di Erika Noschese
L’udienza preliminare per l’omicidio di Angelo Vassallo, il compianto primo cittadino di Pollica barbaramente assassinato nel settembre del 2010, ha subito un arresto procedurale ed è stata ufficialmente aggiornata al prossimo tredici gennaio. Il rinvio, deliberato nella mattinata di ieri all’interno delle aule del Tribunale di Salerno, non si configura come un ostacolo imprevisto o un mero ritardo burocratico, bensì rappresenta il frutto di una calcolata e ponderata scelta strategica mossa dalla pubblica accusa per blindare la solidità del quadro probatorio prima dell’apertura del dibattimento. A sollecitare la necessaria traslazione temporale dell’udienza è stata il pubblico ministero titolare del fascicolo, la dottoressa Elena Guarino, la quale ha fatto presente al giudice la stringente urgenza tecnica di attendere le fondamentali determinazioni della Corte d’Appello salernitana, la cui attesissima pronuncia è attualmente calendarizzata per il prossimo dodici novembre. I magistrati di secondo grado saranno infatti chiamati a dirimere un passaggio cruciale, esprimendosi sul delicato ricorso depositato dalla Procura stessa contro la sentenza di non luogo a procedere emessa lo scorso mese di marzo a favore del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo. Quel verdetto aveva sollevato notevole scalpore e numerose perplessità negli ambienti giudiziari, in virtù di un paradosso logico-giuridico: il Giudice per le Udienze Preliminari, pur disponendo il proscioglimento dell’ufficiale dell’Arma, aveva contestualmente e clamorosamente riconosciuto la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a suo carico in relazione ai reati contestati. La prospettiva principale degli inquirenti è quindi quella di riuscire a incassare un accoglimento del ricorso, le cui motivazioni complete potrebbero essere depositate orientativamente entro la fine di dicembre, consentendo alla giustizia di riunire tutte le singole posizioni e di incardinare il dibattimento principale potendo contare sulla presenza di tutti i presunti attori del complesso meccanismo di depistaggio e complicità criminale. Fuori dalle austere mura del palazzo di giustizia salernitano, Antonio Vassallo ha affrontato la stampa per tracciare un bilancio della giornata, ribadendo la granitica determinazione della famiglia nell’ottenere totale trasparenza su una vicenda di cronaca nera che da oltre tre lustri rappresenta una ferita sanguinante per l’intero Paese. “I tempi evidentemente si allungano, ma era giusto aspettare un attimo questo esito del 12 novembre”, ha esordito il figlio del primo cittadino trucidato, mantenendo un atteggiamento misurato e manifestando grande sintonia rispetto alla prudente linea adottata dalla magistratura inquirente. L’obiettivo prioritario della parte civile converge infatti senza sbavature con le necessità palesate dalla Procura, ovvero scongiurare l’insidioso pericolo di indagini parallele e istruttorie frammentate, un’eventualità che disperderebbe le prove in molteplici rivoli processuali, indebolendo drasticamente la ricerca della verità e dei mandanti occulti. “Speriamo che non sia molto lungo, perché abbiamo naturalmente bisogno di fare ordine e di iniziare il dibattimento, ma abbiamo bisogno di un iter giusto e noi vogliamo questo processo con Fabio Cagnazzo all’interno”, ha scandito con nettezza, rimarcando come un’ipotetica esclusione definitiva dell’alto graduato costituirebbe un vuoto inammissibile, impedendo di illuminare i coni d’ombra che circondano i primissimi momenti successivi all’agguato. Le lungaggini amministrative e i cavilli procedurali di questa maratona legale sono, agli occhi dei familiari, l’inevitabile prezzo da pagare per assicurarsi che tutti i tasselli convergano in un’unica, incrollabile sede giudicante, l’unica capace di scardinare le omertà di chi, sfruttando la propria posizione, avrebbe agito per inquinare la scena del crimine e indirizzare altrove i sospetti. Chiarendo in maniera limpida il ragionamento giuridico alla base del consenso accordato allo slittamento, Antonio Vassallo ha inteso fornire ulteriori specificazioni sulle istanze depositate: “Le motivazioni sono legate al fatto che, nel momento in cui