di Olga Chieffi
Direttore Fulvio Artiano che cos’è per lei la “partitura” su cui lavora ogni giorno?
“La partitura sulla quale lavoro quotidianamente è complessa, articolata e, per certi versi, non troppo diversa da quella che un direttore d’orchestra si trova davanti. In una partitura orchestrale ogni voce possiede una propria identità, una funzione precisa, ma è soltanto attraverso una visione d’insieme che le singole parti acquistano significato e concorrono alla costruzione di un risultato armonico. Allo stesso modo, dirigere un Conservatorio significa governare e coordinare le quattro grandi direttrici che ne definiscono la missione istituzionale: Didattica, Produzione artistica, Ricerca e Internazionalizzazione. Sono ambiti distinti, ma profondamente interconnessi, che richiedono attenzione costante, capacità di analisi e una programmazione capace di coniugare le necessità immediate con gli obiettivi di lungo periodo. Ogni giorno occorre individuare le priorità, interpretare le esigenze di una comunità complessa e fare in modo che ciascuna componente possa esprimere al meglio le proprie potenzialità. Il vero compito del direttore, proprio come quello del direttore d’orchestra, non è semplicemente assicurarsi che ciascuno esegua correttamente la propria parte, ma fare in modo che tutte le parti concorrano a realizzare un progetto culturale unitario, riconoscibile e di qualità”.
Come definirebbe l’atto di “dirigere”?
“Dirigere è, prima di ogni altra cosa, un atto di responsabilità. E non mi riferisco tanto alla responsabilità amministrativa, civile o gestionale, che pure costituisce una componente imprescindibile dell’incarico, quanto a una responsabilità più profonda, che investe il senso stesso della missione istituzionale. Un Conservatorio è un luogo nel quale si custodisce, si trasmette e si rinnova un patrimonio straordinario di conoscenze, sensibilità e competenze artistiche. È un’istituzione che investe le proprie energie nella formazione delle persone, nella valorizzazione del talento e nella promozione dell’arte come espressione altissima della civiltà umana. Avere la responsabilità di tutelare e far crescere questo patrimonio rappresenta, per me, il significato più autentico del dirigere. Significa compiere scelte che non riguardano soltanto il presente dell’istituzione, ma che possono incidere sul futuro professionale e umano di intere generazioni di musicisti. Tutto il resto, per quanto necessario e talvolta complesso, appartiene alla sfera dell’organizzazione e della gestione dei processi. Strumenti indispensabili, certamente, ma che non devono mai essere confusi con il fine ultimo del nostro lavoro. La direzione ha senso soltanto quando l’efficienza organizzativa si pone al servizio di una visione culturale”.
Come si gestisce la “stecca” o l’imprevisto?
“Credo che la formazione musicale offra, da questo punto di vista, una straordinaria scuola di vita. Un musicista è abituato fin dall’inizio del proprio percorso a confrontarsi con l’imprevisto, spesso in condizioni nelle quali il tempo per reagire è estremamente ridotto, se non addirittura inesistente. Durante un’esecuzione non ci si può fermare a riflettere troppo a lungo su ciò che non ha funzionato: occorre trovare immediatamente una soluzione, preservare la continuità del discorso musicale e, soprattutto, non perdere la lucidità. È un esercizio che educa alla prontezza, all’autocontrollo e alla capacità di assumersi le proprie responsabilità. Nella direzione di un’istituzione accade qualcosa di molto simile. L’imprevisto è una componente inevitabile di qualsiasi attività complessa e la possibilità di superarlo senza conseguenze significative dipende in larga misura dall’esperienza, dalla solidità del carattere e dalla capacità di mantenere una visione chiara anche nei momenti più difficili. Ma esiste un aspetto ulteriore, forse il più interessante: la capacità di trasformare un problema in un’opportunità. Non sempre è possibile, naturalmente, ma quando accade l’errore smette di essere soltanto un incidente di percorso e diventa occasione di crescita. In fondo, anche nella musica, una dissonanza può acquistare significato attraverso il modo in cui viene risolta.
La scuola è cambiata: come si pone nei confronti delle nuove generazioni?
“Partirei da una considerazione: più che la scuola, credo sia profondamente cambiata la società e, inevitabilmente, sono cambiati i giovani che la abitano. I nostri studenti appartengono prevalentemente alla fascia universitaria e vivono pienamente le trasformazioni culturali, tecnologiche e relazionali del nostro tempo. Uno degli aspetti che osservo con maggiore attenzione riguarda il ruolo assunto dai dispositivi digitali nella vita quotidiana. Smartphone, tablet e computer offrono possibilità straordinarie, ma il loro utilizzo intensivo, talvolta eccessivo, rischia di impoverire la qualità delle relazioni umane. Sempre più spesso la comunicazione si sviluppa in una dimensione virtuale, mentre il confronto diretto, l’ascolto reciproco e la gestione delle relazioni reali possono diventare più difficili. Fortunatamente, la formazione musicale possiede alcuni anticorpi naturali rispetto a questa tendenza. Lo studio di uno strumento richiede presenza, disciplina, concentrazione e un rapporto quotidiano, concreto e non delegabile con la propria attività artistica. Non esistono scorciatoie tecnologiche capaci di sostituire integralmente il tempo, la dedizione e l’esperienza necessari alla maturazione di un musicista. E poi c’è la musica d’insieme, che considero uno degli strumenti educativi più preziosi di cui disponiamo. Suonare con gli altri significa imparare ad ascoltare, rispettare i tempi comuni, riconoscere il valore delle differenze e subordinare, quando necessario, la propria individualità a un risultato collettivo. È un’esperienza di formazione musicale, ma anche una straordinaria palestra di convivenza civile. Ed è proprio in questa duplice dimensione, artistica e umana, che riconosco uno dei maggiori valori dell’educazione musicale contemporanea”.
Qual è il momento di massima gratificazione nel suo lavoro?
“Ogni traguardo importante porta con sé una soddisfazione particolare. La realizzazione di un progetto ambizioso, un concerto in un contesto di grande prestigio, il riconoscimento ottenuto dall’istituzione sono risultati che richiedono spesso uno sforzo organizzativo e umano enorme, non sempre percepibile dall’esterno. Eppure, se dovessi individuare il momento di gratificazione più autentico, non avrei dubbi: è quello in cui posso osservare negli occhi dei nostri studenti il significato profondo dell’esperienza che stanno vivendo. Penso, per esempio, ai momenti che precedono un’esecuzione particolarmente importante. Nei loro sguardi si leggono l’emozione, l’attesa, talvolta anche il timore di non essere all’altezza. Poi arriva il momento del concerto e quelle stesse espressioni si trasformano in concentrazione, determinazione, consapevolezza. Infine, al termine dell’esecuzione, compaiono il sorriso, il sollievo e soprattutto l’orgoglio di aver superato una prova significativa. È in questa trasformazione che riconosco il senso più alto del nostro lavoro. Perché non stiamo semplicemente organizzando un evento artistico: stiamo contribuendo alla crescita di una persona, alla costruzione della sua identità professionale e della sua fiducia in sé stessa. Non conosco gratificazione più grande del privilegio di assistere a questo processo. In quei momenti ogni difficoltà, ogni sacrificio e ogni fatica trovano la propria ricompensa”.





