Massimo Sarandrea
Iil calcio è un’ industria che sconta l’assenza di un adeguata politica d’impresa, esposto a continui default con 4,8 miliardi di debiti assolutamente non gestiti ad oggi senza un adeguato sostegno istituzionale di riforme virtuose. Un settore certamente coinvolgente per l’utenza ma distante dalle istituzioni finanziarie o da capitani d’impresa perché incapace di fare sistema, carente d’infrastrutture e senza alcuna politica industriale che consenta a chi vuole fare impresa di canalizzare investimenti. L’utenza ( il tifoso ) pretende a prescindere vittorie, bel gioco e divertimento ed è incolpevole rispetto alle scelte operate dai club in ottica di valorizzazione del patrimonio giovanile e degli investimenti. la difficoltà che si riscontra in un “liquid event negativo” nelle cessioni dei nostri club di B e A, ancor di più C, è l’approccio che prima ancora di essere sportivo deve essere industriale dunque con l’attenzione d’investire sul capitale umano che parte dalla patrimonializzazione dei settori giovanili che sono diversamente percepiti come un costo, abbassando dunque l’attenzione sulla qualità tecnica dei giovani ed orientando dunque i manager dei club ad una rapida ed onerosa selezione attraverso procuratori che fanno solo business di breve periodo e utili eccessivi (parliamo di quasi 1 miliardo di compensi che certamente appesantiscono ancor di più il conto economico del club). Dunque possiamo affermare di un sistema d’impresa in perenne perdita con elevati debiti finanziari che possono solo portare ad elevato rischio default soprattutto nelle serie C e B, tutto ciò allontana la comunità finanziaria che è invece necessaria che sia vicino ad ogni impresa con debito protetto e sano ed inoltre sarà terreno fertile per speculatori che vivono di crisi d’impresa (nell’ultimo ventennio sono falliti circa 200 club di cui 80% in serie C). Dunque sosteniamo chi ancora ha il coraggio di fare impresa nel calcio. Aiutiamo chi ancora lavora e crede in progetti sostenibili ricompresi in una svolta e non si arrende a pensare che presto le istituzioni faranno le dovute riforme non solo come uomini di sport ma come uomini vicini alle imprese più piccole che sono peraltro la più grande rappresentazione del territorio locale e sociale italiano provinciale e regionale, creando identità nazionale.