ci sarà questo rinvio a giudizio di Fabio Cagnazzo, e speriamo che ci sarà il 12 novembre o in una data successiva, egli sarà inserito all’interno del processo e non ci saranno due procedimenti che cammineranno su versanti diversi”. L’orizzonte di un percorso diviso e scisso in procedimenti separati, foriero di possibili conflitti di giudicati e sentenze discordanti, è uno scenario che viene respinto con assoluta intransigenza, nella profonda convinzione che il mosaico criminale debba essere letto e giudicato nella sua preoccupante globalità. “È giusto che sia così e non riesco ad immaginare un processo senza Fabio Cagnazzo”, ha ribadito il portavoce della famiglia, ponendo un fortissimo accento sull’imprescindibile centralità attribuita al colonnello all’interno delle tesi accusatorie faticosamente costruite dai pubblici ministeri in questi interminabili anni di perizie, intercettazioni e verifiche incrociate. L’angoscia per l’assenza insostenibile di un padre, di un marito e di un uomo delle istituzioni si rinnova di fronte a ciascun rinvio tecnico, eppure l’affidamento nel lavoro delle toghe campane permane saldo e inossidabile, alimentato dalla consapevolezza dell’immenso valore simbolico e morale che questa vertenza incarna per tutti gli amministratori onesti d’Italia. Nelle dichiarazioni del giovane riverbera una perseveranza adamantina, che travalica la pura sfera personale per farsi testimonianza collettiva: “Speriamo, appunto, che ci sarà un esito positivo. Riteniamo assolutamente che Cagnazzo debba stare all’interno di questo processo, poiché riteniamo abbia gravi responsabilità”, ha sentenziato con voce ferma, formulando un accorato appello affinché l’organo di garanzia di secondo grado accolga i ricorsi e ordini il rinvio a giudizio. L’evenienza che uno dei principali sospettati di depistaggio potesse eludere il vaglio del contraddittorio dibattimentale era stata percepita come un affronto, un’ipotesi destabilizzante per una famiglia che ha consacrato la propria esistenza alla dissepoltura dei segreti inconfessabili nascosti dietro quel tragico omicidio. Lo scoramento per le note inefficienze di un apparato che dilata i tempi della giustizia in maniera parossistica è costantemente controbilanciato dalla forza di chi ha scelto di non piegarsi alle ingiustizie. “Non immaginavamo neanche di dover arrivare fino a qui e immaginare di andare avanti in un processo dove lui non ci potrà essere, quindi speriamo solo in un buon esito dell’udienza del 12 o di quella di dicembre”, ha aggiunto, evidenziando il temporaneo sconcerto originato dalla decisione del Gup, poi metabolizzato e convertito in nuova energia processuale. Nel momento in cui i giornalisti hanno ipotizzato che i continui ostacoli, le frenate repentine e i muri di gomma sollevati negli anni potessero, alla lunga, intaccare o fiaccare la loro tenacia, la replica è arrivata repentina, tagliente e priva di esitazioni, restituendo ai presenti l’immagine nitida di un baluardo inespugnabile. “La nostra battaglia per la verità non si ferma, assolutamente no”, ha garantito il figlio del primo cittadino, pur non nascondendo affatto le fisiologiche flessioni emotive che costellano una lotta tanto ardua quanto estenuante. “A volte siamo amareggiati per questo, perché ci sono tante cose che non sono andate come dovevano”, ha poi confessato, riferendosi in maniera velata ai ritardi clamorosi, alle prove smarrite, alle false soffiate e agli inspiegabili buchi neri che per ben tre lustri hanno ostacolato la strada verso l’identificazione della mano armata e delle eminenze grigie. L’orologio inesorabile della storia, che segna ormai la distanza di sedici anni da quell’esecrabile notte di fine estate, ha forse logorato i nervi ma non ha scalfito di un millimetro l’imperativo morale che vincola la comunità. “Sono passati sedici anni e sono davvero tanti, però siamo qui, assolutamente. Abbiamo sete di verità, vogliamo solo giustizia e vogliamo che quanto prima possibile queste persone paghino per quello che hanno fatto”, ha sentenziato in chiusura Antonio Vassallo, fissando negli occhi l’opinione pubblica e racchiudendo in una sintesi perfetta l’urgenza di un’affermazione dello Stato di Diritto.








