasi capacità di essere visionari e trasformativi. Questa coalizione attorno a Franco Massimo Lanocita, con noi civici e municipalisti di Salerndo democrativa, con Avs e il Movimento 5 Stelle, vuol rimettere al centro quella capacità, una volta di sinistra, di lottare per emancipazione, eguaglianza e libertà. Non ci sentirete dire tristi slogan come “La sicurezza non è né di destra né di sinistra”: una cosa è svuotare la città alle dieci la sera, senza più socialità, iniziative e mobilità pubblica, e quindi evocare controlli e polizia, a quel punto inutili, l’opposto è dire con noi che “le città sicure le fanno le persone che le attraversano”, che non c’è sicurezza se non c’è spazio comune, se non ritorna la vita di quartiere e la prossimità. O, sempre a proposito di sicurezza, se non si valorizzano le esperienze dei centri antiviolenza, dell’incredibile lavoro delle donne in quei centri. Una coalizione, che sa valorizzare anziché deridere la politica dal basso dei comitati e delle lotte, può davvero far rinascere in città, dal “sociale”, una nuova idea di “sinistra”».

 

Un’amministrazione comunale può produrre lavoro e ricchezza diffusa? E può farlo dal basso e democraticamente? In che modo?

«Noi dobbiamo valorizzare le reti sociali, la cooperazione, le capacità diffuse di cui questa città è ricca. Dobbiamo ritrovare capacità di accoglienza. Ci piace parlare di piano bioeconomico intermunicipale: mettere al centro la cura reciproca e dell’ambiente, valorizzando finalmente il tesoro di esperienze e di saperi che questa città ha nel suo terzo settore; regolamentare gli affitti brevi e incentivare quelli lunghi per poter tornare ad abitare in città; una mobilità che ricolleghi centro, frazioni e comuni limitrofi, puntando anche alle ore serali e notturne, per poterci riprendere la vita buona e gli spazi cittadini».

 

Come si conciliano sicurezza, quieto vivere, lavoro, ambiente e diritto alla famiglia nell’azione dell’amministrazione?

«Ci si è arresi a pensare che una città dove le diseguaglianze crescono sia accettabile, basta che si redistribuisca qualcosa. E così abbiamo trasformato la città in un contenitore sempre più vuoto, uno spazio aperto agli interessi privati, sperando che qualcosa del valore estratto dalla città – innanzitutto come rendita edilizia e finanziaria – sgocciolasse un po’ di ricchezza residua da redistribuire. Invece il valore prodotto è andato via lontano dalla città, e a noi è restato impoverimento, anche del ceto medio, mercato della casa bloccato, con una città di case vuote senza gente e di gente senza casa, emigrazione e disincanto».

 

Qual è la prima cosa da cambiare appena si entra in Consiglio comunale?

«Cambiare lo Statuto per inserire gli strumenti partecipativi. Subito dopo, mettere mano alla riorganizzazione e razionalizzazione delle società miste, perché lì dentro è incorporata una ricchezza collettiva che non può continuare ad essere strumento di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Riaprire un vero impianto di compostaggio, perché l’impegno ecologico vero ci fa vivere meglio e ci abbassa anche i costi e, così, anche il peso della fiscalità comunale».

 

In definitiva, perché dovrebbero votarla?

«Perché ho imparato poche cose ma una su tutte: che nessuno si salva da solo, tutte e tutti ci salviamo insieme. Che la cooperazione e i beni comuni danno frutti molto migliori che il dominio assoluto dell’individualismo e degli interessi privati non regolati».

Salerno si appresta al voto, e forse sta per finire quest’autunno prolungatosi fino ad ora. Fuori dal bar in cui abbiamo incontrato Giso Amendola c’è persino il sole, e lo prendiamo come un segnale.