di Erika Noschese
La diplomazia del rinvio e la politica del silenzio hanno i giorni contati. In quella che è ormai diventata la saga dell’arroganza amministrativa salernitana, si registra un’accelerazione che sposta il baricentro del potere decisionale dai salotti privati agli uffici di Palazzo di Città. La Fondazione Menna, probabilmente stanca di fungere da scudo umano per le incursioni elettorali di chi si sente padrone in casa d’altri, ha ufficialmente passato la palla al Comune. La questione dell’occupazione senza titolo della ex Casa del Combattente e degli spot abusivi alla Minerva è ora sulla scrivania del Commissario Prefettizio, lo stesso che, con una nota ufficiale, aveva già intimato di non utilizzare gli spazi comunali per fini elettorali dopo le prime, imbarazzanti rivelazioni. Il Commissario si trova oggi davanti a un bivio che definirà la cifra della sua gestione straordinaria. Finora lo abbiamo visto agire con piglio deciso su dossier tecnici di enorme peso, dalla variante urbanistica al Pums, dimostrando che quando c’è la volontà di decidere, i tempi della burocrazia possono piegarsi alla necessità dell’azione. Perché, dunque, la questione dell’uso privatistico dei beni comuni dovrebbe essere diversa? Se il Commissario dovesse scegliere la via del rinvio, lasciando che sia il sindaco eletto il 25 maggio a occuparsi della faccenda, firmerebbe una delega politica clamorosa. Significherebbe ammettere che il sistema degli “amici del Comune” è un nervo scoperto troppo sensibile, più blindato di un piano urbanistico e più intoccabile di una grande opera. La verità, che in questi anni abbiamo contribuito a svelare, sta venendo a galla con la forza inesorabile dei documenti. Non è più possibile nascondersi dietro la retorica dell’associazionismo giovanile quando esiste un resoconto ufficiale che mette nero su bianco l’intervento diretto dell’ex sindaco Enzo Napoli per “aggiustare” le tariffe a favore di Limen Aps. Quello sconto “comitiva”, che trasformava il contributo per i singoli eventi in un forfettario mensile ridicolo, è la prova provata di un sistema a trazione clientelare. Un sistema dove, mentre decine di associazioni restano senza sede per “mancanza di spazi” e altre pagano puntualmente ogni canone per non essere sfrattate, il candidato “del cuore” poteva permettersi di occupare i locali per smart working e ricerche personali senza versare un euro alla Fondazione, forte di una protezione che arrivava dai piani altissimi. Un tempo si diceva “due pesi e due misure”, ma a Salerno abbiamo inaugurato un nuovo detto: “un amico ‘Comune’, tre misure”. Trattasi di quella particolare condizione per cui, se hai il contatto giusto al momento giusto, le regole diventano elastiche come un elastico logoro. Se hai un amico “Comune”, la Casa del Combattente diventa “Casa Limen”, su Google Maps e non solo. Se non ce l’hai, resti alla porta, a guardare chi entra dalla scorciatoia mentre tu aspetti invano un bando che non arriverà mai. I salernitani meritano di sapere se il patrimonio della città è ancora un bene collettivo o se è stato definitivamente alienato in favore di una casta di protetti che scambia il volontariato per una polizza di impunità. Se il Commissario deciderà di agire, assumendosi la responsabilità di ripristinare la legalità prima del voto, renderà giustizia a tutti quei cittadini onesti che non hanno “santi in Paradiso” e che guardano con disgusto a questa occupazione prepotente della cosa pubblica. Se invece dovesse prevalere la linea del “vedremo dopo il 25 maggio”, avremo la conferma che la questione è ben più delicata di quanto queste colonne possano descrivere. A quel punto, però, si potrebbe essere portati a pensare che a Salerno il diritto è un optional e che l’unico protocollo d’intesa che conta davvero è quello, mai scritto ma sempre attivo, della fedeltà ai potenti di turno. La ricerca della verità non si ferma: il velo è caduto e ora resta solo da capire se chi ha il dovere di tagliare i fili di questa commedia avrà il coraggio di farlo, o se preferirà restare a guardare mentre il sipario cala su una città che ha fame di regole e sete di uguaglianza. La ricreazione è finita, e nessun amico “Comune” potrà nascondere ancora a lungo l’evidenza di un sistema che ha fatto del privilegio la sua unica ragione di stato.





