di Olga Chieffi
Il “Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, a “sorpresa” è sempre simpatico da rincontrare, essendo una di quelle opere per la quale si comincia ad amare l’opera lirica. Solo quattro anni or sono fu rappresentato dai giovani del Conservatorio Martucci, proprio con la regia di Riccardo Canessa, e sul podio il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, alle prese con ben tre cast, progetto educational del massimo cittadino, quanto questo, che ha salutato i licei salernitani, nel backstage, in conferenza stampa e alla generale. Asse Napoli-Siviglia per il regista napoletano, che ha donato un Barbiere ripulito da quelle incrostazioni comiche di dubbia lega, depositate in strati sempre più spessi, durante oltre due secoli di tradizione. Chi ha da sempre sognato un Barbiere senza il tremendo pestone che Don Basilio rifila a Don Bartolo durante l’aria della calunnia, senza la solita scempiaggine sul numero dei fogli di carta da lettera (“eran cinque, or sono sei”), senza la delusa replica estemporanea, del resto abbastanza graziosa, di Rosina, quando s’informa ansiosamente da Figaro sull’amato oggetto di quel simpatico giovane con cui l’ha visto in strada (“si chiama poverina?”), ha trovato al Verdi la giusta regia. Panorama sui panni stesi con le carrucole dei Quartieri, ma sfarzo sivigliano all’interno, per poi cambiare panorama e guardare il Guadalquivir e la Torre dell’Oro, il tutto creato con le proiezioni, su fondali e scene di Alfredo Troisi, il quale ha recuperato anche elementi che sono nei depositi del teatro, come il balconcino dell’Elisir d’amore o la torre del Rigoletto, ma ben attagliate alla nuova opera. Si è notato il Don Basilio e, quindi, il Conte d’Almaviva vestiti da fraticelli cercatori, non adatti a impartir lezioni di musica, far da astuti consiglieri e calunniatori, ma….la chierica dei due ha evocato quella di Antonio Capurro, il Totò padre domenicano, ladruncolo de’ “I due Marescialli” che la fa in barba al Maresciallo Vittorio Cotone, l’ indimenticabile Vittorio De Sica. Un’orchestra leggera, negli archi, nel complesso con qualche disamalgama nei legni, tra i quali il ritmo ha da avere sostanza fonetica, è “parola” sussurrata da strumento a strumento che si personalizza, circola, acquista voce “borghesemente” umana, che spesso hanno da “giocare” a rimpiattino, sino a sbottare nell’allegria, per poi placarsi e sparire nei frammenti della “sospensione”, che deve durare un sospiro, fatte salve ogni individualità, a cominciare dal primo corno che non ha messo una nota né un fiato in fallo, ed un coro ben preparato da Francesco Aliberti, che ha fatto l’impossibile con il materiale a sua disposizione, nonché il Maestro al cembalo, Maurizio “Gioachino” Iaccarino, hanno “ripigliato” il Barbiere rossiniano. Sul podio Daniel Oren, il quale ha cominciato con una “overture” equilibratamente alla francese, per poi spingere sull’acceleratore nei pezzi d’assieme, in cui a volte si è interrotto il filo palcoscenico-buca, anche se il Maestro resta il solito esperto genio nel ricucire tutto, ma che ha fatto perdere qualche parola, al pubblico, da parte dei cantanti che pur hanno recitato con naturalezza, senza quegli insulsi gesti delle braccia, che purtroppo s’imparano a scuola e che non hanno nessun rapporto con la situazione del personaggio, ma servono soltanto a secondare l’emissione vocale. Tanti, troppi, i tagli, apportati con l’accetta, da “Cessa di più resistere”, al finale primo e nelle ripetizioni della Calunnia o de’ “La testa mi gira”, che chiude il quartetto del secondo atto. A vincerla senza trappole e maschere