di Erika Noschese
La gestione del patrimonio pubblico non ammette zone d’ombra né regimi di favore dettati dalla prossimità ai centri di potere. Quando un’istituzione culturale, come la Fondazione Menna, diventa il perimetro entro cui si consumano occupazioni senza titolo e interferenze politiche dirette, il tema smette di essere puramente amministrativo per farsi questione di etica pubblica. Lo svelamento della verità non è un esercizio di stile, ma l’atto necessario per restituire alla collettività ciò che è stato trasformato in feudo elettorale. Eppure, a Salerno, c’è chi preferisce l’oblio e l’occultamento, pur di giustificare l’ingiustificabile. Ai documenti pubblicati, oggi non giunge alcune replica ma si tenta di attaccare la Fondazione Menna parlando di presunti complotti. Ma la verità ha una forza propria: i documenti, le foto, gli spot elettorali girati all’interno della Casa del Combattente e i commenti delle “tifoserie d’eccezione” non sono invenzioni, sono lo svelamento di una realtà scomoda che non può essere cancellata. Sarebbe opportuno che si smettesse di fingere di possedere il Verbo mentre si occupano abusivamente spazi pubblici per fini puramente personali. È singolare che si accusi la Fondazione di ospitare convegni elettorali di terzi per “par condicio” di colpe, quando la realtà racconta di un’associazione, la Limen APS, che ha trasformato un immobile storico nel proprio quartier generale permanente, cambiando persino la denominazione su Google Maps da “Casa Limen” a “Limen – Casa del Combattente” solo dopo le nostre denunce. Pensano davvero che i cittadini abbiano l’anello al naso? Lo svelamento riguarda anche il nome stesso di questa realtà: Limen. In greco, il porto, la soglia. Ma un porto è tale se accoglie e se permette di salpare, non se diventa un bunker esclusivo per chi ha sorseggiato il tè nel salotto di Lady Napoli o ha goduto dello “sconto comitiva” firmato dal sindaco Enzo Napoli. Propri quei documenti rappresentano la pietra tombale sulla pretesa di “mero studio” e “volontariato” avanzata da Fiorito. Vedere un Sindaco intervenire direttamente per abbattere un canone da 80 euro a evento a un forfettario mensile di 400 euro è l’immagine plastica di un’amministrazione che fa il prezzo per gli amici. Ed è ancora più grave constatare che, nonostante il privilegio ottenuto, l’associazione si sia permessa il lusso di non pagare, rivendicando il diritto di occupare i locali gratuitamente come “liberi studenti”. Questa non è promozione culturale; è un’invasione di edifici pubblici mascherata da cittadinanza attiva, difesa da una rete di protezione che va dalla consorte del primo cittadino all’ex assessore alla trasparenza.Siamo legati al senso greco della verità perché essa ci porta a dire che, probabilmente, non si è pronti per guidare alcuna nave, né piccola né grande, se non si rispetta il porto che si occupa. È facile ergersi a “marinai” quando il mare è piatto e le correnti sono quelle, favorevoli, del sistema salernitano. Il vero marinaio si vede quando deve rendere conto della propria condotta davanti alle regole, non quando usa i beni comuni per fini propagandistici personali. Chi deve intervenire per ripristinare la legalità alla Casa del Combattente non può più restare a guardare. Ogni ulteriore giorno di occupazione senza titolo è uno schiaffo a chi rispetta le regole e paga i canoni. Non basta nascondersi dietro altrui colonne, la verità è stata svelata: Salerno non ha bisogno di navigatori da salotto, ma di una gestione trasparente che non trasformi la cultura in un’estensione del comitato elettorale. La verità non perdona: il velo è caduto, e ciò che resta è solo l’evidenza di un abuso che nessuna retorica potrà mai sanare.





