Catanzaro/Nocera Inferiore. Non solo l’estorsione nei confronti della società Soigea dell’imprenditore Aniello Pappacena di Sarno ma anche un traffico di droga con rifornimento nell’agro nocerino: emerge nella conclusione delle indagini a carico di 19 persone emessa dalla Dda di Catanzaro e che riguarda la cosca calabrese Manfredi-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, collegata alla famiglia Arena. Secondo la pubblica accusa, a impartire ordine dal carcere Pasquale detto “Scarface”. Il blitz fu denominato “Libeccio” e scattò lo scorso 10 marzo scorso con 19 arresti eseguiti dai carabinieri di Crotone. L’operazione aveva consentito agli inquirenti di smantellare il gruppo ‘ndranghetistico dei Manfredi-Nicoscia che sarebbe stato in grado di comandare nei territori di riferimento a colpi di estorsioni, danneggiamenti e traffici di droga. Rispondono tutti di associazione mafiosa, accesso indebito di cellulari in carcere aggravato dalla finalità mafiosa, estorsione aggravata dalla mafiosità, associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico aggravata dalla finalità mafiosa e spaccio di droga aggravato dalla mafiosità. La denuncia del patron dell’impresa Soigea Pappacena arrivò dopo l’incendio che distrusse 5 mezzi e la protesta della gente di Isola Capo Rizzuto. Il fuoco venne appiccato nella notte del 22 aprile 2024 e innescò un maxi incendio che distrusse cinque mezzi pesanti della ditta Soigea. Le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza immortalarono l’autore del rogo mentre fuggiva, ma era impossibile riconoscerlo. Andarono completamente distrutti escavatori, bobcat, autocarri. L’importante impresa, braccio operativo dell’Enel in un vasto territorio, era finita nella morsa delle cosche di Isola Capo Rizzuto. In particolare, della fazione di ‘ndrangheta capeggiata da Pasquale Manfredi, da sempre collegata alla cosca Nicoscia. Un episodio che suscitò indignazione nella comunità, che scese in piazza con in testa la sindaca Maria Grazia Vittimberga per manifestare solidarietà ai lavoratori. L’inchiesta trae le mosse anche dalla denuncia presentata da Aniello Pappacena, fondatore dell’impresa, già finita nel mirino del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò. Uno dei capi d’accusa dell’inchiesta che portò nel 2023 all’operazione Ultimo Atto ha a che fare proprio con le estorsioni patite da Soigea nel Cirotano. Ma in ogni posto della Calabria in cui la ditta esegue appalti commissionati da Enel si presentano gli uomini dei clan. Per questo Pappacena aveva “catechizzato” i suoi collaboratori, chiedendo loro di informarlo di ogni richiesta estorsiva. E venne fuori che prima e dopo l’incendio avevano fatto pressioni sul capo cantiere alcuni uomini delle cosche. Volevano parlare col titolare. Si erano detti disponibili ad essere contattati telefonicamente. «Non siamo noi che dobbiamo telefonare a lui ma è lui che deve rintracciare noi”, precisavano. Intanto, le indagini convergevano sulle figure di due indagati, che, conversando tra loro, discutevano della strategia da adottare per imporsi con decisione. In questo contesto i carabinieri del Reparto operativo di Crotone e la Dda di Catanzaro hanno captato l’intercettazione chiave. La pistola fumante, per così dire. “Noi che gli abbiamo fatto 500 mila euro di danni. Gli hai bruciato un bobcat, un escavatore”. Così Liberti si rivolgeva a Capicchiano (indagati), secondo la ricostruzione accusatoria. Soigea, infatti, non si piegava alle pretese estorsive. La cosca inoltre allungò sulla vendita degli stupefacenti (cocaina e hashish), reperiti dai fornitori di Napoli, Torre del Greco e Nocera Inferiore. Ora la conclusione delle indagini per 19 indagati che avranno 20 giorni di tempo per rendere dichiarazioni ai tre magistrati titolari del fascicolo d’inchiesta ( Sarah Cacciaguerra, Stefania Caldarelli e Corrado Cubellotti) prima della richiesta di processo per tutti.