è stata la Rosina di Francesca Di Sauro, la quale ha superato le difficoltà insite nella cavatina “Una voce poco fa” in cui si tocca in basso il sol diesis sotto il rigo e in alto il sol diesis IV, con l’assoluta eguaglianza dei suoni, vivacità di caratterizzazione, sgranando e congiungendo le note, con tecnica implacabile a “coprire” i suoni sul “passaggio”, affinchè il colore e il peso di ciascuna restassero eguali. L’acrobazia è, così, passata in secondo piano rispetto a timbro e all’inflessione con cui la Di Sauro, scuola D’Annunzio-Lombardi, affronta la coloratura parimenti la capacità d’individuare la parola-chiave dell’unità poetico-musicale del momento, sottolineandola nel modo più espressivo. Il primo convinto applauso ha naturalmente accompagnato l’entrata di Figaro, interpretato da Maxim Lisiin. E’ un Figaro leggero il suo, affatto potente, quindi, felicemente libero dalla tradizione alla quale siamo avvezzi e da cui ci siamo liberati, nel corso della “prima”, ma un po’ monocorde. Delusione per l’aria di sortita del Conte D’Almaviva, al quale ha dato voce Yaroslav Abaimov, quel piccolo capolavoro d’ironia, col battibecco dei fiati in risposta al solo patetico del clarinetto, affidato al suono di tradizione di Luigi Pettrone e poi del flauto, annunciante la melodia “Ecco ridente cielo”. Nel canto la melodia si effonde in melismi, poi muta di colpo in “Allegro” e qui, ci siamo, purtroppo accorti che, è tenore generoso, dalla fresca voce, ma non sostenuto da tecnica pari, per andare ad eseguire quelle famigerate colorature, imposte da Rossini ed ha, così, sfociato diverse volte nel falsetto. Ed ecco il Don Bartolo di Misha Kiria, dai tratti e la retina di Zio Don Antonio Papale, felice evocazione di casa Canessa, “magnifica presenza” con la quale Riccardo, da nobile napoletano quale è, ama giocare e far rivivere, voce potente, una spanna su tutti, che ha reso bene la linea di canto dispettosa e imbronciata, sino al velocissimo sillabato, che non ha subito cadute. Il finale del I atto, una trappola anche per i migliori direttori, si è rivelata tale anche per Daniel Oren, che non è riuscito a creare quel climax di attesa surreale, nella quale Rossini vuol trascinare il pubblico servendosi di quell’elementare procedimento basato su due immagini “onomatopeiche” altrettanto elementari: una melodia ondeggiante sull’ostinato dell’orchestra, quindi il consueto “parlato” sillabico, ripetute meccanicamente, a due riprese, come in una vertiginosa corsa circolare, che non trova mai un punto d’arrivo, in cui l’organismo vocale-sinfonico è risultato un po’ disunito. E siamo a Don Basilio, o meglio, Fra’ Basilio, un corretto, Francesco Milanese, che ha portato sufficientemente a termine la parte, anche se non dotato di voce da basso pieno, che ha tradito in piccola misura l’aria della Calunnia, negli scoppi in fortissimo. Secondo atto decisamente superiore al primo, dal punto di vista musicale con solo la Berta, di Miriam Artiaco, interprete della celebre aria del sorbetto, gustosa parodia della zitella anziana, sottotono, e, in particolare, l’orchestra, con strumenti protagonisti assoluti della vicenda unitamente ai cantanti, che come loro e meglio di loro, hanno dialogato, si sono pavoneggiati, pizzicati, inseguiti, presi e lasciati. A completare il cast, convincenti il Fiorello di Costantino Finucci e l’uffiziale di Antonio De Rosa. L’ “homme ouvert” di Bergson batte l’uomo di paura di Rahenau, tra gli applausi scroscianti per l’intero cast, ovazione per la splendida Francesca Di Sauro e per un sempre acclamato Daniel Oren, che attendiamo in ottobre con Macbeth.





