di Ubaldo Serra*
La Riforma sulla giustizia non è una questione di destra o di sinistra, ma di civiltà giuridica e di diritti dei cittadini, e chi la pone su un piano politico o partitico sbaglia clamorosamente. Il confronto odierno sul sistema giudiziario italiano ruota attorno a criticità sistemiche rimaste irrisolte per troppo tempo.
Scegliere di sostenere il “Sì” significa promuovere una trasformazione profonda verso un modello processuale più snello e limpido, capace di ridimensionare il peso politico delle fazioni interne alla magistratura. Uno dei pilastri del “Sì” riguarda la separazione delle funzioni tra magistratura requirente e giudicante. Attualmente, un magistrato può passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice più volte nel corso della vita professionale. L’obiettivo, invece, della riforma è garantire che chi giudica sia culturalmente e professionalmente distinto da chi accusa, assicurando al cittadino un processo in cui le parti siano davvero in una posizione di parità davanti a un arbitro neutrale. Non si può affrontare seriamente il tema della riforma costituzionale della magistratura senza ammettere un paradosso di fondo: l’attuale architettura del processo, pur dichiarandosi basata sulla distinzione dei ruoli, mantiene un legame organico troppo stretto tra chi accusa e chi giudica.
Elevare a rango costituzionale i criteri del “giusto processo” significa, inevitabilmente, garantire che il giudice sia un soggetto realmente terzo e che giudicanti e requirenti interagiscano in un equilibrio autentico, non solo formale. È evidente, pertanto, che la costituzionalizzazione dei principi del giusto processo, ed in particolare dei connotati minimi irrinunciabili attinenti al giudice (inteso come persona fisica terza ed imparziale) e al contraddittorio ad armi pari (inteso come aspetto dinamico caratterizzante la celebrazione del processo), impone con essa di confrontarsi al fine di valutare il ripensamento delle norme in materia di ordinamento giurisdizionale. Pertanto, l’impostazione seguita dalla Riforma appare rispondente ai principi del giusto processo ed assicura la parità delle parti: la previsione di distinguere il giudicante e il requirente, l’arbitro del giudizio e una parte processuale, è coerente con la finalità di garantire il pieno contraddittorio e l’equidistanza delle parti e contribuisce ad assicurare il rispetto dei principi di terzietà e imparzialità.
Fa molto discutere, tuttavia, la propaganda del Comitato dei No e dell’ANM, che induce in confusione l’opinione pubblica inquinando il dibattito; nella stessa si attribuisce alla riforma un effetto preciso ed allarmante: “la subordinazione dei giudici alla politica”. Ad ogni buon conto basta leggere il testo della stessa Riforma per comprendere che tale argomento non ha alcun fondamento. In realtà, la nuova formulazione dell’art. 104 della Costituzione recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente” (art. 104, comma 1, Cost.). Dall’analisi del testo emerge chiaramente come l’autonomia del potere giudiziario rimanga intatta. Detta formulazione non mina l’indipendenza dei magistrati, poiché tali valori non derivano necessariamente dall’avere una carriera unica. Al contrario, separare i percorsi professionali permette di declinare l’indipendenza in modo più specifico per le diverse funzioni, senza per questo subordinare i giudici ad altri poteri dello Stato.
Come osservato egregiamente dal giudice emerito della Corte Costituzionale, prof. Sabino Cassese, favorevole alla separazione: “Chirurgo e anestesista sono entrambi laureati in medicina, lavorano nello stesso sistema, ma svolgono funzioni diverse, con ruoli, responsabilità e obiettivi differenti, ma non vorrei mai essere operato da un anestesista”. Un altro punto cruciale riguarda l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Il sistema attuale è spesso criticato per il “correntismo”, ovvero l’influenza di fazioni politiche interne alla magistratura che deciderebbero promozioni e incarichi direttivi non in base al merito, ma all’appartenenza. Il Sì punta a scardinare questo meccanismo, introducendo sistemi di candidatura che limitino il peso delle lobby interne, restituendo dignità e indipendenza alle scelte dell’organo di autogoverno.
La Riforma garantisce una piena autonomia e indipendenza della magistratura, attraverso meccanismi in grado di attuare una netta separazione tra politica e magistratura. Infatti, appare congruo il sistema del sorteggio per la scelta dei membri del CSM come strumento per riequilibrare i poteri e aumentare l’autonomia dei singoli magistrati rispetto alle correnti. Tutto ciò può solo favorire la nascita di una nuova classe dirigente nella magistratura, consentendo a chi giudica di sedere al CSM con maggiore autonomia, senza l’influenza di una corrente, ma in modo libero. In poche parole, viene meno il sistema delle correnti; difatti molti magistrati sono iscritti all’Associazione Nazionale Magistrati proprio perché, quando devono fare carriera o ottenere promozioni, sanno a chi riferirsi; invece, con il sorteggio queste storture vengono meno e viene meno anche la base elettorale su cui si fondano tali correnti.
Ma ci dobbiamo ricordare che i magistrati non fanno parte di “partiti politici”, bensì devono essere terzi ed imparziali, e il loro modus operandi all’interno dell’ANM appare esattamente il contrario. Chi caldeggia la riforma sottolinea l’importanza di monitorare con maggior puntualità l’efficienza dei magistrati. Coinvolgere membri laici nelle valutazioni dell’operato dei giudici ha lo scopo di aprire un sistema altrimenti troppo chiuso in sé stesso. L’idea di fondo è che la qualità dell’amministrazione della giustizia debba essere vagliata anche dal punto di vista di chi, come i legali, assiste quotidianamente alle dinamiche processuali, mirando a rompere l’autoreferenzialità del sistema.
Ad ogni modo, anche con l’Alta Corte Disciplinare prevista dalla riforma si assicura un procedimento disciplinare per i magistrati conforme alle regole del giusto processo. È necessario precisare che tutte le modifiche previste dalla Riforma esprimono principi conformi e condivisi dagli altri ordinamenti europei, ma la differenza con questi ultimi sta nell’unitarietà, nell’autonomia e nell’indipendenza della magistratura.
In conclusione, votare Sì rappresenta un atto di fiducia verso una giustizia che non sia più percepita come un castello inaccessibile, ma come un servizio al cittadino guidato dal principio della giusta durata del processo e della piena responsabilità di chi esercita il potere giudiziario, sicché, perfezionando il sistema giustizia, può solo migliorare la qualità della stessa. *évvocato, Coordinatore nazionale dipartimento Adr Aiga





