Alberto Cuomo
Il 30 aprile prossimo chiuderà i battenti la mostra dei lavori di Gelsomino D’Ambrosio, allestita presso il complesso San Michele, in suo ricordo a venti anni dalla morte. Conobbi Gelsomino, per gli amici Mino, credo nel 1963, quando avevo 18 anni. Ero stato reclutato da una squadra di Battipaglia di basket, la Polisportiva Battipagliese costituita in quello stesso anno, dopo che quella salernitana dove militavo e dove avevo debuttato sedicenne in A2, la Fiamma Salerno, allenata dall’indimenticabile avvocato Florimonte, era fallita. Il team di Battipaglia si allenava e giocava nel cortile del Municipio. Quando andai al primo allenamento strinsi subito amicizia con Mino, di qualche anno più giovane di me e, tra gli altri cestisti, uno dei più alti, quindi meglio adatto alla pallacanestro. Mi pare giocammo nel campionato dell’ultima categoria, la serie D, e non penso avemmo un buon piazzamento dal momento ci allenavamo poco e se io venivo da Salerno, Mino e altri giungevano da Campagna con poco tempo per provare qualche schema. A fine campionato lasciai il basket e la Polisportiva Battipagliese dal momento, studente universitario, non avevo tempo per pensare ai campionati, tanto più che dovevo recarmi a Napoli ogni giorno per frequentare le lezioni. Un paio di anni dopo, in treno, quello degli studenti pendolari delle 7,40, incontrai con sorpresa e piacere il mio pivot della Polisportiva. Scesi dal treno ci incamminammo per il rettifilo. Mino faceva la mia stessa strada sino a palazzo Gravina, sede della facoltà di Architettura dove ero iscritto, per poi proseguire e giungere a piazza Bellini dove, poco più avanti c’era, e c’è, in via Costantinopoli, l’Accademia di Belle Arti che lo vedeva allievo nel corso di Scenotecnica tenuto da Franco Mancini. E così, ogni giorno per cinque anni. Ricordo che lungo il percorso, camminando anche quando pioveva, parlavamo di tutto. Ricordo anche che ridevamo molto e una sua barzelletta, ancora impressa nella mia mente, la trasferii anni dopo ai commilitoni del mio servizio militare i quali, in una rimpatriata dell’intera compagnia due anni fa, me la ridissero compiaciuti. Non eravamo solo leggeri però. Erano gli anni in cui si leggevano i libri degli intellettuali francesi, Foucault, Althusser, e noi eravamo entrambi di sinistra, ma scontenti del Pci. Il cosiddetto Sessantotto ci vide quindi insieme, lui all’Accademia io ad Architettura, nella contestazione a tutto. Probabilmente fu dal suo maestro, Mancini, il quale non era incline a realizzare scene fondate solo sulla capacità artistica quanto anche su meccanismi tecnici, che apprese a coniugare insieme fantasia e rigore. In quegli anni frequentavo Felice Mele e, spesso, ci vedevamo in tre per passeggiare o andare in pizzeria a discutere di arte, filosofia, politica e, naturalmente, di ragazze. Fu in uno dei nostri pomeriggi che Mino ci invitò a casa sua per mostrarci i suoi disegni, ovvero un progetto per alcune scene teatrali. Ero abituato ai bravi disegnatori della facoltà, ma quando vidi i suoi bozzetti rimasi fortemente impressionato. Ci disse che si ispirava a Pierluigi Pizzi, scenografo della Scala, cui avrebbe voluto mostrare i suoi disegni in cui comparivano tende, tappeti, suppellettili, specchi, in termini estremamente realistici con le stoffe che mostravano i damaschi, il lucido della seta, gli sfondi dipinti o le merlettature che seguivano i panneggi e con materiali che mostravano la loro struttura. Tutto rigorosamente in un bianco e nero i cui toni, alla maniera di Piranesi, facevano prevedere i colori. Mino era poi amico di Paolo Apolito con cui divenimmo amici anche io e Felice. Loro erano fidanzati (a quel tempo così si diceva) con due sorelle molto carine. Ma Mino si mostrava insofferente perché avrebbe voluto girare il mondo, trasferirsi a Parigi o, almeno, a Milano, mentre io e Felice, chi sa più concreti, una sera lo convincemmo a non fare castelli in aria. Già perché Mino era un sognatore e, del resto, non sono forse gli artisti ad illustrare i sogni? Dopo la fine degli studi, agli inizi degli anni Settanta, ci ritrovammo nel “teatro Gruppo” e Gelsomino, frattanto, aveva costituito uno studio grafico nel sodalizio con Pino Grimaldi, bravo fotografo, avviando successivamente lo “Studio Segno” che diventerà noto anche internazionalmente. Il resto è raccontato nella mostra curata benissimo, per sezioni omogenee, da Massimo Bignardi con Francesca D’Ambrosio, dove è possibile ammirare non solo la grafica, di cui fu maestro, quanto anche i disegni di propria mano. Tutti i suoi lavori lasciano comprendere come avesse non solo la capacità di contemperare ragione e fantasia quanto anche l’attenzione alla evoluzione dei tempi sia nell’uso delle tecniche che nei contenuti comunicativi. Ne è esempio il manifesto creato credo alla fine degli anni Ottanta in cui è ripreso il ritratto di giovane dama del Pollaiolo (Antonio o Piero) cui Gelsomino aggiunse al lobo un orecchino costituito da un microchip. Era il tempo dei primi computer e lui si esercitava con programmi vettoriali attraverso cui agire sui pixel e di quel manifesto era molto soddisfatto perché, sebbene vi fosse l’uso di una tecnica a quei tempi avanzata, la sua mano e la sua fantasia avevano saputo umanizzare i modi dei processori.





